Joost Evers / Anefo, CC0, via Wikimedia Commons
Quando Dio si farà di nuovo Materia Vivente, tornerà sotto forma di asino, capace al massimo di formulare qualche sillaba, incompreso, vituperato e frustato, ma io lo capirò e andrò subito a letto con lui, gli metterò delle bende sugli zoccoli, per non ferirmi quando farà fatica a venire
Queste le righe che costringono Gerard Reve, scrittore olandese molto amato e controverso, a comparire davanti a un tribunale di Amsterdam nel 1966. L’accusa? Blasfemia, ovviamente.
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Le reazioni alla “Seconda Venuta” di Dio
Nel primissimo numero della rivista Dialogo, rivista di omofilia e società (Dialoog, tijdschrift voor homofilie en samenleving) Reve pubblica una Lettera alla mia banca (Brief aan mijn Bank). In essa, lo scrittore immagina una “Seconda Venuta” di Dio sotto le mentite spoglie di un asino.
Il 22 febbraio 1966 il deputato van Dis del Partito Politico Riformato – il partito cristiano conservatore più antico nel parlamento olandese – rivolge delle interpellanze parlamentari ai ministri della giustizia e della cultura, del tempo libero e del lavoro sociale, proprio sulle frasi di Reve.
Van Dis sollecita un’azione penale in base all’articolo 147 del codice penale, quello che punisce il reato di blasfemia. Un reato introdotto nel 1932 come reazione alle critiche comuniste al cristianesimo, ma che aveva fino ad allora portato solo a una manciata di condanne.
La procura di Amsterdam avvia il procedimento. Lo stesso Reve, novello Socrate poi convertitosi al cristianesimo, incoraggia i giudici a intraprendere il processo. ![]()
Reve rincara la dose
Durante il dibattimento il pubblico ministero cita un passaggio dalla raccolta di poesie e lettere Nader tot U (Più vicino a te), che Reve aveva pubblicato nel frattempo.
E se Dio stesso venisse a casa mia sotto le sembianze di un asino di un anno, color grigio topo, e stando sulla porta, suonando il campanello, mi dicesse: “Gerard, quel tuo libro, sai che ho pianto per alcune parti? “Mio Signore e mio Dio! Sia lodato il tuo nome per l’eternità! Ti amo così terribilmente“, cercherei di dire, ma a metà strada scoppierei in lacrime, e comincerei a baciarlo e a tirarlo dentro, e dopo una tremenda zuffa per salire le scale fino alla cameretta, lo possederei per tre volte di fila nel suo orifizio segreto, e poi gli darei una copia regalo, non spillata ma rilegata – non così squallida e pacchiana – con la dedica: All’Infinito. Senza parole.
La duplice assoluzione
Il pubblico ministero chiede di condannare lo scrittore al pagamento di una multa di cento fiorini ma alla fine Reve viene assolto nel 1968. La corte infatti stabilisce che anche se i passaggi erano blasfemi, non hanno alcun intento dispregiativo.
Il caso, già di pubblico dominio, interessa intellettuali e credenti. J.G. Bomhoff, professore di letteratura all’Università di Leida e docente di filosofia al Seminario di Pedagogia della Chiesa Riformata Olandese, solleva la questione se si potesse accettare un linguaggio del genere anche al di là delle intenzioni dell’autore. Evocando la tradizione olandese alla tolleranza, è costretto conclude che sì, la libertà di parola non può essere censurata.
Lo scrittore, però, non contento, decide di ricorrere in appello. Si difenderà da solo. Reve fa notare che la legge di blasfemia distingue in maniera iniqua tra Dio e Maria, Buddha o Krishna considerati “figli di un dio minore”.
Nella sua lunga e letteraria arringa Reve riesce a elevare il proprio caso ben al di sopra della propria fantasia zoofila altamente privata. Il suo discorso è diventato un inno alla libertà che ha anche aiutato molti altri colleghi e intellettuali. Tutti gli incartamenti e le lettere dello stesso Reve sono oggi conservati al Literatuurmuseum.
Anche in appello Reve viene assolto. Ci solo voluti però più di quarant’anni perchè le cose cambiassero: il reato di blasfemia infatti è stato abrogato nei Paesi Bassi solo nel 2014.







