“Ho il motore di una Ferrari, con il freno di una bicicletta” con queste parole Thomas, 9 anni, descrive cosa vuol dire essere affetto da ADHD. Ed è qui che la filosofa Alicja Gescinska affronta la controversa tematica dei disturbi di attenzione. Se si ha poca attenzioni si è affetti da ADHD, se se ne ha troppa si viene etichettati come autistici, ma dietro queste semplificazioni, cos’è l’attenzione? Esiste un’attenzione che può essere considerata “normale”? Su Filosofie.nl la Gescinska vuole approfondire queste domande.

Nel 1980 nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la bibbia dello psichiatra, due disturbi sono stati inseriti nella lista con il nome di ADD (Attention Deficit Disorder) e di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity disorder). Iperattività, impulsività e difficoltà a mantenere la concentrazione sono le caratteristiche principali di questi disturbi. Per chi non li sperimenta in prima persona, è molto difficile comprendere quanto possano essere frustranti questi sintomi, soprattutto per i bambini che devono affrontare ambienti come la scuola, in cui uno degli imperativi più usati degli insegnanti è “concentratevi!”

Secondo il RIVM, 123.000 olandesi di età compresa tra i 18 e i 44 anni soffrono di ADHD.  Tra questi anche Dennis Weening, un conduttore televisivo che ha esaminato il suo disturbo nel programma SHD6, raccontando come la diagnosi lo abbia aiutato a comprendere finalmente da cosa era causato il suo tumulto interiore. Si potrebbe dire che Weening è una delle persone che, come la professoressa di teoria della scienza Trudy Dehue descrive nel suo libro Better People, “riscrivono” la propria vita in termini del disturbo. Tutti i tipi di ricordi, eventi, fallimenti e carenze, a posteriori, vengono riletti alla luce dell’ADHD sempre presente, ma precedentemente non riconosciuto. Ciò può portare conforto e diminuire la vergogna, dice Dehue: “Le persone che in precedenza si consideravano casi senza speranza possono pensare dopo la diagnosi che erano solo persone che hanno bisogno di essere trattate in modo speciale”. La Dehue sostiene che le definizioni di disturbi noti come l’ADHD e l’autismo siano diventate verità attraverso le loro conseguenze, perché una persona i cui tratti contano come un segno di un disturbo ha una vita diversa rispetto a una persona che dovrebbe essere “normale”. Successivamente, le definizioni diventano sempre più integrate nella politica nelle scuole o nella legislazione e nella nuova ricerca scientifica, a seguito della quale l’ADHD e l’autismo sono sempre più ancorati alla realtà e contribuiscono anche a plasmare la realtà.

Da dove nasce lo stigma?

Questo mette in luce una questione importante, ovvero quanto il concetto di attenzione sia ritenuto fondamentale per la nostra società. Secondo Dehue: “L’intero DSM è, per così dire, un libro di etichetta contemporaneo, destinato al cittadino che dovrebbe essere utile. Tutti abbiamo creato o accettato una società che giudica tutti principalmente in base alla loro utilità economica “.

Secondo la Dehue va precisato che è impossibile dare una definizione univoca di “normalità” e quindi di “attenzione normale”. Uno studio sistematico sull’uso della “normale attenzione” dimostrerebbe una serie di varianti di significato. La qual cosa non è sorprendente, soprattutto se si pensa a come l’attenzione si manifesti in maniera diversa nella nostra quotidianità. Guidare o svolgere un compito in classe ci vede concentrati in maniera diversa. Ciò su cui la Dehue è critica è lo tigma associato alle deviazioni e la velocità con cui etichettiamo queste deviazioni come disturbi.

Racconta l’esperta che non molto tempo fa gli esperti di ADHD di Nijmegen hanno avuto la malsana idea di spiegare su NOS che l’ADHD è soltanto “un disturbo del cervello”. Secondo la Dehue questo può creare una sorta di pietismo nei confronti dei bambini affetti da questo disturbo.

Sempre più diagnosi

Il disturbo viene riconosciuto come tale quando non rispetta gli standard sociali di comportamento. Dagli anni ’90 questi standard sono diventati più severi e a chi non riesce a rispettarli viene spesso attribuita una diagnosi psichiatrica. Molte sono le critiche mosse a questa eccessiva facilità di “psichiatrizzare” un comportamento che scivola di poco fuori dalla “normalità percepita”. Sanne Bloemink, nel suo libro Diagnosedrift, si mostra molto critica nei confronti delle diagnosi di ADHD e autismo. La sua tesi è che la società è sempre più rigida nel definire i comportamenti considerati normali, di conseguenza è logico che molti bambini devino da queste rigidità.

Ma nel dibattito sulla diagnosi eccessiva, i lati positivi della classificazione minacciano di essere oscurati, afferma la filosofa Ingrid Robeyns. Ad esempio, la diagnosi di autismo può aiutare i bambini e i loro genitori a vivere una vita più piacevole, con una maggiore comprensione delle loro idiosincrasie Secondo la filosofa forse dovremmo sbarazzarci di queste etichette a un livello più sofisticato, concentrandoci di più sull’aiutare le singole persone.

Il confine tra disturbo e problema sociale

Un’altra conseguenza di questo iper-diagnosticare sta nel fatto che attualmente appena una persona dimostra un minimo di scarsa attenzione subito si parla di ADHD, oppure un momento di morale basso viene subito additato come depressione. Il rischio, secondo la Dehue, sta nel fatto che molti medici reagiscono immediatamente con l’utilizzo di farmaci per questi disturbi, rendendo un gran favore, tral’altro, alle industrie farmaceutiche, che negli ultimi anni hanno tratto grandissimo profitto dall’aumento delle diagnosi di questi distubi mentali.

La Robeyns  conclude: “Come società, potremmo essere in grado di concordare sul fatto che dovremmo mostrare più rispetto per le persone che prestano pochissima o molta attenzione, ad esempio creando più posti dove possono lavorare secondo il loro ritmo.” commenta poi: “Ma anche in quella società ideale, la domanda resta se abbiamo aiutato queste persone in modo soddisfacente”.