“Tuttele persone del Mare del Nord sono collegate tra loro”, dice Hans de Boer, presidente della VNO-NCW, la Confindustria olandese, mentre guarda fuori dal suo ufficio al dodicesimo piano all’Aia.

Inizia così il pezzo dell’Economist dedicato alle ambizioni di “potenza” dell’Olanda post-Brexit. L’addio del Regno Unito all’UE è certamente un danno sul piano economico, con la prospettiva del 3% di PIL perso per strada entro il 2030: ha detto peggio solo all’Iralnda, scrive ancora il settimanale economico britannico, per sottolineare la preoccupazione dilagante in ambienti finanziari olandesi.

Ma potrebbe aprire nuovi e inediti scenari proprio per la particolare posizione che l’Olanda si è ritagliata. Da un lato l’ipotesi di una Nexit è piuttosto improbabile, dall’altro il più grande sponsor UK in Europa, punta a prendere il posto di Londra come guida liberale. 

E cosi Mark Rutte si è risvegliato euro euntusiasta e da settimane si è buttato a capofitto nel dibattito europeo, prima parlando a Berlino, con un discorso inedito ed europeista poi incontrando il presidente francese Emmanuel Macron. Come ricorda l’Economist, il fulcro della loro azione è un documento firmato insieme ad altri 7 Paesi del nord che punta a limitare la condivisione del rischio di quei paesi con economie instabili, le misure d’austerità e il mercato interno. 

Per il settimanale britannico, la svolta europeista vuole dire due cose: la Brexit richiederà agli olandesi di ricalibrare il loro equilibrio diplomatico (vecchio quattro secoli) tra Francia, Germania e Gran Bretagna, quindi costruire coalizioni di Stati ad hoc su tematiche singole. Di fatto, esportare il modello consociativo olandese di governance al continente.