di Giuseppe Menditto

 

Dai Taviani a Lina Wertmüller passando per Monicelli, Scola, Amelio e molti altri il grande cinema italiano ha investito chilometri di pellicola sul tema dell’emigrazione. Col cappotto buono e la valigia di cartone lo stereotipo del lavoratore italiano all’estero è sempre quello del gastarbeiter: brutto, sporco e cattivo.

La storia dell’emigrazione è molto più complessa: ai lavoratori dipendenti che vivevano stipati in baracche e mandavano i soldi a casa – realtà che certo non riguardano solo il passato – si affiancano le storie di chi si è affrancato mettendosi in proprio, ha deciso di spostare la propria impresa dall’Italia all’estero o anche i figli di emigrati che hanno avviato un’attività d’impresa nel paese in cui sono nati e di cui sono cittadini.

Tra Made in Italy e Made by Italy

Cibo, turismo e cultura, in passato e ancora oggi, si sommano a robotica, design e nuove tecnologie: il made in Italy non riguarda solo un prodotto ma un’idea imprenditoriale, una conoscenza e un ciclo produttivo che sfrutta proprio il vantaggio e lo svantaggio di vivere tra due paesi. Una sorta di Made by Italy che è sempre anche sospeso tra la valorizzazione del secolare “patrimonio di civiltà” italico e il rischio di una narcisistica, pericolosa e troppo spesso fallace esaltazione dell’Italians do it better.

Nel corso del tempo, come ricorda Luigi Troiani – professore di Relazioni Internazionali all’Università Angelicum di Roma e autore del libro La diplomazia dell’arroganza – “se l’emigrazione più “umile” ha trovato una tutela organizzativa nei sindacati, le sedi dei partiti politici, l’associazionismo laico e cattolico e…