di Paolo Rosi

Photo Credit Virginia Zoli

“Mia nonna faceva la birra in casa; alla vecchia maniera, con attrezzi semplici come facevano nelle abbazie. Io sono cresciuto con questo odore fortissimo in cucina. E con la voglia di farmi la birra da solo.”

Ab è alto e abbronzato, sorseggia un bicchiere di Tripel mentre racconta da dove viene la sua passione per la bevanda più famosa d’Olanda. Assieme a Michel, sono i “naeckte brouwers” di Amstelveen: letteralmente i birrai nudi “perché in antico olandese naeckte significa soprattutto puro”, tengono a precisare.

“Facciamo birra artigiana da 15 anni; da quando ci siamo conosciuti. Per tanto tempo è stato un hobby e producevamo per autoconsumo, spesso in casa. Poi abbiamo cominciato a portare la nostra ricetta in altre cantine perché venisse riprodotta su piccola scala. È un cosa piuttosto comune, qui in Olanda fare gli huurbrouwers, cioè i birrai in affitto. Anche se noi preferiamo chiamarci ospiti.”

A un certo punto, avete deciso di mettere radici insomma. “Sì. Nel 2014 siamo stati licenziati entrambi – interviene Michel – sai la crisi alla fine è arrivata anche qua. Allora ci siamo seduti a un tavolo e fatto due conti: le alternative erano cercare un lavoro, oppure fare della nostra passione un’attività a tempo pieno.”

Ab era designer e Michel commerciale ed entrambi lavoravano per due grandi compagnie, fallite improvvisamente a causa della recessione; “E delle banche – precisa Ab con un sorriso amaro – Per questo, anche se avevamo pochissimi soldi, non abbiamo fatto debiti con grossi istituti di credito. Che poi le banche stesse non ci avrebbero considerato, perché non si finanziano più piccoli businesses come il nostro.”

E quindi come avete fatto? “Subito non è stato facile – i due si guardano – ma abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding e ha funzionato: ci hanno finanziato dal basso i micro-creditori. Per il resto siamo partiti con un basso profilo, reclutando praticamente tutti gli amici disposti a darci una mano.”

Così, dopo un anno, i “naeckte brouwers” producono 24 000 bottiglie al mese utilizzando circa 12 ricette differenti. “Prima che arrivasse la signora, qui, – dicono in coro mostrando con orgoglio un’imbottigliatrice automatica – tappavamo tutte le bottiglie a mano. Era una lavoraccio e alla fine abbiamo ordinato la macchina. I silos dove la birra fermenta sono italiani, gli stessi che usano per il vino, tra l’altro. Mentre la strumentazione per la cottura l’abbiamo disegnata e costruita noi, a mano, con l’aiuto di un saldatore professionista.”

Certo non deve essere facile fare birra ad Amsterdam, patria di colossi come Amstel e Heineken. “Vero. Ma ora questi giganti cominciano a temere la concorrenza, credo. Anche perché il mercato della birra artigianale è in pieno boom, molto di più rispetto a quello dominato dai grandi marchi.” dice Ab finendo l’ultimo sorso di Tripel e guardando per la prima volta l’orologio.

“Per questo si sono inventati robetta tipo Radler”, conclude Michel. Niente a che vedere con le scure e con le chiare dei “birrai nudi” di Amstelveen.