Ad una settimana dalla sentenza che ha condannato Radovan Karadzic a 40 anni di carcere per crimini contro l’umanità nella ex guerra in ex Jugoslavia, è arrivata oggi -31 marzo- un’altra sentenza. Questa volta di assoluzione. Vojislav Šešelj, ultra nazionalista serbo, è stato dichiarato non colpevole dei nove capi d’imputazione che il pubblico ministero del tribunale ONU gli aveva contestato nel 2003, inerenti al reclutamento di milizie non ufficiali impiegate per la “pulizia etnica”. Sostenitore del progetto della “Grande Serbia”, Šešelj, che negli anni ’90 fondò il partito di estrema destra “Srpska radikalna stranka”, pur avendo incitato i volontari a imbracciare le armi, dice la corte, non aveva però alcun ruolo nella gerarchia delle milizie. Quindi non avrebbe potuto impartire ordini per fermarle. In aggiunta ha proseguito il giudice Jean-Claude Antonetti, non ha aiutato una tesi accusatoria poco accurata: secondo l’opinione, maggioritaria, dei togati le prove dimostrerebbero che Šešelj avesse un fervente interesse a sostenere la causa serba ma non trasparirebbe dagli indizi l’intenzione di eliminare le altre etnie. I volontari inviati al fronte, insomma, non sarebbero state milizie irregolari aggregate con lo scopo di commettere crimini contro l’umanità ma solo con l’obiettivo di sostenere le truppe al fronte. La corte insomma, si legge dalla sentenza, non intende giustificare i crimini compiuti dalle truppe serbe ma sottolineare come non esistano prove che Šešelj sapesse delle atrocità compiute dai volontari.

Il leader nazionalista ha saputo dell’assoluzione dal letto dell’ospedale di Belgrado, dove è ricoverato da mesi per la cura di un cancro. La Corte dell’Aja aveva autorizzato il suo trasferimento in patria per ragioni di salute. Il processo è iniziato nel 2007 ed è stato caratterizzato da aspre polemiche tra giudici ed imputato, che ha rifiutato il patrocinio legale, definendo la corte un “tribunale politico”.