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Festival musicali e guerra alla spreco: nuovi progetti per combatterlo

In questo mese di agosto cade il 50° anniversario di Woodstock. I famosi “tre giorni di pace e musica” hanno lasciato il segno per tutti i festival che lo hanno seguito.

Più di 400,000 amanti della musica e hippies si sono riuniti nel 1969 in quello che è poi diventato un leggendario week-end di musica e festa, svoltosi a Bethel, una piccola cittadina ai piedi delle montagne Catskill di New York.

Tuttavia, scavando sotto il tappeto erboso della celebre kermesse, ne emerge un’immagine poco rassicurante: dovunque frammenti di bottiglie in vetro e plastica e linguette di lattine di birra.

I bidoni previsti dagli organizzatori sono stati inadeguati per l’enorme numero di persone che vi hanno partecipato, come anche le strutture igieniche. Pile di bottiglie, lattine di birra, sacchi a pelo abbandonati, tende rotte, teli di plastica, giornali e rifiuti umani abbandonati e calpestati nella fangosa palude.

“Dopo tre giorni di pioggia e fango, molti sono usciti abbandonando vestiti, sacchi a pelo e altri oggetti”, ricorda Maria O’Donovan, archeologa all’università Binghamton a New York che ha condotto un progetto di scavo sul luogo per identificare i luoghi esatti di svolgimento del festival. Sorprendentemente, poco è rimasto dell’enorme mare di rifiuti ma O’Donovan e il suo team hanno trovato delle tracce nel suolo assimilabili ad alcune scorie dell’industria pesante.

Stupisce come il suddetto festival che abbracciava il movimento ambientalista del tempo possa aver lasciato una cicatrice ambientale ancora visibile 50 anni dopo.

Lo spreco è uno dei problemi più grandi che i festival di oggi devono affrontare. Gli eventi di grandi dimensioni negli Stati Uniti, come Coachella, Stagecoach e Desert Trip, producono circa 100 tonnellate di immondizia solida al giorno, mentre nel Regno Unito i festival producono 23,500 tonnellate all’anno; in prospettiva, la media casalinga nel Regno Unito si aggira intorno alla tonnellata di spreco annuo.

La maggior parte dei festival svolgono operazioni di raccolta dei rifiuti una volta che gli utenti escono dall’evento. Tuttavia, Graca Gonçalves, ex scienziata alla Nova University di Lisbona, ed una degli organizzatori del festival Andanças a Castelo de Vide, in Portogallo, afferma che il crescente utilizzo di plastica usa e getta è uno dei problemi che i festival devono gestire. Bevande e cibo vengono venduti in contenitori usa e getta, insieme ad un enorme quantità di posate in plastica. I partecipanti abbandonano sul suolo braccialetti, abiti, glitter, articoli da bagno, sacchi a pelo, stuoie e tende, tutte cose che contengono polimeri, che restano nell’ambiente per decenni, o addirittura secoli.

Di conseguenza, molti dei festival negli Stati Uniti e in Europa stanno ripensando all’impatto che hanno sull’ambiente. Tra i più noti, Glastonbury ha bandito per la prima volta la vendita di bottiglie di plastica monouso. Il festival attrae circa 200.000 persone e venduto più di un milione di bottiglie di plastica nel 2017. Il pubblico e gli artisti saranno incoraggiati a riempire e riusare le bottiglie di plastica. I drink analcolici e l’acqua saranno venduti in lattine di alluminio, poiché il festival ha affermato che siano più facili da raccogliere e riciclare. Nei precedenti festival Glastonbury, è stato attuato un divieto per piatti, bicchieri, cannucce e posate non degradabili.

Tolleranza zero

Altri festival hanno preso iniziative simili per rimuovere l’uso di plastica usa e getta dai loro eventi. Sia la Live Nation (promotore di eventi con sede a Beverly Hills) che i 61 membri dell’associazione Independent Festival nel Regno Unito hanno promesso di bandire gli articoli in plastica usa e getta entro il 2021.

Il Rainbow Serpent in Australia ferma addirittura la musica durante il week-end per una “pulizia della pista da ballo”. La musica continua a suonare se il terreno è tenuto pulito ma, nonostante questo e il numero di iniziative di riciclaggio, l’anno scorso la quantità di rifiuti spediti in discarica è aumentata drasticamente.

Ad Amsterdam invece, il DGTL festival ambisce a diventare il primo evento di musica senza sprechi entro il 2020. Sono già stati vietati bicchieri e bottiglie di plastica; al loro posto vengono venduti bicchieri e bottiglie riutilizzabili, i quali verranno riempite al bar. Nel 2017, i 20,000 partecipanti al DGTL hanno prodotto 162kg di rifiuti in plastica. Tuttavia, una più attenta analisi dello spreco del DGTL nel 2017, rivela che il festival ha ancora un po’ di strada da fare per raggiungere l’obbiettivo. I partecipanti hanno lasciato sul suolo dell’evento 9.2 tonnellate di immondizia, la maggior parte carta e cibo. C’erano inoltre 1.8 tonnellate di plastica, attribuiti alla “costruzione” della location, sono state incenerite dopo il festival.

Tuttavia, utilizzare semplicemente i bicchieri e le bottiglie riutilizzabili sembra non essere la soluzione. Un’analisi condotta dalla Public Waste Agency of Flanders, Ovam, dimostra come i bicchieri riutilizzabili, a causa dell’energia e dei materiali utilizzati per produrli, necessitano di essere riempiti almeno 8 volte prima che il loro impatto ambientale sia inferiore a quello dei bicchieri monouso fatti con lo stesso materiale.

La situazione sembra migliorare quando si comparano i bicchieri riutilizzabili ai contenitori monouso fatti di PET o polistirene, i quali devono essere riempiti solo cinque volte per essere un’opzione più ecologica ma devono essere riempiti dalle nove alle 14 volte prima di causare un danno inferiore all’ambiente rispetto ai bicchieri di carta usa e getta.

Soluzioni Bio

La sfida per sostituire la plastica è trovare un’alternativa sicura, economicamente vantaggiosa e migliore per l’ambiente.

Negli ultimi anni ha preso popolarità tra i festival passare ai bicchieri in “bioplastica”, i quali sono fatti di amido e cellulosa o altri materiali estratti da piante e alghe. Tuttavia, nemmeno questa sembra essere la soluzione poiché i suddetti bicchieri sono biodegradabili in vari modi e spesso bisogna metterli in impianti industriali prima che si disintegrino propriamente.

Al riguardo, la direttrice Claire O’Neill di A Greener Festival, (azienda no profit che ha collaborato con festival in tutto il mondo per renderli più sostenibili) avvisa che “molti di questi prodotti alternativi utilizzati per rimpiazzare la plastica sono straordinari, ma è l’intero ciclo vitale che necessita di ponderazione da parte degli organizzatori”. “Se è biodegradabile, è necessario trasportarlo dove si lavorano questo genere di rifiuti. Se finisce nell’ambiente, potrebbe solamente causare tanti problemi quanti il normale spreco di plastica.”

Per cercare di risolvere questo problema, un team di ingegneri e designer dal nome Skipping Rocks Lab, sede Regno Unito, hanno creato una membrana a base di alghe che può essere utilizzata per contenere liquidi come acqua, bevande energetiche e salse in morso-porzione. Il packaging trasparente, creato modificando chimicamente una sostanza chiamata algina, estratta da alghe marroni, è commestibile e sicuro.

Gli involucri non hanno una durata di vita molto lunga come le bottiglie di plastica, quindi è meglio crearle sul posto o all’evento quando servono“, dice Rodrigo Garcia Gonzalez, co-fondatore di Skipping Rocks Lab. Attualmente, il liquido deve essere incapsulato in una macchina portatile delle dimensioni di un piccolo frigorifero, ma l’azienda ha ricevuto il sostegno di Sky Ocean Ventures per aiutarla a ridurre ulteriormente i dispositivi in modo che possano essere utilizzati dai venditori di alimenti.

Lo scorso aprile l’azienda ha servito 30,000 bevande in capsule ai corridori della maratona di Londra; inoltre ha testato, in collaborazione con Just Eat, ketchup ed altri condimenti nelle capsule derivate da alghe.

“Abbiamo anche collaborato con alcuni festival per servire alcol e acqua nelle nostre bustine commestibili per vedere cosa possiamo fare in termini di scala”, aggiunge Gonzalez. “Possiamo farle in modo che possano essere mangiate, ma possiamo anche fare dimensioni maggiori, dove l’angolo viene strappato ed infine la membrana contenitore viene scartata”, aggiunge Gonzalez. “Si rompe molto rapidamente ed in un ambiente caldo, scompare in circa due settimane“.

Tende usa e getta

Ogni anno nei festival di musica nel Regno Unito vengono abbandonate 250,000 tende. Forse a causa della possibilità d’acquisto di tende da festival pop-up a poco prezzo, commercializzate in supermercati e venditori online come Amazon. Tende a buon mercato e attrezzature da campeggio raramente sopravvivono al week-end di utilizzo quindi contribuiscono all’idea che siano articoli usa e getta. Ricerche di organizzazioni ambientali di beneficenza suggeriscono che la produzione di una tenda da 3,5 kg produce l’equivalente di 25 kg di anidride carbonica nell’atmosfera. Una tenda è fatta per lo più di plastica equivalente a 8.750 cannucce. La complessa combinazione di materiali utilizzati per la realizzazione delle tende ne rende quasi impossibile il riciclaggio.

La Association of Independent Festivals, Regno Unito, sta cercando di portare un cambiamento, invitando i venditori a non pubblicizzare le tende da festival come prodotto usa e getta, chiedendo ai partecipanti di riportarle a casa.

Un’altra idea per ridurre questo spreco è offrire ai visitatori del festival tende che posso essere riciclate e diventare compost. KarTent, azienda con sede ad Amsterdam, fissa le tende per i clienti e le rimuove quando l’evento si è consluso; offre tende per due persone fatte interamente di cartone. Sfortunatamente, i creatori avvisano che, in caso di abbondanti rovesci, la pioggia inzupperà il cartone.

Amanda Campbell e James Molkenthin, due studenti di design all’University College London, hanno creato una società chiamata Comp-a-Tent che permette ai visitatori del festival di ordinare una tenda pop-up che possono ritirare al festival, per poi portarsela a casa o rivenderla alla fine. L’idea, dice Molkenthin, è quella di incoraggiare gli utenti a prendersi cura delle tende e a restituirle in modo che possano essere utilizzate più volte. “Mentre molte persone credono che un’organizzazione magica vada in giro e le salvi per i senzatetto, gruppi di scout o per il riciclaggio, la verità è che succede solo a un paio di centinaia di tende”; “la plastica nelle tende impiegherà centinaia se non migliaia di anni per rompersi”. Il progetto verrà testato alla Boomtown Fair nell’Hampshire, in Inghilterra, verso la fine dell’estate.

Riuso e riciclaggio

Il Roskilde Festival in Danimarca, il quale ospita 130,000 visitatori in otto giorni, si è approcciato diversamente al problema creando distinte piazzole di campeggio, dove coloro che le utilizzano si assumano la responsabilità di tenere l’area pulita . In otto giorni, il festival ospita 130,000 visitatori.

Alcuni gruppi stanno anche optando di posizionare punti di raccolta per le donazioni all’uscita dei festival, i quali permettono ai partecipanti di donare le tende che non useranno più.

Ne è un esempio il Green Man Festival di Brecon Beacons dove quest’anno il pubblico sarà incoraggiato a donare cibo non consumato e attrezzature da campeggio indesiderate per aiutare i migranti, inviando i prodotti a Calais, Francia.

“Al concludersi di ogni evento ci sono centinaia di tende in perfette condizioni che vengono abbandonate e finiranno nel cassonetto”, ha detto Matthew Wedge Roberts della Fwrd Together, associazione di beneficenza che recupera le tende dai festival per darle ai rifugiai. Negli ultimi tre anni hanno lavorato con organizzazioni locali e nazionali come Help Refugees per raccogliere tende, sacchi a pelo, materassi e stivali di gomma dalle location dei festival in modo che potessero venire riutilizzati.

Tornando al caso di Bethel, Maria O’Donovan e il suo team, dagli scavi sul terreno vicino a dove si trovava il palco principale durante Woodstock nel 1969, sono stati trovati: linguette di lattine, frammenti di plastica e stagnola. Il loro valore come reperti archeologici è discutibile ma portano con sé un messaggio importante. “Le cose che vengono gettate dalle persone hanno un grande valore per noi poiché ci dicono cosa hanno fatto le persone, come hanno agito e cosa hanno pensato” ha detto l’archeologa. 

I festival moderni dovrebbero, e probabilmente possono, fare di meglio.

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