The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Fare i conti con la storia. Età dell’oro? No, grazie

In mostra all'Hermitage di Amsterdam sono esposti trenta ritratti di gruppo che hanno abbandonato una delle definizioni più famose per il XVII secolo olandese, quella di "età dell'oro"

Fino a qualche anno fa una mostra come quella allestita nelle sale dell’Hermitage di Amsterdam sarebbe stata impensabile.

Non tanto per la qualità delle incredibili opere esposte, ma per il suo stesso titolo: l’asettico Ritratti di gruppo del XVII secolo non avrebbe dovuto cedere il passo al più altisonante Ritratti di gruppo del secolo d’oro? In effetti, nel 2014 quando la più grande collezione al mondo di ritratti collettivi è stata inaugurata, è stata chiamata Portrait Gallery of the Golden Age.

Poster “vandalizzato” della mostra del 2014 (copyright@Tom van der Molen)

I trenta ritratti in mostra all’Hermitage

Trenta colossali ritratti di gruppo del XVII secolo provenienti dal Museo di Amsterdam e dalle collezioni del Rijksmuseum sono stati riuniti per la prima volta in assoluto all’Hermitage di Amsterdam: “fratelli e sorelle” del famoso Night Watch di Rembrandt, sono pezzi unici in tutto il mondo e raramente esposti a causa delle loro dimensioni ragguardevoli. 

Borgomastri e reggenti, guardie civiche e mercanti di tutti i gradi compaiono ritratti gli uni vicini agli altri. Insieme illustrano la storia della cittadinanza collettiva tipica dei Paesi Bassi del tempo. Ed è come se fossero uno specchio della società olandese contemporanea. Perché i rapporti tra le persone del tempo hanno costituito la base dei rapporti e delle convenzioni sociali di oggi.

I locali capitani delle varie compagnie e milizie erano in competizione tra di loro nel commissionare i ritratti più complessi e blasonati: tra le righe delle posture, le espressioni dei volti e la simbologia politica, si intuisce che fosse più in auge e chi meno. I gruppi sono spesso seduti attorno ad un tavolo e ognuno dei commensali guarda lo spettatore. Al tempo si prestava molta attenzione ai dettagli dell’abbigliamento e ai mobili e ad altri segni della posizione di una persona nella società. Più tardi, nel corso del secolo, i gruppi divennero più vivaci e i colori più luminosi.



Spesso le compagnie di beneficienza, come quella a Spinhuis, o i lebbrosari erano amministrati congiuntamente da uomini e donne, anche se con compiti differenti. 

I trenta pannelli esposti, più un nutrito numero di vedute delle diverse città olandesi, offrono un prezioso spaccato del tempo: in un’epoca in cui l’ammirazione per Amsterdam era ai massimi (scrive il letterato milanese Gregorio Leti nel 1690 “non vi è città più libera, né città meglio organizzata”), quando viene costruita Dam Square i fieri cittadini sono alla ricerca di ritratti della nuova piazza che viene ritratta sempre con alcuni elementi orientaleggianti ed esotici – spesso mercanti con un fez o un turbante – per rappresentare il suo essere il centro del mondo.

Molti anche gli aneddoti e le curiosità sulla vita quotidiana: al centro della piazza campeggiava il Waag, un edificio destinato alla pesa della mercanzia che arrivava via nave. Nella città del XVII secolo era stata imposta una tassa sulla circolazione dei veicoli su ruote. Per questo motivo le carrozze furono convertite in pesanti slitte trainate da cavalli.

Un cambio di sensibilità sospetto?

In cinque anni tanto è cambiato: le molte critiche ricevute dai visitatori e la collaborazione tra i curatori dell’esposizione e alcuni intellettuali – lo storico della schiavitù Leo Balai, la documentarista di origini surinamesi Ida Does, la sacerdotessa Winti Marian Markelo e il regista e attore teatrale Jörgen Tjon a Fong – hanno convinto la direzione del museo della necessità dell’operazione.

Per discutere della maggiore inclusività interculturale non più schiacciata sulla retorica coloniale olandese, l’inaugurazione della mostra è stata anticipata da un “simposio” aperto a curatori museali, intellettuali interessati alla questione e stampa. Con l’occasione è stata presentata inoltre Dutch Masters Reviewed, la storia inedita attraverso ritratti fotografici di 13 abitanti di colore di Amsterdam e non solo del XVII e XVIII secolo.

Che non si sia trattato, almeno in parte, di un’astuta operazione di “history-washing” per la promozione di un’inclusività di facciata ad uso e costume dei tanti turisti internazionali e gli olandesi di seconda e terza generazione che (non) affollano le sale dei musei di Amsterdam, è un’ipotesi affascinante proprio perchè maliziosa. Come dire, anche qui saranno, se non i piccoli tribunali della storia, i nuovi Amsterdamers a decidere delle intenzioni e dei fini “revisionistici” promossi a livello istituzionale.

Perchè dunque rinunciare a quella comoda etichetta? La cronaca è relativamente breve ma interessante. Pochi mesi fa, l’Amsterdam Museum, l’Hermitage e il Frans Hals di Haarlem hanno deciso di abbandonare la dicitura “Gouden Eeuw” e di rimuoverla fisicamente da tutti gli spazi da loro gestiti. Ne è scaturito un pandemonio di polemiche e accuse reciproche.

 

Chi ha paura dell’età dell’oro?

Nei Paesi Bassi il termine “Età dell’oro” è ampiamente usato per indicare il periodo che coincide approssimativamente con il XVII secolo. 

Come scrive Pieter Lodewijk Muller nel libro Onze Gouden Eeuw del 1897: “c’’è un olandese civilizzato che non sa che quelle parole possono applicarsi solo a quel periodo della nostra storia legato alla partenza di Leicester nel 1587 e alla Pace di Utrecht nel 1713?”

Civiltà ed esclusività, dunque. A quel tempo la Repubblica delle Sette Province Unite era una potenza economica e militare mondiale.



Ricorda Tom van der Molen, uno dei curatori della mostra e autore del pamphlet Whose Golden Age? On A Term That’s Not Fit For Purpose, che il termine “Età dell’oro” è diventato di moda durante il XIX secolo, quando la storia è stata piegata a interessi nazionalistici e i Paesi Bassi hanno dovuto unirsi intorno all’orgoglio per i propri eroi e ai periodi di prosperità.

All’inizio del ‘900, quando si iniziò a definire con precisione l’identità nazionale olandese – civilizzata, il va sans dire – la retorica di una narrazione propagandistica aveva già raggiunto la sua vetta: “il vigore e la fama di Firenze e Venezia sembravano essersi ritrovati nei Paesi Bassi” e solo l’Atene di Pericle poteva costituire un esempio mitico a cui ispirarsi.

Proprio perché diffusasi in un paese così piccolo ma economicamente ricco, quella retorica è stata maggiormente enfatizzata: non solo si è costruita una visione della storia idealistica e unificante – cosa del resto comune a molte storie patrie in quel tempo – ma è come se un po’ di quell’oro potesse ancora impreziosire l’identità di un cittadino olandese e giustificare la sua supposta superiorità civilizzatrice.

Come scrive lo storico Johan Huizinga in un bel saggio del 1941 – Dutch Civilization in the Seventeenth Centuryil problema è il nome stesso che viene attribuito a quel secolo. Età dell’oro richiama infatti l’Aurea Aetas della mitologia greca raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio. Ma è un nome non appropriato – secondo il parere del celebre storico – perché la prosperità economica e culturale di quel secolo è legata non alla pacatezza delle forme quanto all’operosità del “legno e acciaio, pece e catrame, vernice e inchiostro, audacia e pietà, spirito e immaginazione”.

Ciò che caratterizza la descrizione del secolo d’oro è proprio il recupero classicheggiante degli ideali di pace e del progresso etico e morale. Invece di descrivere la durezza della conquista, del conflitto e della repressione, il linguaggio è stato edulcorato tanto da far sembrare che il commercio sia giunto spontaneamente nei porti di Anversa e Amsterdam.

Se in un tempo di guerre – soprattutto quelli con le potenze dell’epoca Spagna, Francia e Inghilterra – la retorica dell’innocente Davide contro Golia era più che giustificata, oggi non può che apparire una ricostruzione distorta e falsata. Età dell’oro è sulla bocca di tutti gli olandesi e non solo: viene insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado e viene riproposta – per spingere il marketing autopromozionale olandese – in qualsiasi salsa.

Il marketing del secolo d’oro

Nel 2019 si è celebrato il 350° anniversario della morte di Rembrandt e tutte le manifestazioni non hanno potuto esimersi dall’accostare il nome del celebre artista a quello della Golden Age. Dal Rijksmuseum di Amsterdam al Maurithuis all’Aia.

Città come Middelburg e Hoorn, tradizionalmente fuori dai grandi giri turistici, hanno fiutato la potenza del brand e si sono gettate a capofitto nell’organizzazione dei propri festeggiamenti. Nel proprio sito web la città di Middelburg da un lato si riferisce alla schiavitù come a “una macchia nera nella propria storia”, dall’altro si affretta a definirsi “strenua sostenitrice dei diritti umani, premiata col Four Freedoms Award della Roosevelt Foundation”. Ma la schiavitù non è stata ovviamente una parentesi infelice nel roseo alveo fatto di progresso e innovazione, un neo nell’immagine ingenua di cui gli olandesi possono essere orgogliosi.

A Hoorn, città natale di Jan Pietersz Coen (1587-1629), discusso generale olandese, governatore della Compagnia Olandese delle Indie Orientali a Giava e fondatore della colonia Batavia nel 1619, la sua eredità è ambigua: amministratore capace e competente, architetto del nuovo monopolio commerciale olandese, Coen è stato responsabile dello spopolamento delle isole Banda, durante il quale migliaia di persone persero la vita. Nel 2012, la popolazione della cittadina costiera votò per rimuovere la statua dell’ “eroe” nazionale: entrambi gli eventi, il genocidio di Banda e la rimozione del monumento, sono descritti nella brochure del comune come “aspetti di un lato oscuro”. Sic e simpliciter.



Forse il problema maggiore dell’etichetta “Golden Age” – al di là della legittimità delle strategie di promozione culturale per la sostenibilità economica di musei e istituzioni culturali – è proprio quello di costringere la storia a una visione monolitica. Metodologicamente, il ribaltamento di prospettiva potrebbe essere non meno idealistico della necessità del secolo scorso di costruire un’identità e una storia patria fondate su orgoglio nazionale. Almeno, però, categorie come paura, vergogna e senso di colpa potrebbero sviluppare nuove piste di ricerca.  

Vale la pena allora sostituire il termine “età dell’oro” con “XVII secolo”? Non si perderebbe così un tratto importante dell’auto-rappresentazione olandese nel corso degli ultimi due secoli? La soluzione diplomatica di ribattezzare per l’ennesima volta la mostra all’Hermitage avrebbe solo un problema: “Ritratti di gruppo dell’età dell’oro che ora declassiamo a XVII secolo per questioni etiche e di inclusione sociale” sembrerebbe un film in costume della Wertmüller, più che l’accattivante titolo di uno dei musei più visitati di Amsterdam.

Ma neanche l’Hermitage può concedersi di perdere un solo visitatore.