The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Forgotten Amsterdam, quando nella capitale si finiva in carcere per una canna

Venivano eseguiti arresti ogni giorno, i parchi erano pattugliati quotidianamente, fumare cannabis era diventato praticamente impossibile nei luoghi pubblici



di Riccardo Aulico

 

Dopo il 1976, anno in cui, nei Paesi Bassi, vennero depenalizzati la vendita ed il consumo di droghe leggere, la “canna libera” è diventata uno degli elementi più noti del Paese ed in particolare della sua capitale: ancora oggi, 41 anni dopo, il coffeeshop è nell’immaginario collettivo (lontano dai Paesi Bassi) sinonimo di Amsterdam.

Eppure non sempre è stato così: prima dell’esperimento di tolleranza, la polizia olandese dava la caccia ai consumatori di cannabis esattamente come avviene oggi in ogni altro angolo del globo dove la stretta delle politiche repressive non sia stata allentata.

August De Loor

August De Loor

August de Loor, “street-corner worker” e attivista, ha vissuto il periodo di passaggio dal proibizionismo alla semi-legalizzazione : “Fino agli anni ’60, il consumo di droghe leggere nella capitale  era diffuso, ma di basso profilo, limitato ai marinai e ai circoli di artisti e intellettuali“, racconta a 31mag.

Durante il periodo della contestazione, la situazione mutò radicalmente: negli ambienti universitari si faceva largo uso di “party drugs” come LSD ed anfetamina e la cannabis divenne un simbolo di ribellione allo status quo.

La reazione delle strutture tradizionali, sociali e politiche, non tardò ad arrivare: sul finire degli anni ’60 anche in Olanda perseguire i consumatori di droghe era diventata una priorità. In nome dell’Opium Act, racconta de Loor, la legge che dagli anni ’30 vieta uso e produzione di stupefacenti nei Paesi Bassi, il governo centrale e le istituzioni cercarono di riprendere il controllo della situazione accompagnati da una massiccia campagna della stampa.

“Il sentimento che ispirò la reazione del governo fu la paura” spiega ancora de Loor: “Venivano eseguiti arresti ogni giorno, i parchi erano pattugliati quotidianamente, fumare cannabis era diventato praticamente impossibile nei luoghi pubblici. In più le cliniche per gli alcolisti vennero convertite in cliniche per il recupero dei consumatori di cannabis. Se venivi arrestato e processato per detenzione di marijuana, saresti poi stato avviato ad un programma obbligatorio di “recupero” presso una struttura sanitaria”. L’approccio sanitario-repressivo era stato concretizzato in una terapia socio-riabilitativa di almeno 6 settimane.

August de Loor, oggi parte dell’organizzazione non governativa Adviesburo Drugs (un osservatorio indipendente su droghe e consumi), fu parte del movimento che alla fine degli anni ’60 chiedeva uno stop alla criminalizzazione dei consumatori e politiche ragionevoli sulle droghe leggere:  “Fondammo giornali e radio alternative e cercammo la convergenza con professionisti e personalità del mondo scientifico per incrementare l’autorevolezza del nostro profilo”.

Il movimento crebbe in fretta e riuscì agli inizi degli anni ’70 ad esercitare  una maggiore pressione sul processo decisionale e politico, e a riportare in agenda il dibattito sulla cannabis. “Occupammo anche diverse strutture come il Melkweg o il Paradiso -prosegue de Loor – che divennero le prime ‘house dealer’ della città in cui le persone potevamo comprare cannabis o hashish di qualità e fumare durante un concerto o un dibattito”. In quegli anni aveva fatto la sua comparsa sul mercato l’eroina e le autorità olandesi si trovarono di fronte ad un grande dilemma: perseguire tutti, oppure operare una scelta. Cedendo alle pressioni dei settori progressisti della società civile, tra il 1968 e il 1972 il governo commissionò studi per ottenere dati scientifici sul grado di pericolosità delle sostanze.

Nei risultati di queste indagini, veniva suggerito di diversificare l’approccio dividendo il mercato clandestino tra “droghe dai rischi inaccettabili” e “droghe dai rischi accettabili”;  la cannabis venne inserita tra queste ultime. Le autorità iniziarono allora ad allentare la presa sui consumatori e infine nel ’76, il parlamento modificò l’Opium Act decidendo di non punire più il consumo e di tollerare il piccolo spaccio di soft drugs. Questa riforma ha aperto la porta ai coffeeshop.

 

 






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