Per la maggior parte della storia, la cultura tradizionale è stata dominata da una prospettiva “bianca”, con la visione del mondo modellata da uno sguardo “candido”. Oggi per la prima volta questa prospettiva si sta erodendo, come raccontano Alex Bennett Grant e Mark Lester dell’agenzia pubblicitaria We Are Pi di Amsterdam. 

We are Pi è un’azienda anglo-giamaicana che, tra le altre cose, ha realizzato un documentario sulle origini black e gay della House Music, una serie che sostiene le imprenditrici nere e ha combattuto contro i pregiudizi razziali nei casting degli attori.

Fine della prospettiva bianca?

L’uccisione brutale e ingiustificata di George Floyd ha scatenato non solo un’ondata di proteste globali, ma una riflessione sulla natura della razza e sul suo ruolo nella società.

Libri come White Fragility (Fragilità bianca) e Why I’m No Longer Talking to White People About Race (Perché non parlo più di razza con i bianchi) sono saliti in cima alla lista dei bestseller, mentre le persone di tutto il mondo si prendono un momento per riflettere. Mentre le persone di colore sono state costantemente rese consapevoli del loro essere “neri”, per molti bianchi questa è la prima volta che viene fatto loro pensare alla loro “bianchezza”.

Questo momento non è venuto dal nulla, si sta costruendo lentamente da decenni. Rappresenta la graduale erosione della “prospettiva bianca”: la visione dominante della cultura occidentale per tutto il tempo in cui è stata in circolazione.

Se sei bianco può essere facile non rendersi conto di quanto la cultura tradizionale sia rappresentata attraverso gli occhi bianchi, ma se sei nero è qualcosa per cui hai combattuto per tutta la vita. La prospettiva bianca è una potente, inconsapevole forma del mondo che solo ora viene veramente messa in discussione. Ha creato un mondo dove i supereroi hanno la pelle pallida, dove gli anni ’60 sono visti come un decennio prospero e dove la musica non basata sulla chitarra è facilmente classificata come “urban”.

La rimozione del filtro bianco

Nell’ultimo decennio sempre più voci nere si sono fatte strada nei luoghi di maggior influenza culturale: scrittori, magnati della musica e allenatori sportivi. Così facendo, hanno cominciato a rimodellare la cultura popolare e a togliere il filtro bianco dal mondo come lo vediamo.

Spettacoli come Insecure sono stati scritti da autori di colore e si traducono in rappresentazioni più sfumate delle persone black. I personaggi non sono visti principalmente attraverso gli occhi della loro controparte bianca e non sono necessariamente definiti dal colore della propria pelle.

Issa Rae, la creatrice e star dello spettacolo, sentiva che non avrebbe avuto un percorso tradizionale nel mondo dello show business. Così ha creato Awkward Black Girl, una serie su YouTube che l’ha spinta al successo e le ha fatto ottenere un contratto con la HBO. Lo spettacolo è stato lodato per aver creato una visione più realistica e non stereotipata dei personaggi di colore.

Malorie Blackman è la scrittrice britannica che ha creato Noughts and Crosses, ora una serie drammatica della BBC, che immagina un mondo in cui è l’Africa ad aver colonizzato l’Europa. Fa parte di una serie di importanti opere d’arte che sfidano più attivamente la prospettiva bianca e ci chiedono di riflettere attivamente su come essa plasma i nostri punti di vista.

S’inizia ora ad accettare che non c’è una legge immutabile che dice che gli attori di colore devono interpretare ruoli ‘da neri’. C’è stata indignazione per l’annuncio di attori black che hanno preso i ruoli di Ariel nella Sirenetta e Hermione Granger in un adattamento teatrale di Harry Potter. In realtà Hermione non è mai stata descritta come bianca nei libri, la maggior parte di noi ha solo dato per scontato che lo fosse.

L’incredibile successo di Black Panther non può essere sottovalutato. Per la prima volta abbiamo visto che le persone di colore possono essere supereroi. Questa sarà la prima generazione di ragazzi black a crescere con una versione eroica di se stessi da ammirare sul grande schermo.

Riscrivere la storia

Se la cultura bianca ha spesso indiscutibilmente considerato l’epoca degli imperi europei come periodi di grande orgoglio nazionale, oggi, sempre più spesso, ci troviamo di fronte a una visione alternativa. Mentre gli accademici e gli storici svolgono il loro ruolo, spesso sono le voci e le istituzioni culturali moderne ad avere il maggiore impatto mainstream.

Nei Paesi Bassi, il Museo di Amsterdam ha recentemente deciso di porre fine all’uso di “L’età dell’oro” in riferimento al XVII secolo. Questo è stato liquidato come “una sciocchezza” dal primo ministro Mark Rutte, ma ha scatenato un importante dibattito nel Paese.

Questo momento è uno di quelli in cui si chiede un nuovo livello di azione per affrontare il razzismo sistemico. Le industrie culturali, creative e dei media devono riflettere sul “candore” della nostra prospettiva e fare passi concreti per affrontarlo.

Vi è ancora molto da fare, ed è importante che il peso di queste responsabilità sia ora condiviso da coloro che sono bianchi. È tempo di riflettere veramente sulla “whiteness”. Sollevare il filtro bianco dai nostri occhi e dal lavoro che creiamo, e ritrarre il mondo così com’è veramente.