The Netherlands, an outsider's view.

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MERCOLEDÌ

Femministe, anche lo sfruttamento degli animali è oppressione

di Chiara Canale

Illustrazione di Corinne Teed

feminoska (con l’iniziale minuscola) è lo pseudonimo dell’intervistata

 

L’animale ha una sua resistenza all’oppressione: quando si ribella scappa. Se gli umani, però, riescono a prenderlo, dice feminoska, lo ammazzano sul posto. Per ribadire: “tu fuori dall’allevamento non esisti’”.

feminoska (46) è un’antispecista, femminista e vive a Torino. Partecipa ad assemblee, manifestazioni, riscatta animali. Sono quattro anni che con il collettivo Les Bitches fa mediattivismo attraverso il web. Sul loro sito si trovano traduzioni di saggi, articoli ed estratti di libri che trattano di lotta contro le discriminazioni di specie, genere, razza, classe, orientamento sessuale.

feminoska non lotta solo per gli animali, ma con gli animali. L’antispecista, per chi non conoscesse questo termine, non discrimina in base alla specie, non pretende di salvare e ‘dare voce a chi non ce l’ha’. Gli animali hanno già una loro voce, spiega, ma la sproporzione delle forze rispetto a quelle di cui può avvalersi l’uomo è troppo grande.

I nessi tra femminismo e antispecismo sono diversi: c’è la lotta contro l’oppressore, l’umano sfrutta l’animale perché è in posizione di potere. C’è la schiavitù sessuale: se sei una mucca vieni imprigionata nell’allevamento, inseminata, fatta partorire, privata della prole. Secondo feminoska le femministe, spesso, non vedono questi problemi: “è grave che non colgano lo sfruttamento delle capacità riproduttive degli animali e del legame madre-piccolo”.

Nei collettivi come nei grandi convegni i diritti degli animali sono ignorati. Significa che ci sta bene schiavizzare chi si trova in una posizione di debolezza, spiega. “A Torino, in un seminario sull’oppressione dei corpi, proponevo di parlare anche dei corpi non umani. Chi mediava ha fatto un sorrisino come a dire: che palle”. Anche a Milano lei e il resto del collettivo Les Bitches sono state escluse da un convegno. “Hanno ritirato l’invito.”

feminoska è diventata animalista a 14 anni. I suoi hanno fatto “il tragico errore”, dice ridendo, di non spegnere in lei “la sensibilità per gli animali”. Verso la fine dell’Università, a Torino, è diventata femminista. Nell’ambito antispecista c’erano persone maschiliste e nel femminismo speciste. “Mi sentivo a disagio da tutte le parti”. Poi è arrivata l’intersezionalità: un ombrello che racchiude tutte le categorie oppresse per classe, genere, etnia, specie, disabilità, età, orientamento sessuale.

Secondo feminoska, ora l’intersezionalità va di moda e ciò porta alcuni gruppi che fanno attivismo a manifestare in maniera forzata la loro apertura. Un esempio: un collettivo vuole dimostrare a tutti i costi di essere intersezionale e cerca una persona Nera o non bianca da coinvolgere, senza che al suo interno ci sia una massa critica e consapevole. Così si fa solo un’operazione di facciata. “Cerchiamo di scardinare le oppressioni, ma a volte anche noi ce le portiamo dentro senza accorgercene”. Lo stesso vale per l’interesse verso l’ambientalismo, che oggi sembra più vivo che mai, ma che spesso è superficiale. Questo nei partiti come nei movimenti tipo Friday for Future, iniziato grazie a Greta Thunberg. Si difende l’animale selvatico, che vive nel bosco, ma si ignora il problema dell’allevamento. Quest’ultimo, spiega, è una delle cause più importanti di distruzione degli habitat e dell’inquinamento da reflui.

L’unica soluzione sarebbe smettere di consumare derivati animali. È un cambiamento che non possiamo aspettarci da tutto il mondo contemporaneamente: mentre nei Paesi occidentali cresce la sensibilità alle questioni animali e ambientali, i Paesi con economie emergenti consumano più carne. In Cina sono stati costruiti degli “alberghi” multipiano per maiali per incrementare la produzione evitando di occupare troppo suolo.

Mangiare meno derivati animali, ma più buoni e più cari, non è la soluzione. Chi mangia la ’carne felice’, quella degli allevamenti cosiddetti etici, è semplicemente privilegiat*, secondo feminoska. Solo le persone ricche possono permettersela. “L’allevamento non intensivo non può esistere su scala mondiale. Non ci sarebbe abbastanza spazio, non soddisferebbe la richiesta e i prodotti costerebbero troppo”.

feminoska crede che nella nostra società vivere da persona vegana e antispecista non sia tanto difficile a livello pratico; ci vuole un cambio di abitudini, ma i prodotti e le informazioni si trovano. “Parlo di coloro che possono, non di chi ha problemi di salute o chi vive in Antartide”. Certo, non è tutto facile: l’aspetto del veganismo che più turba è lo stare insieme “perché la tua presenza smaschera un problema tenuto sotto traccia”.

Essere antispecista spesso ti obbliga a prendere le distanze dalla tua famiglia e dalle tue amicizie. Questo non è mai facile. “Qualche volta è una tragedia: la nonna, gli amici e i parenti non sanno più cosa cucinare”, ride.

Questi attriti feminoska li ha affrontati anche in relazione al suo essere femminista: “Ricordo la preoccupazione di mia madre quando mi disse ‘non dirmi che sei diventata femminista’”. Temeva che nessuno avrebbe scelto la figlia, che sarebbe rimasta zitella. “Che tra l’altro non mi sarebbe neanche dispiaciuto,” scherza.

Essere antispecista è una lotta enorme. Le vittorie che ottieni sono piccole e poco tangibili. A volte lo sono, ma solo per un individuo, ad esempio quando riesci a intercedere per un animale che è scappato e a portarlo in un rifugio. Tuttavia, ogni singola persona che si batte per una causa grossa fa parte di un flusso. “Saranno le generazioni del futuro a vedere i risultati della lotta”.

 

L’immagine di copertina è un’illustrazione di Corinne Teed, di cui il collettivo Les Bitches ha tradotto Queerizzare la differenza di specie.

feminoska pubblica articoli e traduzioni anche sul suo sito Animaliena e su altri portali. Ha tradotto i libri “Insegnare a Trasgredire” di bell hooks e “Afro-ismo. Cultura pop, femminismo e veganismo nero” di Aph Ko e Syl Ko.

feminoska è uno pseudonimo, la redazione è a conoscenza dell’identità dell’intervistata.