di Nicolò di Bernardo

 

 

D’inverno l’attenzione mediatica sui migranti scema ma gli sbarchi non si arrestano e da 4 anni ormai, la traversata del Mar Mediterraneo non lascia il centro della cronaca. Ma con l’intreccio tra la crisi libica e l’emergere dal web di un fronte anti-migranti materializzatosi nella barca anti-ONG del gruppo di estrema destra “Defend Europe”, la crisi umanitaria ha cambiato le sue dinamiche: meno Stato e più centralità a chi vuole salvare i migranti e a chi, invece, vorrebbe respingerli. Eugenio Cusumano è ricercatore in International Relations and European Union Studies presso l’Università di Leiden. Da anni studia il ruolo degli attori non statali nelle crisi umanitarie a terra e in mare, e di recente si è concentrato sul coinvolgimento delle ONG nelle operazioni di ricerca e soccorso nel mare Mediterraneo.

La sua non è soltanto una conoscenza teorica: Cusumano, originario di Messina, è stato a bordo della nave della ONG tedesca Sea-Watch, per osservare da vicino i salvataggi.

 

Ai tempi le ONG avevano deciso di intervenire visti gli scarsi risultati di Triton. Ora si dice: è finito tutto.

Non è finito tutto. Alcune ONG hanno sospeso le operazioni, altre restano attive. Questo vale per SOS Mediterraneé che opera tutto l’anno e adesso è in mare e per Sea-Watch, che ha comprato di recente una delle vecchie navi di MSF. Altre invece hanno sospeso le operazioni come MOAS o Save The Children.

 

Sea Watch

Come operano oggi le ONG dopo la stretta del governo italiano?

In generale continuano ad operare come hanno sempre operato. Ci sono due fattori che hanno determinato davvero delle differenze operative e l’abbandono di alcune ONG. Il primo è la presenza della guardia costiera libica, che è molto aggressiva: ha aperto il fuoco contro le navi delle ONG in più di un’occasione, e spesso esercita violenza contro i migranti che soccorre. E poi c’è il fatto che in seguito all’accordo tra Minniti e i sindaci della Libia, in questo momento il flusso si è effettivamente ridotto. Per questo alcune ONG possono anche aver ritenuto che, di fronte a tutte le possibilità di intervenire in diversi teatri, forse la ricerca e soccorso nel Mediterraneo non è più una priorità. Perché in effetti per il momento non ci sono più così tanti migranti da salvare.

 

Sarà così anche dopo l’inverno?

Difficile a dirsi. L’accordo con i sindaci della Libia è un punto interrogativo: non si sa quanto durerà ed è probabile che il tappo salti nei prossimi mesi, perché è un accordo con attori che non possiamo ritenere particolarmente affidabili. Ormai lo sappiamo, è quasi una forma di racket. Noi paghiamo tribù che sono (o meglio, erano) coinvolte nel traffico. Paghiamo perché non traffichino più uomini, quindi dobbiamo continuare a dargli più di quanto non guadagnerebbero attraverso il traffico, che per loro resta sempre un’opzione.

 

Le ONG sono considerate un “pull factor”. E’ così?

No. Non esiste nessuna correlazione statistica tra la presenza o meno di assetti di ricerca e soccorso in mare e l’aumento nel numero degli arrivi dei migranti in viaggio per il Mediterraneo.
L’unica cosa che si può dire in tutta onestà è che le operazioni di ricerca e soccorso, a prescindere che siano svolte dalle ONG, dalla marina militare o dal solo naviglio mercantile, in un certo senso facilitano i trafficanti. Può essere che chi traffica abbia ritagliato il proprio modello operativo attorno alle possibilità che la situazione gli offre. D’altra parte, è evidente che usare questo tipo di argomento per fermare le operazioni di salvataggio non regge sul piano del diritto. Per fare un esempio, la presunzione di innocenza e i tre gradi di giudizio sono sicuramente d’aiuto ai mafiosi, ma non per questo dovremmo rinunciarci.

 

Eugenio Cusumano

Tu tra l’altro sei stato in quelle acque. Hai mai avuto contatti con i libici?

Sì, sono stato lì con Sea-Watch due anni fa. Per fortuna non ho incontrato la guardia costiera libica in prima persona. La nostra missione però è durata meno del previsto proprio perché già ai tempi c’era stato un attacco ai danni di una nave di MSF, la Bourbon Argos, da parte di una motovedetta e un motoscafo. Iniziarono a sparare colpi di Kalashnikov all’altezza del ponte. Il problema, e questa è una delle cose che non vengono capite quando si accusano le ONG, è che la situazione a largo della Libia è molto ambigua. C’è tutta una serie di imbarcazioni che a volte si trovano a distanza visiva dai barconi dei migranti e che in effetti non è facile identificare. Sono trafficanti che hanno scortato il barcone fuori dalle acque territoriali libiche? Sono pescatori che erano lì per caso? Sono facilitatori? Sono approfittatori di varia natura che aspettano che il barcone venga evacuato da una ONG per potersi prendere il motore? Perché i motori valgono tanto sul mercato nero in Libia, puoi farci diverse migliaia di euro.

 

Lo stesso motore che il codice di condotta di Minniti chiederebbe alle ONG di distruggere

Esatto. Ma ovviamente parliamo della Libia, un paese che esce dalla guerra civile, e quindi la stragrande maggioranza dell’equipaggio di queste imbarcazioni è armata. E allora che cosa si può realisticamente chiedere a degli attivisti disarmati? Di prendere il motore rischiando una reazione violenta libici? Non è un’operazione proprio facile o raccomandabile quando ti trovi vicino a qualcuno che magari ci può fare dei soldi. Un conto è se lo fa una nave militare, un altro è una ONG.

 

Un salvataggio (Fonte: Sea Watch FB profile)

Ma allora perché le ONG entrerebbero così tanto nelle acque territoriali libiche, come qualcuno sostiene?

Gli attivisti sono terrorizzati dal contatto con la guardia costiera libica, e proprio per questo sono entrati nelle loro acque territoriali molto di rado, contrariamente alle accuse che gli sono state mosse.

La Libia poi non ha un governo centrale stabile, e nella cosiddetta “guardia costiera” ci trovi un po’ di tutto. C’è una guardia costiera municipale, che è nota per essere a libro paga delle milizie e complice dei trafficanti. C’è la guardia costiera ‘ufficiale’ controllata dal governo di al-Sarraj e addestrata dall’Unione Europea. Vista la fragilitá del governo di al-Sarraj, anche da loro non ci si può aspettare granché, se non che facciano vedere che si danno da fare, salvando questi migranti per poi portarli in Libia. E chiaramente lo fanno a modo loro, usando violenza sui migranti per riportarli indietro contro la loro volontà. La loro priorità sembra essere quella di condurre operazioni di interdizione piuttosto che di ricerca e soccorso.

E anche le ONG rischiano di finire in mezzo, spesso anche soltanto a stare in acque internazionali. Per esempio a MSF hanno sparato, a quelli di SeaWatch qualche settimana fa lanciarono patate, mentre raccoglievano vivi e morti. E’ successo anche che due attivisti di Sea Eye fossero arrestati in acque internazionali. E appunto parliamo di un paese nel caos come la Libia: il confine tra “rapimento” e “arresto con rilascio su cauzione” tante volte è solo una questione semantica.

 

Chi sono le figure che vivono su una nave come quella di SeaWatch?

E’ una galleria di ritratti umani affascinante. Il nostro comandante era il primo comandante della Rainbow Warrior di Greenpeace, un vecchio inglese, lunghi capelli bianchi, un uomo di mare. Proprio la natura del comandante mi ricorda questo: c’è tutto un mondo dell’attivismo in mare che è affascinante e poco studiato. E di questo fanno parte anche molti giovani. Ricordo in particolare un ragazzino, attivista di Sea Shepherd e già esperto nel sabotaggio delle baleniere. Mi diceva: “sai, alla fine salvare le balene e salvare i migranti è un po’ la stessa cosa”. Però ecco c’è questa idea: il mare è sempre stato, sin dai tempi dei pirati, uno spazio di ribellione e attivismo politico. Le acque internazionali sono uno spazio in cui nessuno Stato è sovrano.

 

In questo tipo di libertà possono anche nascere forme di attivismo inaspettate, come Defend Europe. Hai avuto a che fare con loro?

Sì, ne ho intervistati un paio perché da un punto di vista accademico quello che hanno fatto è molto interessante. Hanno deciso di mettere in piedi una missione marittima, ma a modo loro: imitando le ONG che volevano combattere e diventando il loro “alter ego” di estrema destra.

La loro missione ora è terminata, e la considerano un successo. In realtà dal punto di vista operativo hanno avuto tanti problemi. E soprattutto, hanno dovuto cambiare la strategia iniziale. Quando sono partiti volevano sabotare le navi delle ONG, poi si sono resi conto che l’assalto a una nave in acque internazionali è pirateria, e cioè un crimine contro l’umanità. Così si sono reinventati loro stessi come ONG, con un particolare tipo di soccorso: aiutare la guardia costiera libica a salvare i migranti e riportarne indietro il più possibile.

 

Defend Europe (Fonte: Pagina FB Defend Europe)

Cosa succederà adesso a Defend Europe?

Per ora sono soddisfatti: in questo momento ci sono molte meno ONG di quante non ce ne fossero prima. Se poi la situazione dovesse evolversi nuovamente verso la presenza di più ONG e un aumento degli arrivi in Italia, allora potrebbero riprovarci. Quello che vorrebbero loro è l’approccio australiano: ritengono che se noi effettivamente riuscissimo a chiudere la strada ai migranti, allora non ci sarebbero più morti perché nessuno si metterebbe in mare. Naturalmente ci sarebbero ancora morti in Libia o nel deserto. Ma questo non è un problema nostro, noi non li vediamo. Occhio non vede, cuore non duole.