The Netherlands, an outsider's view.

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HISTORY

Diaspora moluccana, dagli anni ’80 a oggi

Parla Wim Manuhutu, storico moluccano per anni direttore del Moluks Historisch Museum



di Paolo Rosi

“Dopo quarant’anni la memoria del terrorismo moluccano è stata soppiantata dal post-11 settembre, dagli omicidi Pim Fortuyn e Theo van Gogh”, racconta a 31mag.nl Wim Manuhutu, storico moluccano e direttore per anni del Moluks Historisch Museum di Utrecht, ora chiuso e la cui collezione è stata integrata in quelle di altre istituti come il Museum Maluku di Den Haag: “Al tempo leggevamo su tutti i giornali che l’Olanda aveva perso l’innocenza, dimenticando che negli anni ’70 i Paesi Bassi furono violenti, molto più violenti di oggi”.

Del resto la memoria pubblica non è famosa per essere a lungo termine. Dell’assalto al treno e al Consolato indonesiano del ’75, o dei sequestri del 1977, oggi non ci saranno infatti commemorazioni ufficiali, né la stampa mainstream vi dedicherà spazio. Sì perché la conoscenza storica della diaspora moluccana e delle “Molukse Acties“, anche in Olanda, rimane superficiale: “È un periodo che non viene insegnato a scuola e le poche volte che viene trattato i Moluccani sono sempre presentati come ‘gli altri’.”

La tendenza dei politici e dei media, del resto, è sempre stata quella di smorzare la portata dell’estremismo moluccano. “Il governo ha sempre pensato che i terroristi fossero poco istruiti, politicamente ignoranti. Quindi il problema fu trattato, a partire dagli anni ’80, come una questione di deprivazione sociale: si conclusero le risistemazioni dai campi temporanei a quartieri di case popolari e aumentarono le politiche di welfare.”

Ma i Moluccani, di essere assimilati, non ne volevano sapere. Senza contare che il trasferimento dai campi profughi alle case in mattoni non risolse il problema dell’emarginazione sociale. “Io stesso”, spiega Wim, “sono cresciuto in un quartiere moluccano. Eravamo una comunità isolata che funzionava con regole interne e dove anche la polizia si faceva vedere di rado. Disoccupazione, povertà e abuso di droga erano poi molto diffusi fino ai primi anni ’80.”

E le generazioni successive? “Sono state sicuramente più a contatto con gli olandesi, ma erano pur sempre stranieri, tali si sentivano e come tali erano trattati. Io stesso sono stato apolide fino al 1989, quando presi il passaporto olandese perché dovevo andare a Roma”, continua lo storico, “Però negli anni molto è cambiato: i Moluccani sono ora più di 50 000 e circa il 40% ha un partner non moluccano, i livelli d’istruzione sono cresciuti e la compagine sociale è molto più eterogenea. Certo non sono una minoranza benestante e la deprivazione sociale ancora c’è.”

Come pure le radici, nonostante molti Moluccani si siano infine ‘Occidentalizzati’: “Ci sono giovani di quarta generazione che si definirebbero ancora Moluccani. Da qualche anno, poi, alcuni hanno iniziato a usare i social network per parlare di storia e cultura, per ristabilire i contatti con l’Indonesia e con le Molucche”, racconta infatti Manuhutu.

Il colore della pelle, per generazioni come quella di Wim, non è però cambiato. “C’è sempre stata una tendenza a omogeneizzare le minoranze e l’Olanda non fa eccezione. Per esempio negli anni ’70 si chiedeva a tutti i Moluccani di dissociarsi dai terroristi, come oggi si chiede ai musulmani moderati di prendere le distanze dal fondamentalismo. Le lezioni della storia rimangono inascoltate, per questo xenofobia e discriminazione rimangono. Ancora oggi quando vengo fermato per un controllo, in treno o alla dogana, capisco se lo fanno perché sono una coloured person”, conclude Wim.


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