Un siriano ospitato dal centro di accoglienza di Zandaam, si è dato fuoco mercoledi 22 gennaio, in un momento di disperazione. Prima di compiere il gesto, l’uomo originario di Aleppo, secondo la ricostruzione del Noordhollands Dagblad, avrebbe gridato di voler vedere i figli, rimasti in un campo profughi in Turchia; il pronto intervento di altri richiedenti asilo ha impedito che il gesto gli fosse fatale. Il gruppo di rifugiati di cui fa parte l’uomo, attende da 5 mesi il disbrigo delle pratiche burocratiche per la richiesta d’asilo, nonostante il COA, l’ufficio preposto, avesse comunicato loro che lo status sarebbe stato accordato in massimo 3 mesi. In protesta contro la lentezza della macchina amministrativa olandese, alcuni profughi del Burgemeester in’t Veldpark, hanno annunciato che inizieranno uno sciopero della fame. Un altro caso, questa volta concluso in tragedia, è accaduto lo scorso fine settimana nel centro di accoglienza di Ter Apel, dove un uomo iracheno di 30 anni si è tolto la vita mentre parlava al telefono con la moglie, dopo aver appreso che la sua domanda sarebbe stata valutata in non meno di sei mesi. Hussein Ali Abdel Amer, questo il nome dell’iracheno, aveva raggiunto i Paesi Bassi alcuni mesi fa, sperando di poter portare con se la moglie e i tre figli. Dopo alcuni mesi di attesa, l’uomo non ha retto e ha deciso di far ritorno in Iraq per stare con la famiglia ma il centro dove aveva fatto domanda gli ha negato la restituzione del passaporto; la confisca dei documenti ai richiedenti asilo è infatti una prassi per evitare frodi. Presso il centro di Ter Apel, hanno comunicato ad Amer che ottenere indietro i suoi documenti avrebbe richiesto settimane: disperato, l’uomo ha chiamato la moglie dalla sua cella nel centro di accoglienza e poco dopo si è impiccato. Sulla vicenda è stata presentata un’interrogazione parlamentare.