Traduzione: Elena Basilio

Vent’anni fa Paul Scheffer ha lanciato l’allarme: il suo saggio “Het multiculturele drama” spiegava come i Paesi Bassi debbano essere consapevoli del rischio derivante da una scarsa integrazione delle minoranze etniche. A suo parere, infatti, non è possibile ottenere l’integrazione e, allo stesso tempo, preservare la propria identità, un’affermazione che fa pensare che ciascuno di noi non possa avere che una identità. Tuttavia, il mio accento americano, il mio realismo olandese e il mio humour liberiano mettono questa idea in discussione.

Il manifesto di Scheffer inoltre decretò l’inizio dell’era di un pericoloso “altro” da identificare nei figli degli immigrati di origine non europea. È comprensibile che i nuovi arrivati abbiano segnalato le proprie preoccupazioni e siano rimasti delusi dalla mancanza di risposte, ma è incomprensibile come ciò abbia portato a razzismo ed emarginazione. Mentre Scheffer auspicava l’integrazione, gli immigrati di seconda generazione si sono effettivamente integrati, anche se sono ancora sovrarappresentati nei dati sulla criminalità. Però hanno sempre più spesso un impiego, hanno diplomi universitari e hanno colmato le loro carenze linguistiche.

Una ricerca dell’Istituto per la Ricerca Sociale (SCP) mostra però come questo sia un problema. Infatti, sono proprio i più istruiti e “di successo” a sentirsi meno accettati dalla società poiché alcuni olandesi bianchi temono che chi si adatta finisca con l’avere più successo di loro. Per Scheffer, però, gli esclusi di ieri sono destinati a diventare i residenti di domani. Sempre però che agli immigrati venga data la possibilità di dare la loro opinione e di porre le basi per la costruzione della società del futuro.

L’integrazione non è il modo in cui gli stranieri si relazionano con il modello di riferimento “bianco” ma, dal momento in cui immigrati di varia provenienza devono imparare anche a convivere tra di loro, è anche il significato che quel modello ha per loro. Per me integrazione significa diventare una parte del tutto, in una situazione nella quale non ci si può dispiacere per quanto si ha perso, perché si ha guadagnato così tanto. Come scrisse l’autrice americana Octavia Butler in La parabola del seminatore: “Tu cambi tutto ciò che tocchi. E tutto ciò che cambi ti cambia”.