CoverPic@Peter Maas | Wikimedia | CC 3.0

di Simone Gregorio

Vi sono idee che divengono il perno di una vita intera e che possono portare a grandi risultati o tramutarsi in ossessioni. Per Eugène Dubois era di trovare il famigerato “anello mancante” e dimostrare così l’esattezza della teoria dell’evoluzione.

Quello che per altri sarebbe stato solo un sogno ad occhi aperti, lo porta nelle più inospitali regioni toccate dal colonialismo olandese, gli fa raggiungere un inaspettato successo ma lo porta anche a chiudersi in sé stesso e a nascondere le sue scoperte al mondo intero.

Chi è Eugène Dubois?

L’uomo che doveva scoprire l’anello mancante era un medico olandese nato a metà Ottocento nel Limburgo. L’interesse per la natura lo spinge verso la carriera medica: anche col camice addosso, comunque, si interessa più che altro a sezionare animali e a ipotizzare una parentela fra specie diverse.

Si era allora nel bel mezzo della rivoluzione portata dalla teoria dell’evoluzione, di cui Dubois è un fervente sostenitore. Inoltre medico scambia lettere con Ernest Haeckel, naturalista e grandissimo sostenitore dell’evoluzionismo in Germania. Haeckel è però ben consapevole delle sue lacune, come l’assenza di un missing link tra l’uomo e gli altri primati.

Fino ad allora, infatti, erano stati ritrovati in vari paesi europei solo i resti di uomini preistorici anatomicamente moderni, oltre all’uomo di Neanderthal, che però non era abbastanza “primitivo” per poter essere considerato l’anello mancante. 

In assenza di un candidato adatto, Haeckel fa la cosa più naturale del mondo: crea l’anello mancante a tavolino. Decide che la forma intermedia tra scimmie ed esseri umani doveva chiamarsi Pithecanthropous alalus, ovvero un uomo scimmia non ancora in grado di parlare, e immagina che sia vissuto in Asia. 

E se fosse l’Asia la culla dell’umanità?

Questa ipotesi serve da stimolo a Dubois, che nel frattempo si è definitivamente indirizzato verso la ricerca scientifica, a dedicarsi alla ricerca del pitecantropo. Secondo lo scienziato tedesco, la culla dell’umanità deve essere l’Asia e non l’Africa, come giustamente riteneva Darwin e come poi è risultato dai ritrovamenti di fossili nel secolo scorso.

Alla base di tale convinzione vi è un’altra teoria errata sostenuta da Haeckel, e cioè che il parente più prossimo dell’uomo sia una scimmia asiatica, il gibbone.

Alla volta dell’Indonesia

Questa è la linea seguita anche da Dubois, che pur di farsi spedire in Indonesia, allora colonia olandese, decide di servire per otto anni come medico dell’esercito. È un viaggio rischioso, tanto più che l’ambizioso medico, che porta con sé la moglie e la figlia piccola, rischia più volte la vita per le malattie tropicali. Per un soffio riesce a sfuggire agli attacchi di tigri e cinghiali. Le autorità coloniali, visto il suo zelo nel raccogliere fossili, gli consentono però di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca e gli forniscono anche l’assistenza di lavoratori locali per gli scavi. 

Dopo i primi tentativi a Sumatra, nel 1888, riuscì a farsi spostare a Giava. Qui, a Wadjak, rinviene due crani umani. Ma con grande delusione constata che non sono quello che cerca: erano certo molto antichi, ma non possono essere loro l’anello mancante. Dubois dirige la sua attenzione a Trinil, località lungo il fiume Solo, ma il terreno, quasi a prendersi gioco di lui, si dimostra ricchissimo di resti fossili di svariati animali, tra cui però nessuno di ominide. 

Il ritrovamento del Pithecanthropus erectus o Uomo di Giava

La sua perseveranza viene infine premiata, quando nel 1891 rinviene un unico, piccolo molare di primate. È il segno che si stava muovendo nella direzione giusta: alcuni mesi dopo viene ritrovata una calotta cranica, un reperto curioso, con chiari caratteri scimmieschi e dal volume cranico intermedio tra quello umano e quello delle scimmie. Infine, un anno dopo viene rinvenuto un femore. Dubois conclude che i reperti appartengono tutti allo stesso essere, che chiama Pithecanthropus erectus.

Sicuro di avere trovato il famigerato anello mancante tra le mani, torna in Olanda nel 1895. Ancora non sa che il momento più difficile della sua carriera sta per cominciare. Nonostante il supporto di alcuni colleghi, molti altri studiosi sono dubbiosi sull’attribuzione dei reperti, che assegnano piuttosto a un uomo moderno o a una scimmia. Cosa ancora peggiore, alcuni dei sostenitori di Dubois usano le ossa del pitecantropo a vantaggio della propria carriera accademica, dimenticandosi di chi le ha scoperto davvero. Per il medico olandese è troppo: amareggiato, decide di dedicarsi ad altri temi di ricerca. Mette poi sotto chiave le sue ossa e per almeno tre decenni impedisce a chiunque di studiarle. 

Finalmente, nel 1921 descrive i crani di Wadjak, di cui nessuno sapeva nulla, e qualche anno dopo mostra nuovamente le ossa del pitecantropo a un collega tedesco. Per quanto Dubois, deluso e inacidito, minimizzi oramai l’importanza del “suo” anello mancante. Tuttavia nuove scoperte fatte in quegli anni, e altri femori di pitecantropo rinvenuti tra i resti scoperti da Dubois stesso a Giava, gli danno ragione: il Pithecanthropus erectus, oggi chiamato Homo erectus, era una specie umana primitiva vissuta in Africa e Asia.

E a Dubois, nonostante l’amarezza dei suoi ultimi anni, va il merito di aver trovato il primo dei tanti “anelli mancanti” che compongono la catena che ha portato a noi.