di Chiara Canale
picture credits: Bex Gunther

Una piramide a Milano. Su Instagram, Milanpyramid è il nome di Aya Mohamed, nata nel 1996 in Egitto e cresciuta a Milano. È musulmana, femminista e influencer con la passione per la moda.

Con lei abbiamo parlato dell’immagine che l’Italia ha delle persone musulmane e del pericolo dell’islamofobia causata dai pregiudizi, dalla non conoscenza e dagli stereotipi che alcuni media contribuiscono a perpetuare. Ci siamo confrontante sul concetto di femminismo e sulla visione di alcune femministe occidentali, che spesso considerano il velo islamico come un’oppressione a priori e, in questo modo, discriminano le persone che decidono di indossarlo. Abbiamo discusso del lavoro di influencer e del contributo che i social possono dare all’attivismo, ma anche delle contraddizioni che questi possono produrre.

Quando e come sei diventata femminista?

Credo di esserlo sempre stata. All’asilo, quando la maestra mi diceva che le femminucce non dovrebbero giocare nella terra o a calcetto coi maschi, io ci andavo apposta. Odiavo mettere le gonne, se mi dicevano di farmi crescere i capelli, io me li tagliavo corti. Poi da grande, quando ho capito che la femminilità non ha nulla di negativo, l’ho riabbracciata. È la società a descriverla sempre come qualcosa di debole, sensibile, delicato, mentre invece è qualcosa di forte, bellissimo e da celebrare.

Cos’è il femminismo per te?

È un movimento che punta a raggiungere la parità nelle opportunità politiche sociali ed economiche tra uomo e donna. Quello che mi piace del femminismo è il rispetto delle scelte delle donne. Qualsiasi scelta si faccia può essere considerata una scelta femminista, a meno che essa non vada a danneggiare l’intero movimento. Rispetto all’aborto, ad esempio, essere pro-vita è dannoso perché toglie alle persone la possibilità di scegliere.

Qual è la posizione dell’Islam sull’aborto? E tu cosa ne pensi?

Nell’Islam l’aborto è concesso, anche se solo sotto determinate condizioni, e io mi trovo d’accordo con questa linea.

Quando hai cominciato a indossare il velo?

I miei genitori mi hanno cresciuta musulmana, ma io ho vissuto la religione in modo superficiale fino ai 16-17 anni. Da quel momento ho iniziato a interrogarmi su quale fosse la mia identità, sulla cultura egiziana e quella italiana. In quel periodo mi sono avvicinata alla mia fede, chiedendomi perché si indossi velo, si faccia il ramadan o si preghi cinque volte al giorno. A 18 anni ho deciso di mettere il velo per coronare il mio percorso, come a dire “sono soddisfatta, voglio accogliere questa nuova identità pienamente”.

Qual è il significato del velo?

L’hijab rappresenta la tua identità religiosa: se vedi una ragazza con il velo, sai che è musulmana. In Egitto o in Marocco è una cosa normale. In Italia dà un messaggio ancora più forte, ci vuole coraggio a portarlo perché ti espone a discriminazioni. Ogni persona ha poi un motivo personale per cui lo mette, e per me è come un promemoria di cosa sono e ciò in cui credo. Non so bene come spiegarlo, forse si può paragonare a un anello, una fede nuziale, che ti ricorda del tuo legame con Dio.

Sono fastidiose tutte queste domande sul velo e sulla tua identità religiosa?

Nessuna domanda è stupida, se fatta con rispetto. Sono tante le domande che ti fa la gente; quando ho iniziato a indossare il velo i miei compagni e professori mi chiedevano se mi avessero obbligata. Io rispondevo divertita perché non sapevo che dietro a quella domanda, come anche dietro alle micro aggressioni o ai commenti di odio, ci sono disinformazione e mancanza di conoscenza. Capita che qualcuno mi faccia un’intervista sulla moda o altri temi e poi ci ritroviamo a parlare del velo, come se la mia identità fosse solo quella. Sarebbe bello che si capisse una volta per tutte cos’è il velo e si andasse verso il prossimo passo, ma l’Italia non è ancora pronta a questo.

Ti è capitato di essere discriminata dalle femministe per il tuo essere musulmana?

Sì, per alcune persone o associazioni non puoi essere femminista se indossi il velo perché è segno di oppressione. In realtà per me è il velo è una scelta femminista in quanto sono io che decido se coprirmi o scoprirmi; così dedico il mio corpo a me stessa, non lascio che venga sessualizzato. Il femminismo occidentale, e in particolare quello bianco, spesso non considera le diversità delle culture e vede l’emancipazione nel rimuovere alcuni capi, ma non nell’aggiungerli. Per me entrambe possono essere una scelta femminista, basta che ti facciano stare bene: se ti senti a tuo agio in bikini, perfetto, io invece mi sento a mio agio vestita così. Sto notando che quest’anno va di moda l’argomento del velo, quindi anche chi prima non se ne occupava ora ne parla. A me fa piacere, ma bisogna sempre interpellare le dirette interessate.

Che cosa fai come attivista?

Il mio attivismo parte dalla mia informazione personale, poi mi occupo di comunicazione. All’inizio scrivevo articoli su mio blog, ora mi invitano nelle scuole superiori per parlare. Inoltre cerco sempre di comunicare con le persone che mi seguono su social, ad esempio dedicando una giornata a un certo tema e parlandone attraverso le dirette su Instagram.

Le lotte femministe oggi vengono amplificate da Internet e dai social media, ad esempio dai post con l’hashtag della “lotta del momento”. È accaduto con #BlackLivesMatter, #Metoo e con il Pride. Questo che impatto ha sulle vere lotte?

Direi positivo, ma diventa negativo quando zittisci le persone interessate, ti appropri della loro storia e ti senti legittimata a raccontarla. Questo è il fenomeno del white savior (cioè quando una persona bianca si erge a “salvatrice” di quelle non bianche che si trovano in uno stato di emarginazione, Ndr).

Il nostro portale si occupa in particolare di Paesi Bassi e Belgio. In Olanda c’è una legge conosciuta come burqa ban, che vieta di coprirsi il volto in alcuni luoghi pubblici e quindi impedisce alle donne di indossare certi tipi di velo. In Italia c’è una legge del genere?

No, ma c’è il pericolo che venga proposta in futuro. In Italia ci sono al massimo tre generazioni di persone musulmane, mentre in Francia o Olanda sono già cinque, sei o sette. Per questo lì c’è un tipo di islamofobia che potrebbe svilupparsi anche in Italia, se il clima politico diventasse ostile. Nel nostro Paese, al di fuori delle grosse città, c’è poca informazione. La colpa è anche dei media: immagina di vivere in un paesino sperduto in montagna, non ha mai visto una persona musulmana e le uniche notizie che senti alla TV sono che i marocchini stuprano, gli egiziani rubano e gli estremisti si fanno esplodere. È ovvio che sei terrorizzato, lo sarei anche io. Perciò c’è ancora molto lavoro da fare.

Lavorando come influencer potresti fare pubblicità ad aziende di moda o cosmetici che perpetuano un’immagine stereotipata della donna. O potresti dare visibilità a imprese che fanno greenwashing*. Cosa ne pensi?

È un punto interessante. Il make up per alcune è antifemminista; io personalmente posso anche uscire di casa senza, ma truccarmi a volte mi fa stare bene, quindi non va contro una logica femminista. Per quanto riguarda gli standard di bellezza, oggi grazie alla body positivity le cose stanno cambiando. Io supporto questa causa, ma preferisco non parlarne perché non è un argomento su cui sono informata in modo approfondito. Riguardo alla sostenibilità, alcune persone mi hanno criticata per aver pubblicizzato prodotti fast fashion**. Magari non sanno che cerco di agire a livello personale: non uso borse in plastica, sono vegetariana da sei anni e sto cercando di diventare vegana. Non acquisto abiti nuovi da tre anni: metto quelli che mi regalano le aziende per cui lavoro o quelli che a mia mamma o alle mie zie non vanno più. Se ho bisogno di comprare qualcosa, vado al negozio dell’usato. Sono cose che non condivido per forza sui social. È bello che le aziende vadano nella direzione della sostenibilità, e spesso è più facile per un’azienda grande che per una piccola, perché produrre green ha dei costi. Molte persone non possono permettersi di comprare etico: è una cosa elitaria e di classe. Spesso anche la verdura o le scarpe da ginnastica non sono etiche perché c’è dietro lavoro sfruttato, e lo sappiamo, ma tra un’esigenza e uno sfizio ci ritroviamo a comprarle. È difficile essere coerenti al 100%.

 

*Greenwashing: avviene quando un’azienda finge di preoccuparsi dell’ecologia facendo delle piccole operazioni sostenibili, ma poi la maggior parte della produzione è dannosa per l’ambiente.

**Fast fashion: letteralmente “moda veloce”. Capacità delle grandi catene della moda di produrre rapidamente e a basso costo capi con un ciclo di vita breve.