The Netherlands, an outsider's view.

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MUSIC

Denti d’oro, conformismo e Instagram: come nessuno ha capito niente del fenomeno Trap



di Massimiliano Sfregola

 

Non bisogna essere millenials per conoscere la trap: basta chiedere a mamme, nonne e zie. Grazie alla pessima pubblicità che si è tirato dietro Sferaebbasta e all’esibizione a SanRemo di Achille Lauro il genere è diventato intergenerazionale: i giovani impazziscono e gli adulti pure (ma per ragioni opposte.)

Cos’è esattamente la trap? E perché è un genere musicale che terrorizza (quasi) tutti gli over 30, più di quanto non siano riusciti ai bei tempi il death metal o il punk? Sociologi, esperti di musica e tuttologi si lanciano da tempo in dotte elucubrazioni sul degrado morale, sulle periferie, sulla gioventù senza valori, sui tatuaggi e sui cattivi maestri. Insomma: l’apoteosi del giovane debosciato -dicono gli esperti- ha il volto (e i tatuaggi) di Ghali, Tedua, Young Signorino,Achille Lauro, Capo Plaza, etc. Ma da quando gli esperti ci prendono?

 
 
 
 
 
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La trap è in realtà uno specchio molto fedele del mondo odierno, un grande calderone dove trovano posto elementi di hip-hop, electro, grime, reggae e anche un po’ di strafottenza di punk e della sub-cultura rock, e primo genere in assoluto “native- social”, cioè in larga parte dipendente dalle fortune degli account Instagram e dei canali YouTube degli artisti. Basta dare uno sguardo alle pagine del buon Gionata Boschetti (Sferaebbasta) per tremare davanti a 2,4 milioni di followers, e quelle di Capo Plaza e Achille Lauro, il primo con 1,1 milioni e l’altro “appena” 750mila.

Genitori e critici sono preoccupati dalle “liriche forti” e dall’incitazione costante all’uso di stupefacenti. I musicisti adulti sono preoccupati da “beat fatti con il telefonino” (traduzione per i profani: brani strumentali creati con il computer) e nessuna particolare qualità canora delle nuove star. Certo l’abuso dell’autotune -che farebbe diventare intonato anche chi vi sta scrivendo ora- le rime che restano in testa ma non dicono nulla e la prospettiva tamarra a parole ma molto conformista dei “trapper” (se cercate musica di rottura, googlate altro) ossessionati dal farsi piacere a tutti i costi, li fanno sembrare più democristiani con i denti d’oro che non ribelli. Ma sono per questo da sacrificare sull’altare del buon gusto?

Tutti sono preoccupati, insomma. Eppure, tra questi preoccupati, quanti lo erano per Cocaine di J.J. Cale (e della celebre cover realizzata da Eric Clapton), Heroine dei Velvet Underground e per gli immancabili inni alla cannabis che trovate in gran parte del genere reggae, ora anche patrimonio UNESCO? Quanto ai testi inneggianti al denaro e a zero impegno, gran parte dell’hip-hop mainstream, 50 Cent e Busta Rhymes tanto per citarne due, dagli anni ’90 in poi è così. Non se n’è accorto nessuno? E non parliamo del sessismo nel Reggaeton e nella Dancehall, popolarissimi generi latino-caraibici che non promuovo tutto tranne il rispettoso equilibrio tra i sessi.

La trap, insomma, non è diabolica, non toccherà picchi di originalità o di raffinatezza e ne toccherà altri di ”tackeria” (da tacky), -vedi i completini rosa di Sferaebbasta o i tatuaggi in faccia di Achille Lauro- ma è in tutto e per tutto un prodotto della società che gli odierni 50+ hanno lasciato in eredità ai 50-. Se i valori dominanti sono ‘soldi e carriera’ sarà difficile che generi-aspirapolvere come la trap producano nel “mainstream” artisti impegnati. E diventeranno così eroi coloro che incarnano quei valori, belli o brutti che siano. 

Ciò che è inedito, invece, è come la trap sia il primo genere underground ad essere diventato nazional-popolare in Italia. L’impresa non era riuscita né all’hip-hop, né al reggae (se non in rare occasioni, vedi Articolo 31 o Sud Sound System) e forse il problema reale è che sesso, droga e “bling bling” del rap americano non erano mai arrivati alle orecchie di chi si indigna oggi per la trap. Magari perché non capivano il ghetto-slang dei testi. Un consiglio allora? Cercare di ascoltarla senza pregiudizi, così, tanto per farsi un’idea informata. E magari indignarsi meno.






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