Di Chiara Canale e Viola Zuliani
cover: Striscione Manifestazione 8 marzo 2021, Venezia – foto di Miriam Viscusi

In Italia gli omicidi sono in diminuzione dagli anni ‘90, ma i femminicidi no. Lo dice un rapporto dell’Istat pubblicato a inizio febbraio scorso. Nel nostro Paese, la violenza di genere rimane un argomento controverso, così come la sua rappresentazione nei media.

Gli articoli e i servizi che raccontano i femminicidi sono spesso conditi di giudizi di valore riferiti alla vittima, volti quasi a giustificare il gesto dell’assassino invece che a condannarlo senza se e senza ma. Alcuni giornali faticano a usare la parola “femminicidio” e tante persone, dentro e fuori i media, la definiscono inutile o sessista nei confronti degli uomini. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sulla questione.

Perché si dice femminicidio? Non basta omicidio, che indica una situazione in cui una persona ne uccide un’altra?

Il femminicidio avviene quando una donna viene ammazzata per via del suo genere. Se un uomo uccide una donna all’interno della criminalità organizzata, per autodifesa o in un incidente stradale, non è femminicidio. Se la uccide in quanto donna, lo è. In questo caso, l’assassinio è l’evento conclusivo di un ciclo di oppressione fatto di minacce, stalking, violenza di tipo fisico o verbale, che si basa sulla cultura patriarcale. Una precisazione: il femminicidio non avviene per forza all’interno di una relazione tra partner. Può anche verificarsi in altre circostanze, come in seguito a mutilazioni genitali, per via dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, per mano di un padre o un fratello dopo il rifiuto di un matrimonio imposto, per mano di un cliente ai danni di una sex worker.

Perché si usa tanto femminicidio, ma non maschilicidio? Non è un po’ sessista nei confronti degli uomini?

Manifestazione 8 marzo Treviso, Foto di Viola Zuliani

No, non è sessista. Si usa femminicidio perché le donne uccise per via del loro genere sono più degli uomini uccisi per lo stesso motivo. In Italia, il numero totale di uomini morti in un omicidio è superiore a quello delle donne, sì, ma questi muoiono in relazione a crimini generici o criminalità organizzata (e per la maggior parte per mano di uomini), non per il loro genere.
Secondo l’Istat, nel 2019 sono stati registrati in totale 315 omicidi; di queste vittime, 111 erano donne. Nel primo semestre del 2020 le donne uccise sono state il 45% delle vittime di omicidi (nello stesso periodo dell’anno precedente erano il 35%), e hanno raggiunto il 50% durante il lockdown tra marzo e aprile. Quasi 9 su 10 quelle uccise da una persona conosciuta; 6 su 10 da partner o ex partner. Per il 2020 la Direzione Centrale della Polizia Criminale ha stilato un rapporto con il numero delle vittime registrato fino al mese di giugno. I dati sono importanti per capire che si tratta di un fenomeno di genere che necessita di essere definito da un termine specifico.

Ma allora se “maschilicidio” non si usa, significa che gli uomini che subiscono violenza non contano?

Certo che contano e meritano attenzione: la violenza di genere perpetrata dalle donne contro gli uomini esiste e va condannata. Semplicemente, trattandosi di un fenomeno di genere che colpisce principalmente le donne, “maschilicidio” di solito non viene usato.

Da dove viene la parola “femminicidio”?

In inglese, l’uso di femicide è attestato già dall’inizio dell’Ottocento, quando indicava l’omicidio di una donna, senza però alcun riferimento alla violenza di genere. È negli anni ’90 del secolo scorso che la criminologa Diana H. Russell utilizza per la prima volta la parola all’interno del libro Femicide: the politics of women killings (scritto insieme a Jill Radford) per indicare l’uccisione di una donna in quanto donna.

“L’assassino è il regime fascista turco”, Manifestazione 8 marzo Parigi, Foto di Andrea Mencarelli

Dal 2004, l’antropologa messicana Marcela Lagarde inizia a usare feminicidio, traducendo il termine dall’inglese al castigliano e descrivendo il fenomeno come l’estrema violenza che si verifica in un contesto misogino nel quale avvengono altre forme di violazione dei diritti in ambito pubblico e privato: la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale.

In italiano, come riporta l’Accademia della Crusca, la definizione femminicidio è riportata in Devoto-Oli 2009, Zingarelli 2010 e Treccani e indica “non solo l’uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Per approfondire la questione della terminologia dal punto di vista linguistico, storico e sociale, si possono consultare i seguenti siti: Accademia della Crusca, Non Una di Meno, Parlare Civile, Treccani.

I media sono sessisti?

Screenshot Tgcom24

Le scelte di comunicazione di molti media rispecchiano, ancora oggi, gli stereotipi di genere. Secondo le loro narrazioni, ad esempio, alcune attività sarebbero esclusivamente riservate all’uomo e altre alla donna (senza peraltro considerare che esistono anche le persone non binarie, genderfluid, trans). Alcuni articoli non solo suggeriscono cos’è meglio fare in base al proprio genere, ma anche come vestirsi per l’occasione: “Look casalingo: come evitare di sembrare super trasandate” (Tgcom24). O spesso accade che un gruppo di studiose arrivi a un’importante conclusione scientifica e le sue componenti vengano definite “mamme ricercatrici” (Il Messaggero) o “le Thelma e Louise del DNA” (Corriere della Sera).  Per altri, le donne in posizione di potere come Kamala Harris e Ursula von Der Leyen sono “alla ricerca di autorevolezza” e possono essere chiamate semplicemente per nome (La Stampa). Tutte queste narrazioni portano avanti una forma di sessismo che fa da terreno fertile a forme più violente di oppressione.

Il femminicidio nella narrazione dei media

Sono ancora molti i giornali che parlano del femminicidio come un evento quasi casuale, isolato, frutto di un amore troppo grande e passionale, lasciando spazio a una narrazione clemente e quasi empatica nei confronti dell’uomo artefice della violenza. Alcuni titoli: “Omicidio suicidio. Trovati a terra, lui riverso su di lei, come se volesse proteggerla dopo averle tolto la vita” (Repubblica); “Lei lo aveva portato all’esasperazione” (Gazzetta del Sud); “È riuscita a distruggermi la vita. Ha vinto lei, vi chiedo perdono” (La Provincia di Varese). E poi c’è il famoso raptus (o delirio) di gelosia, molto gettonato, ma che non ha alcun fondamento psicologico.

Il raptus di gelosia non esiste

In occasione di una sentenza controversa della Corte d’Appello di Bologna, in cui l’autore di un femminicidio vide la propria pena dimezzata per “soverchiante tempesta emotiva”, le parole della psicologa Anna Maria Nicolò (neuropsichiatra e presidente della Società psicoanalitica italiana) in un’intervista a Repubblica, sono piuttosto eloquenti. “La gelosia è un sentimento di esclusività del rapporto con un’altra persona che può raggiungere livelli patologici”, le parole di Nicolò al giornale.

Screenshot La Provincia di Varese

Non esiste il “raptus di gelosia”, esiste una modalità di relazione sbagliata, in quanto la gelosia fa parte di tutte le relazioni. Secondo Anna Maria Nicolò, infatti, il femminicida in questo caso è geloso in quanto considera la partner un “oggetto di proprietà”. E considerare la donna come un oggetto, quindi come inferiore, significa affermare che i suoi bisogni e i suoi diritti siano meno importanti. Come conseguenza, ci si sentirà autorizzati a imporre la propria volontà sulla sua.

Non si tratta quindi di un momento, di un raptus, ma di un atteggiamento interiorizzato e ben radicato nella nostra cultura che porta il femminicida ad aspettarsi determinati comportamenti dalla partner e a sentirsi giustificato a “punirla” qualora non rispetti i canoni che la società patriarcale le ha imposto.

La legge sul femminicidio: vero passo avanti o provvedimento di facciata?

La legge sul femminicidio è entrata in vigore nell’ottobre del 2013 e ha come oggetto: “disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”.

Il testo della legge è diviso in quattro parti, delle quali solamente una si occupa di femminicidio (per un totale di 5 articoli su 11) e il resto di argomenti totalmente differenti: norme in materia di sicurezza per lo sviluppo, di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, per la prevenzione e il contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale, norme in tema di protezione civile e di commissariamento delle Province.

Manifestazione 8 marzo ad Amsterdam, Foto di Chiara Canale

Le principali novità che caratterizzano questa legge sono per lo più basate sull’inasprimento delle pene e delle misure cautelari ai danni degli aggressori. Viene introdotto l’utilizzo del braccialetto elettronico per coloro che sono stati allontanati dalla casa familiare. Si pone, poi, l’accento sulla relazione affettiva, che viene considerata un’aggravante all’uso della violenza nei confronti della vittima. L’arresto in flagranza diviene obbligatorio per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking.

Tuttavia, il provvedimento risulta essere controverso per una serie di ragioni. Ad esempio, l’irrevocabilità della querela viene ammessa solo per i casi di violenza più grave. Quindi, nel caso una persona dovesse subire delle intimidazioni in seguito alla sua denuncia, se il reato non è considerato grave, le sarà possibile revocare la propria dichiarazione. Inoltre, il tema del femminicidio è inserito in una legge emergenziale per la sicurezza e ad esso viene in realtà dedicata poca attenzione, come sottolinea l’associazione Non una di meno, secondo la quale “In Italia, le misure attuate fino ad oggi si sono rivelate inconsistenti e parziali. Hanno infatti voluto mettere a fuoco solo singole, benché eclatanti, espressioni del fenomeno, come lo stalking e il femminicidio”.

Nel 2019, la legge sul femminicidio è stata modificata, con l’introduzione di quattro nuovi delitti nel codice penale: delitto di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (revenge porn), delitto di costrizione o induzione al matrimonio, delitto di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Manifestazione 8 marzo Parigi, Foto di Andrea Mencarelli