di Massimiliano Sfregola e Francesca Polo

 

“Le cose non vanno bene per l’editoria ma probabilmente non ancora tanto male da costringere la stampa di una volta a ripensare completamente i modelli organizzativi; sarà una morte lenta per loro perchè hanno troppo da perdere”. Così iniziava la nostra intervista con Rob Wijnberg, fondatore e caporedattore del De Correspondent. “I media tradizionali, nei Paesi Bassi, faticano  a misurarsi con il nuovo pubblico tecnologico perchè avere una storia alle spalle e muoversi all’interno di schemi ormai consolidati rallenta i cambiamenti in maniera sostanziale”.  A giudicare dai dati sulla circolazione, ovvero 3,5 milioni di quotidiani al giorno, sono state perse, in appena cinque anni, oltre 500mila copie; gli operatori della stampa nei Paesi Bassi insomma non hanno di che gioire ma, per le loro newsroom, l’estrema unzione pronosticata da Wijnberg non è probabilmente dietro l’angolo. In Olanda, infatti – a differenza dell’Italia dove l’acquisto di giornali e riviste si concentra sulla vendita al dettaglio – il mercato editoriale ruota intorno agli abbonamenti; questo significa un legame più solido e diretto con i lettori.

La stampa è morta, lunga vita alla stampa

Al Parool, storico quotidiano di Amsterdam che ha spento di recente 75 candeline, le opinioni sul tema riflettono la frattura generazionale, con il digitale a fare da spartiacque. “Il cartaceo non cesserà di esistere – ne è certo Frenk der Nederlanden, caposervizio esteri del Parool – ridurrà progressivamente la sua importanza diventando un bene di nicchia ma, come è accaduto per i vinili, ci sarà un ritorno anche per i quotidiani stampati. Quello olandese è un popolo di lettori quindi la domanda di informazione rimarrà alta”. A sostegno della sua tesi, der Nederlanden cita l’inversione di tendenza del suo quotidiano: “Lo scorso anno abbiamo chiuso con un più 5% rispetto all’anno precedente, ossia con 24mila nuovi abbonati. Un dato piccolo ma molto incoraggiante”. L’ottimismo è d’obbligo, ma la riduzione drastica del numero di redattori a tempo pieno, l’inflazione di free lance e il taglio dei costi sono dati inconfutabili: “Certo, i tempi in cui la gente sostava alle nostre vetrine per leggere i titoli del giorno oppure quando avevamo un corrispondente a contratto in ogni città del mondo che conta, sono ormai ricordi del passato”. Ammette il giornalista del Parool “Ma a differenza di altre testate, che assistono all’emorragia di lettori senza prendere provvedimenti, noi stiamo cercando una via per far coesistere la nostra tradizione con le innovazioni”. Al Parool hanno pensato di fondere i due mondi e cercare di guidare la lenta transizione verso un’editoria totalmente in bit con un modello ibrido, dove i giornalisti, tutti i giornalisti, lavorano a rotazione tanto su cartaceo quanto su digitale. “Fino a pochi anni fa avevamo quasi 100 redattori al cartaceo e uno solo si occupava di web. Oggi le proporzioni sono quasi ribaltate” conclude.

La minaccia viene dal web

Che la stampa guardi con timore alla microeditoria “nativa digitale”, agile, economica e facilmente adattabile ai tempi, non è un mistero. E la ragione non è solo il gap generazionale tra guida e motore, dove giornalisti che hanno lavorato una vita con taccuino  e macchina da scrivere si trovano oggi a dirigere, spesso da pesci fuor d’acqua, giovani redattori che di digitale sanno molto più di loro; no, il problema è soprattutto economico perchè la carta stampata, pur con vistose perdite, rimane la voce principale nell’economia delle pubblicazioni olandesi, nonostante il digitale avanzi come un rullo compressore. Il paradosso è evidente: la carta è sul viale del tramonto ma rimane, per il momento, la fonte più certa di introito. D’altronde, gli ultimi anni mostrano un calo sostanziale ma non catastrofico delle vendite; -15%, a fronte di un’impennata clamorosa dei lettori che acquistano contenuti digitali: quasi l’80% in più in appena due anni. Wilma Haan è al Parool da pochi mesi, dopo aver lavorato per anni a Nu.nl, uno dei primi siti olandesi di informazione; è stata assunta, racconta a 31mag, proprio per traghettare il quotidiano di Amsterdam sul web. La carta stampata è al capolinea? “Senza ombra di dubbio, è solo questione di tempo – dice la giornalista – le testate online possono contare su modelli innovativi, su un largo potenziale di pubblico che non legge il giornale cartaceo e su costi contenuti”. Secondo lei i business model sul web sarebbero ancora fragili rispetto alla solidità del quotidiano tradizionale ma la situazione è fluida e presto le cose cambieranno: “In futuro saranno probabilmente abbonamenti sul web – dice ancora – in fondo, il modello di successo del De Correspondent altro non è se non uno spostamento su internet del concetto di abbonamento”.

Né carne né pesce. O forse entrambi

Chi invece rompe tutti gli schemi è Vice; tra una prestigiosa testata tradizionale e una nuova telematica di qualità, c’è posto per una terza via, che non è né carne né pesce o forse entrambi.  Vice il concetto di giornalismo lo ha stravolto del tutto, facendo storcere il naso a molti addetti ai lavori ma ottenendo risultati e stabilità economica e organizzativa che tanti colossi con un pubblico, una storia e capitali alle spalle si sognano. “Siamo la piattaforma giornalistica che cresce più in fretta al mondo” dice Perre van den Brink, head of  contents di Vice Benelux. Head of contents? Già, a Vice la “gerarchia” tradizionale di una redazione non vale. O almeno cosi sembra: “Per il dipartimento news, funzioniamo come le altre testate – spiega den Brink – abbiamo un capo redattore professionista e una schiera di collaboratori alle prime armi con il giornalismo”. Giusto qualche mese fa, il Vice olandese ha messo a segno un bel colpo con l’arrivo di Casper Sikkema, ex caporedattore di Revu, un noto settimanale di inchieste e crime stories“Il nostro target è giovane, fino a 35 anni, e  puntiamo a offrire a questa fascia contenuti di interesse a 360 gradi, dalla moda alle inchieste”. Ma glam e sociale possono coesistere? “Sono facce della stessa medaglia. Perchè limitarsi ad un solo aspetto della realtà?” continua van den Brink. Pubblicità, redazionali, partnership commerciali, eventi: tutto è potenziale fonte di introito per Vice che offre i suoi contenuti gratis. Dal video reportage su tematiche d’attualità alla feature sul binge drinking il passo non è certamente breve, ma la reputazione del media è cresciuta a tal punto, negli ultimi anni, che la stampa tradizionale ormai non guarda più con sufficienza al loro modello: “Ora ci prendono seriamente” conclude van den Brink. Tra nuove startup giornalistiche, modelli ibridi informazione/comunicazione e i vecchi colossi in declino che cercano di inseguire i giovani sul loro terreno, il panorama mediatico olandese mostra tratti di particolare vivacità. Difficile dire quale di questi modelli prevarrà, ma una caratteristica comune a tre esperienze tanto diverse è che ognuna guarda a una nicchia: che si tratti di un pubblico intellettuale, geograficamente localizzato oppure “giovane”, l’informazione olandese cerca communities, chiuse o aperte.