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ESCAPING CONFLICTS, la forza e la vulnerabilità di migranti e richiedenti asilo viste da vicino

Domani alle 16:30 il secondo appuntamento di SHIFTING SCENES dedicato ai migranti, tra identità sospese e questioni di genere

Chi è il migrante? Non è cittadino né uno straniero esotico, ma qualcuno che si muove per cercare qualcosa e per fuggire da qualcos’altro. É sempre sospeso su una soglia. Nel muoversi attraversa frontiere, sempre in cerca di un luogo dove poter esistere. 

Il rifugiato che ha ottenuto lo status ha concluso un percorso, è stato protetto tra mille difficoltà. Il migrante è un’azione in divenire, un corpo che si muove lentamente, costretto dalle circostanze: anni spesi per sopravvivere ad un deserto, per condividere una mattonella in qualche spietata carcere libica, poi l’abisso del mare e di nuovo l’odissea senza ritorno della detenzione e della sospensione di un’attesa senza fine. 

Che il migrante vada soltanto perché gli va non è solo un’idiozia disumana ma ci mette nudi allo specchio.

Se l’europeo che emigra è un cervello in fuga, il migrante sarebbe solo un corpo che ci minaccia perché si sposta. Un corpo che al massimo ci muove a compassione: occhi sbarrati, mani tese, arti martoriati, ventri gravidi. Tutta l’esistenza del migrante è affidata ad una disciplina del corpo separata da tutto il resto.

Migrante non è neanche il nome che ha dato a se stesso: è una categoria che usiamo per interderci, una massa di numeri, un modo per rassicurarci. 

Se volessimo fare lo sforzo di capirne di più non dovremmo allora considerare le persone, non dovremmo forse ritornare ai nomi, ai desideri e alle paure di chi scappa da situazioni di guerra, fame, povertà e discriminazione sessuale?

Certo, chi scappa da uno dei Paesi in cui l’omosessualità è perseguita, i segni delle violenze se li porta sul corpo ma sono soprattutto cicatrici dell’anima.

Per ESCAPING CONFLICTS, secondo appuntamento di Shifting Scenes, la nostra rassegna di proiezioni e dibattiti su questioni d’attualità raccontate da un punto di vista differente, conosceremo le storie di Noah, Berouz, Omar, Cyrille, Noah e Mohamad. In alcuni casi ne sentiremo soltanto le voci registrate, in altri le emozioni che affiorano nelle loro espressioni saranno protagoniste dei quattro cortometraggi:

“Refugee Blues. A Documentary Poem” di Stephan Bookas e Tristan Daws. Rileggendo i versi di “Refugee Blues”, scritti da W.H. Auden nel 1939, il campo ci racconta una giornata nella “giungla”, il campo profughi fuori Calais.

“Nowhere Line: Voices from Manus Island” di Lukas Schrank. A partire dalle testimonianze di Behrouz e Omar, due richiedenti asilo detenuti nel centro di Manus Island in Australia, il film ripercorre il pericoloso viaggio che li ha portati sull’isola e i loro ricordi della rivolta scoppiata nel 2014 in seguito all’inasprimento della politica immigratoria da parte dello stesso governo australiano.

“Irregulars” di Fabio Palmieri. In una catena di montaggio gambe, braccia e tronchi di manichini vengono assemblati e dipinti di rosea carne. I rumori della fabbrica esaltano il racconto ipnotico di Cyrille Kabore: un’odissea di numeri identificativi, corpi seviziati e morte.

“The Migrant Mixtape” di Eli-Jean Tahchi. Messaggi audio registrati da migranti lgtb alla ricerca di asilo in Canada per sfuggire alla persecuzione e alla violenza omofobica nel loro Paese di origine.

A seguire, Jean Christophe Husson e Andrea Wainer, un fotografo e un produttore che lavorano sulla situazione di vulnerabilità e in gran parte non documentata dei richiedenti asilo LGBTQ discuteranno del loro progetto NO LAND FOR LOVE.

L’appuntamento è domani sabato 25 maggio a partire dalle ore 16:30 alla galleria 4bid presso l’OT301

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