CoverPic | Author: Jonathan McIntosh | Source: Wikimedia | License: CC 2.0

Giacarta ha registrato più di 6.800 casi di COVID-19, un numero maggiore rispetto alle altre regioni dell’Indonesia. Il 27 maggio il numero di pazienti è aumentato di 137, un nuovo picco dopo quattro giorni in cui la curva era scesa.

La città non è nuova alle epidemie. Ne ha subite diverse nell’arco di circa 400 anni, la maggior parte causate dalla cattiva sanità pubblica e dalle condizioni igienico-sanitarie.

L’antico manoscritto giavanese Babad Nitik Sarta Cabolek celebra Agung di Mataram, sultano del regno islamico di Giava Centrale nel XVII secolo. Secondo l’opera, il sultano volava alla Mecca ogni settimana per la preghiera del venerdì e cercò di assicurarsi un posto per la sua tomba vicino alla Kaaba, al centro del sacro recinto della Mecca. Quando la sua richiesta fu respinta, Agung di Mataram mandò la peste per vendicarsi, ma gli imam della Kaaba l’affrontarono con le preghiere.

License: public domain

La leggenda vuole che fu Sunan Kalijaga, uno dei nove santi che diffusero l’islam in Indonesia, a fermare il conflitto. Egli gettò una manciata di terra che dalla Mecca raggiunse Giava, atterrando nel futuro luogo di sepoltura dei re: la collina di Imogiri, il Cimitero Reale, dove il sultano Agung fu sepolto nel 1645. Alcune parti della narrazione sono state esagerate per generare paura e rispetto per il sultano. In una storia meno fantasiosa, il sultano Agung causò una pestilenza bloccando il fiume e immergendovi carcasse di animali mentre invadeva il territorio di Surabaya. Usò la stessa strategia per paralizzare Batavia (nome dato dagli olandesi a Giacarta), che fu occupata dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC). Entrambi gli attacchi del 1628 e del 1629 fallirono.

Si è anche ipotizzato che il sultano Agung sia morto di una malattia endemica, vista la sua assenza di tre anni dal trono. Secondo lo storico Yahya Andi Saputra, co-fondatore di Betawi Kita (organizzazione della comunità Betawi per la promozione della cultura dei nativi di Giacarta), a Batavia ci fu un’epidemia di colera subito dopo l’occupazione da parte della VOC. Passarono decenni prima che la VOC costruisse ospedali per il personale militare e per i civili europei.

Nel 1700, vennero registrate morti causate da febbre tifoide, malaria, carenza di tiamina, varicella o dissenteria. Un secolo dopo, l’amministrazione, che fu rilevata dalla monarchia olandese, costruì scuole e laboratori per la vaccinazione, una scuola di medicina e un ufficio per la sanità pubblica. Le strutture, però, erano destinate solo a una parte della popolazione. “Non c’è traccia del popolo Betawi o Pribumi, il popolo indigeno di Batavia, che soffrì di malattie in continuazione”, ha affermato Yahya durante una discussione pubblica tenutasi online il 18 aprile e intitolata La storia delle epidemie a Batavia.  I Pribumi si curavano con le erbe e le pratiche degli sciamani.

L’archeologo Candrian Attahiyyat, esperto del territorio di Giacarta, sostiene che il primo paziente indigeno sottoposto a un trattamento in un ospedale sia stato registrato nel 1753. “Un ospedale costruito dalla comunità cinese è stato successivamente designato per il trattamento di pazienti non europei e quindi accessibile agli indigeni”, ha aggiunto.

Secondo Candrian, le malattie non hanno mai dato pace alla città. Nel 1600 ci fu una grave epidemia di lebbra. Quella che causò più morti fu però la malaria, registrata per la prima volta nel 1733 e ricomparsa nel 1939. La seconda ondata uccise migliaia di persone e fu riportata anche dai media stranieri. All’inizio del 1900, Batavia fu paralizzata dal colera e, poco dopo, dalla leptospirosi. L’amministrazione olandese istituì delle strutture per la quarantena su alcune isole di fronte a Giacarta. Secondo Candrian, durante l’epidemia venivano usati ampiamente i disinfettanti e effettuati controlli sanitari sui nuovi arrivati. Le malattie hanno colpito il territorio principalmente per via delle scarse condizioni igienico-sanitarie e della mancanza di un sistema sanitario pubblico. Inoltre, Batavia era una città portuale aperta ai migranti e ai visitatori.

Le epidemie, secondo l’archeologo, cambiarono temporaneamente la cultura della popolazione. Le persone non potevano stringersi la mano, pregare insieme o organizzare raduni per le festività. “Alla fine di un’epidemia, anche il Betawi poteva tornava rapidamente alle sue vecchie abitudini, a volte trascurando le pratiche di buona igiene. Per affrontare l’attuale pandemia, dovremmo continuare ad adottare delle buone pratiche sanitarie. Questo per mantenere viva la cultura Betawi e salvare nostra comunità”, ha concluso.

Secondo il medico Sibroh Malisi, le buone abitudini sanitarie delle persone potrebbero mantenere basso il numero di casi. “Abbiamo imparato che i virus possono evolvere in nuovi ceppi. Dovremmo vedere questa pandemia come una sfida per sviluppare gli istituti di ricerca e la virologia nel nostro Paese, facendo delle buone abitudini sanitarie una nuova cultura e dando priorità alla salute pubblica”, ha affermato durante la discussione online del 18 aprile.