The Netherlands, an outsider's view.

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CINEMA

Film che “contano”: a Den Haag si è chiusa l’edizione 2019 del festival dedicato ai diritti umani

Settanta documentari e incontri con gli attivisti di Amnesty per discutere di giustizia e violazioni sistematiche



Nel celebre romanzo di Verne Le Tour du monde en quatre-vingts jours, Phileas Fogg, il ricco lord dell’ultima Inghilterra coloniale, e il suo fedele servitore Passepartout impiegano 80 giorni (o meglio 79) per compiere un giro completo del mondo. A Den Haag il MoviesthatMatters, l’annuale festival internazionale di documentari dedicati ai diritti umani, ribalta la prospettiva: sedersi comodamente in poltrona e assistere al mondo che si manifesta, alle sue atrocità e alla battaglie di chi in prima persona si batte contro di esse.

Un viaggio in settanta lungometraggi: nelle opere di attivisti e videomakers ciò che “conta” davvero sono le sistematiche violazioni di diritti umani che si consumano quotidianamente in ogni più o meno remoto angolo del pianeta. 

Numerose le sezioni e i film in concorso nelle sale dellaFilmhuis Den Haag e del Theater aan het Spui: i due programmi principali sono stati A Matter of ACT, il concorso per documentari con cui Amnesty International rende omaggio al coraggio degli attivisti che difendono i diritti umani in prima linea, e Camera Justitia, che si occupa invece di questioni legate alla questioni giuridiche.

La fondazione che allestisce la kermesse, erede di quello che una volta era l’Amnesty International Film Festival, organizza mensilmente proiezioni di documentari e sensibilizzazione alle tematiche in più di sedici città olandesi. Nel tempo ha incrementato la propria attività internazionale, sostenendo l’avvio di festival sui diritti umani in Africa, Asia, Europa orientale e America Latina

Rispetto ad un classico festival cinematografico, la curiosità e l’interesse del pubblico sono qui rivolti più alla sostanza di questa o quella situazione piuttosto che alla forma con cui è stata resa. Il dibattito e le discussioni continuano anche quando si deve lasciare la sala. Ciò non toglie che la qualità dei documentari proposti, compresi una selezione dei migliori documentari sui diritti umani provenienti dal festival IDFA di Amsterdam, è sempre di grande livello. 

Dal dilemma dell’attivista Francisco Valencia che decide di distribuire illegalmente medicine in un Venezuela al collasso (Está todo bien) alle minacce che subisce quotidianamente la redazione del giornale russo Novaya Gazeta (Novaya), dal rifiuto a silenziarsi da parte di due donne nell’Afghanistan patriarcale (Facing the Dragon) alla sepoltura di quindici villaggi indonesiani sotto una coltre di sabbia dovuta all’estrazione di gas (Grit), la lista sarebbe ancora lunga.

Delle molte, tre proposte hanno riscosso una particolare attenzione: Smuggling Hendrix, The Feminister e Ghost Fleet.

Il primo è una divertente commedia cipriota su Jimi, un simpatico bastardino che vive con il suo proprietario Yiannis nella parte greca di Cipro. A poche giorni dalla definitiva partenza per l’Olanda, Yiannis scopre che Jimi è scappato nella parte turca dell’isola. Mentre le persone sono libere di viaggiare tra le parti greca e turca, piante e animali non possono. Per poter riavere il suo cane, l’uomo le tenta tutte: coinvolge la sua ex, si rivolge a non troppo smaliziati trafficanti turco-ciprioti e corrompe un padre di famiglia responsabile di aver “occupato” la casa che era dei suoi genitori. Un film esilarante ambientato in una situazione politica assurda

Come fosse un diario di bordo, il documentario The Feminister di Viktor Nordenskiold segue le vicende politiche e personali di Margot Wallström, ministra socialdemocratica svedese famosa per aver inaugurato una “politica degli esteri femminista”. Dagli attentati parigini a Charlie Hebdo alla delusione per l’elezione di Trump, passando per il riconoscimento svedese della Palestina, la tensione con la lega araba e le visite in Nord Corea e in Afghanistan, The Feminister racconta gli oltre mille giorni in cui la Wallström ha cercato di sensibilizzare sui diritti civili delle donne in un mondo che è ancora ampiamente governato dagli uomini.

Ghost Fleet, vincitore del premio BNNVARA del pubblico, è un documentario sulla schiavitù in Tailandia. Migliaia di uomini sono costretti a lavorare giorno e notte su pescherecci, non retribuiti, maltrattati e spesso fuori casa anni. L’attivista Patima Tungpuchayakul, nominata al Nobel per la Pace nel 2017, lavora per aiutare gli ex schiavi e per esporre al mondo il lato oscuro di un’industria che vale milioni. I trafficanti di esseri umani rapiscono ragazzi giovani, a volte appena adolescenti, in Cambogia e nel Myanmar per poi venderli a compagnie dedite alla pesca. Le vittime del rapimento sono costrette a lavorare sulle navi in ​​condizioni difficili per anni. Chi rifiuta viene picchiato, rinchiuso o addirittura ucciso. Il film segue Patima, che gestisce un’organizzazione di Bangkok che offre assistenza agli ex schiavi. Accompagnata da Tun Lin, rapito all’età di 14 anni e costretto a lavorare su una barca da pesca per undici anni, Patima intraprende una spedizione in Indonesia. Lì spera di trovare ex schiavi che si nascondono su alcune isole vicino alla costa, al fine di portarli a casa e riunirli con le loro famiglie.



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