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Etty Hillesum: l’Olanda, gli ebrei e l’occupazione nazista. Storia dell'”altro diario”

Pensieri personali, riflessioni sul dramma degli ebrei nell'Olanda occupata: profondità e senso della vità nel diario meno noto

di Martina Bertola

 

Il diario olandese più noto al mondo, simbolo della tragedia dell’Olocausto è sicuramente quello di Anne Frank, che chiusa con la sua famiglia nel nascondiglio segreto, raccontò tramite la sua sensibilità di adolescente cosa accadde in quegli anni di guerra ad Amsterdam.

Un altro diario, però, meno conosciuto offre una nuova testimonianza preziosa di quel periodo. È quello di Etty Hillesum, una ventottenne ebrea originaria di Deventer, che negli anni ’40 si trovava a lavorare ad Amsterdam.

Il diario di Etty Hillesum è più complesso nelle sue riflessioni rispetto a quello di Anne Frank, complice sicuramente la differenza d’età e di maturità, e per questa difficoltà filosofica è stato pubblicato solo nel 1981.

Etty lavora ad Amsterdam sia nel Consiglio Ebraico, tramite il quale ebbe più di una volta la possibilità di salvarsi dalla deportazione, possibilità che lei rifiutò perché volle condividere il destino della sua gente, sia come segretaria dello psico-chirologo Julius Spier, che la introdusse alla psicologia junghiana e alla filosofia agostiniana, e con il quale intrattenne una relazione che oscillò tra il rapporto allieva insegnante, l’amicizia e l’amore.

Nel ’42 Hetty lavorò come assistente sociale a Westerbork, il campo di smistamento da cui partivano i convogli destinati ai campi di concentramento polacchi, e lì la sua maturità si consolidò, prevaricando gran parte delle insicurezze e delle ansie personali che la attanagliavano quando l’anno prima aveva iniziato a scrivere.

Quello che sorprende nella lettura del diario è la forte consapevolezza di ciò che sta avvenendo, ma allo stesso tempo un rifiuto totale di cedere al pessimismo, alla rabbia e all’odio.

“Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.”

“Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile.”

Il diario, però, non raccontava soltanto questa bontà sconcertante e non banale, approdo di numerose riflessioni stimolate da filosofi, poeti, come Rilke, e dalla Bibbia. Etty raccontò nei due anni in cui scrisse dal ’41 al ’42, la propria crescita personale e intellettuale, ponendosi domande sulla lingua, sulla letteratura, sul senso dell’amore e della vita.

Con un grande senso di modernità più di una volta si soffermò sul suo essere donna e sul significato dell’amore.

“Noi donne vogliamo eternarci nell’uomo. Io voglio che lui mi dica: tesoro, tu sei l’unica per me e ti amerò in eterno. Ma questa è una favola. E fintanto che non me lo dice, tutto il resto non ha senso e non esiste. E il buffo è che non voglio affatto – non vorrei avere S. come eterno, come unico uomo -, però pretendo il contrario da lui. Forse pretendo un amore assoluto proprio perché io non ne sono capace? E poi, desidero sempre lo stesso livello di intensità mentre so bene che una cosa simile non esiste”

Anche la sua fede è matura e lontana dall’ortodossia ebraica. Quello che Etty racconta non è un Dio trascendente, ma un Dio personale, che è presente nelle profondità del suo animo, come una “forma perfetta” presente in ciascun essere umano, l’origine della vita.

In questa fede in Dio, ma soprattutto nell’uomo, Etty trovò la sua forza.

« Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. »

 Le ultime notizie che dà di lei sono poche righe su una cartolina lasciata cadere da un treno in corsa e indirizzata all’amica Christine van Noten:

“Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Arrivederci da noi quattro”. 

Era il 7 settembre del 1943, due mesi dopo Etty Hillesum morì nel campo di sterminio di Auschwitz lasciando al mondo in eredità le sue parole di speranza.

 

 

 

 


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