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Dordrecht, l’ufficio immigrazione ci ripensa: no all’espulsione di una madre di famiglia afgana

Una storia a lieto fine, quella dei Mohammadi, una famiglia afgana residente a Dordrecht dal 2012 che da mesi lottava contro il mancato ricongiungimento. L’IND, l’ufficio immigrazione dei Paesi Bassi, aveva inizialmente negato il permesso di soggiorno alla donna, Toktam, nonostante la coppia abbia due figli, uno dei quali poco più che neonato. L’eco della stampa locale che ha seguito da vicino il caso ed una petizione in loro favore, organizzata dai vicini di casa, hanno giocato un ruolo determinante. La vicenda è iniziata alcuni mesi prima che la coppia si stabilisse a Dordrecht, con l’arrivo in Belgio di Toktam che dall’Afghanistan aveva raggiunto in Europa il marito Sharif. Quest’ultimo, cittadino olandese, ha trascorso con la moglie e il primo figlio un periodo nei pressi di Brussels per poi stabilirsi nei Paesi Bassi. Ma l’IND ha presto infranto i loro sogni: il permesso di soggiorno per il Belgio della donna, infatti, non avrebbe consentito di godere del diritto alla libera circolazione    quindi, per lo stato olandese, Toktam è entrata irregolarmente nel paese. A nulla sono servite le garanzie del marito che a Dordrecht ha trovato un impiego stabile, con un salario sufficiente a mantenere anche il secondo figlio, nato a poche settimane dal rigetto della prima istanza: la donna deve tornare in Afghanistan, fare domanda di ricongiungimento presso l’ambasciata olandese in Iran e sostenere l'”inburgering”, l’esame di integrazione. Il no dell’ufficio immigrazione, era stato confermato tanto dall’appello quanto dal Consiglio di Stato. Il marito Sharif aveva scritto addirittura al re, Willem Alexander, supplicandolo di aiutare la sua famiglia. Quando la paura piú Toktam, di dover tornare da sola in un paese sessista dove non ha più familiari, poiché tutti partiti durante gli anni della guerra, sembrava essere il destino inevitabile, è arrivato a sorpresa il ripensamento dell’IND: sì al permesso di soggiorno permanente. Il quotidiano AD, che ha seguito la vicenda, immagina che ad aver fatto cambiare idea ai funzionari dell’immigrazione, sia stata la stabile situazione lavorativa del marito, ma un ruolo può averlo giocato anche il recente pronunciamento della Corte di giustizia UE, che ha criticato la durezza (e gli elevati costi) dei corsi di inburgering all’estero per chi aspira a trasferirsi nei Paesi Bassi.

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