The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Gauguin & Laval in Martinica: alla ricerca del paradiso perduto

Dal 5 ottobre le opere dei due artisti in un’inedita esibizione al Van Gogh Museum



di Giuseppe Menditto

E’ tutto pronto al Van Gogh Museum per l’apertura della retrospettiva monografica dedicata al lavoro di Paul Gauguin e il meno noto Charles Laval in Martinica nel 1887: quattro mesi in cui i due amici, lasciata la mondanità parigina, lavorarono intensamente fianco a fianco. Durante il soggiorno, i due produssero oltre 20 pitture a olio, insieme ad un considerevole numero di disegni e acquerelli.

Al loro ritorno in Francia, Vincent e il fratello Théo van Gogh acquistarono per quattrocento franchi una delle tele dipinte da Gauguin. Come tutte le acquisizioni dei due fratelli passate nelle disponibilità del museo, anche alcune delle opere di Gauguin e Laval sono sempre state custodite ad Amsterdam. Come ha ricordato il direttore del museo, il pregio maggiore della mostra sta nella prospettiva inedita delle opere esposte: durante il soggiorno caraibico, oltre alle tele e agli studi preparatori Gauguin riempì tre blocchi da disegno con i propri schizzi. Nel tempo questi sono stati smembrati e i singoli fogli dispersi in collezioni private in tutto il mondo. 

Soltanto il paziente lavoro di ricerca condotto dai due curatori, Maite van Dijk e Joost van der Hoeven, ha permesso non solo di riunire questi materiali ma di organizzarli e allestirli con cura: le pareti di vetro al centro della grande sala consentono al visitatore di accostare prospetticamente un bozzetto preparatorio alla realizzazione su tela alle proprie spalle. Ciò significa che se la cronologia esatta delle opere non è ancora nota – almeno fino a quando non giungerà in città nelle prossime settimane un’equipe di specialisti da tutto il mondo – il modo di operare di Gauguin e Laval è chiaro: dopo aver trascorso le prime due settimane a disegnare paesaggi, figure femminili e animali, questi materiali sono stati scelti accuratamente e inseriti “forzosamente” nelle diverse composizioni: nonostante l’impressione di trovarsi di fronte a scene di vita vissuta, è evidente come la composizione sia stata operata con la massima cura. Un salto nel processo creativo di un grande artista non è cosa di poco conto.

La fuga da Parigi alla ricerca di un paradiso perduto

Gauguin e Laval si conobbero a Pont-Aven (Bretagna) nel 1886 dove il più celebre dei due si era trasferito proprio per fuggire al carovita parigino e per ricercare nuove ispirazioni alla propria pittura, in una regione che nell’integrità della memoria storica e dei caratteri geografici mantiene una sua speciale libertà e selvatichezza. Evidentemente però anche la Bretagna, un idillio immaginato sulla scorta del Voyage en Bretagna di Flaubert, dopo qualche tempo dovette risultare troppo provinciale: per questo motivo i due sodali decisero di spostarsi verso una meta caraibica alla ricerca di un paradiso ancor più incontaminato: prima a Panama e poi finalmente nella colonia francese di Martinica. Lo stesso Vincent in una lettera al fratello Théo ricorda come la scelta di Gauguin di “andare all’altro polo” sia dovuta soprattutto all’ “abbondanza di desideri e bisogni contrastanti”.

Il sublime artistico e gli stereotipi coloniali

Chi si trovasse di fronte all’olio In Riva al mare oppure agli Alberi di Mango, forse il quadro più iconico della mostra, immediatamente verrebbe rapito dall’intensità dei colori pastello raffigurati: del resto i blu e i verdi di Gauguin non vengono certi scoperti ora, così come il gusto “giapponesizzante” dell’intera composizione o ancora la densità impressionista nel rendere la vegetazione caraibica o i paesaggi di montagna sullo sfondo. Avendo a disposizione un sufficiente numero di materiali preparatori, ciò che colpisce è il modo  di rapportarsi ai luoghi e alle persone: non ci sono uomini, solo donne raffigurate di spalle o di profilo, larghe vesti e cesti di mango.

L’immagine stereotipata di un paradiso esotico fatto di spiagge bianche e palme al vento non è scalfita dallo stato di schiavitù in cui versava la popolazione al momento dell’arrivo dei due pittori sull’isola. Ricordiamo soltanto la schiavitù era stata “abolita” per decreto il 27 aprile 1848 e che il 22 maggio dello stesso anno vi fu l’insurrezione generale degli schiavi, evento che ancora oggi viene commemorato dagli abitanti di Martinica.

Per offrire uno spunto ulteriore, al piano superiore della sale principale è esposta l’installazione Sans titre, série Caribbean Hurricane dell’artista Jean-François Boclé, originario di Martinica ma da anni residente a Parigi. L’opera  intende riflettere sul passato coloniale, l’identità dell’isola e a distruzione di  Saint-Pierre, antica e florida capitale dell’isola, in seguito alla violenta eruzione del Monte Pelee nel 1902.

Da menzionare ancora la programmazione di alcune discussioni serali, chiamate Verkeerd verbonden (Disconnesso) incentrate proprio sulle questioni coloniali in relazione alla lingua, al colore e alla rappresentazione: come l’idea stessa di esotico e di “buon selvaggio” si sia fatta poi immagine.

(In copertina Paul Gauguin, The Mango Trees, Martinique, 1887, Oil on canvas, 86×116, Van Gogh Museum, Amsterdam/ Vincent van Gogh Foundation)

 






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