Filmhuis Cavia, a scuola dai cinefili ribelli

di Martina Bertola

 

Nell’ormai ultra-gentrificata zona di Amsterdam a ridosso di Westerpaerk, il Cavia è una delle testimonianze del passato ribelle dell’area. Spazio sociale certamente, ma in primis cinema indipendente dedicato a pellicole che difficilmente troverebbero posto nelle programmazioni di altre sale.

Negli anni ’70 lo Staatsliedenbuurt era un quartiere simbolo per artisti, studenti e attivisti che cercavano di ridare vita a una zona della città che in quel periodo si stava svuotando. Diverse strutture sono degli ex squat, e lo stesso Cavia, legalizzato qualche anno dopo l’occupazione, nel 1983, nacque all’interno di questo fermento politico-artistico.

Ma cos’è la filmhuis Cavia? “Un movimento” dice Ronald, filmaker e volontario attivo da quattro anni nella sala. Un modo di approcciare il cinema che ha come scopo quello di restituire i film alle persone. Stefano, un altro volontario, spiega come il Cavia esca dal normale calendario cinematografico, per immergersi nel profondo del cinema e recuperare quei film di valore e di significato, che non rispondono alle logiche del mainstream.

Il Cavia è gestito interamente da un collettivo di volontari, circa ventiquattro al momento; la comunità lavora insieme e ognuno è libero di proporre, fare, scoprire e innovare; le competenze di ciascuno sono utilizzate in maniera diversa, dalla programmazione delle proiezioni, all’organizzazione di eventi o festival, o anche solo alla gestione del bar interno.

Questo spirito rispecchia pienamente il modo in cui il cinema si è insediato nella struttura. Da dove venga il nome Cavia nessuno lo sa. Alcuni dicono che possa averlo ispiraro la quantità di ratti e topi trovati nell’edificio al momento dell’occupazione, ma la verità è che sono storie che si rincorrono senza troppo fondamento.

L’ufficio del Cavia si trova in quello che un tempo fu la presidenza dove, ci racconta ancora Stefano,  i bambini venivano, per punizione, costretti a rimanere in piedi sulle fredde scale di marmo lì davanti. Ora, in un certo senso, si rende giustizia dello scarso spirito di democrazia delle istituzioni scolastiche di una volta. Il Cavia vuole mostrare film che hanno spessore, che raccontano, che fanno pensare e tale approccio si riflette nella programmazione che cerca di rispettare una visione a 360°, senza seguire mai un solo punto di vista o una sola direzione.

La sala è piccola dotata di appena 40 posti. Originariamente questo era dovuto a una vecchia legge, che faceva sì che i cinema con meno di 50 posti potessero proiettare film anche a contenuto sessuale, senza dover essere etichettati come cinema a luci rosse. Al giorno d’oggi la sala di queste dimensioni aiuta gli spettatori ad immergersi di più nel film, riuscendo, dopo la proiezione a creare l’atmosfera giusta per discutere di quello che si è visto. Ronald sottolinea che per il Cavia il rapporto con il pubblico è un punto centrale delle sue attività. Attorno allo spazio culturale, ruota una una folta comunità di film maker indipendenti, che trascendono le regole dell’accademia e condividono lo spirito del Just do it.

In questo cinema vengono ospitati un grandissimo numero di festival, ma il più noto, controverso e innovativo, è l’Holy Fuck Film Festival, un festival il cui scopo è di raccontare la sessualità e il sesso in un’ottica diversa, rivalutando così il cinema erotico.

Quando è possibile partecipano alle proiezioni gli autori del film, o chi abbia voglia di condividere le proprie competenze cinematografiche per animare il dibattito, come Jeffry Babcock, una sorta di autorità, ormai, per tutti i cinefili  di Amsterdam.

© Cherry&Martina photography

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