di Serena Gandolfi

Un cane-cobra sormontato da un uomo è apparso sul muro di uno degli stabili del Food Center in Jan van Galenstraat, Amsterdam. Si tratta di uno dei più grandi murales realizzati da Keith Haring, leggenda della pop-art e discepolo di Andy Wharol, che a partire dagli anni ’80, ha lasciato il suo tratto indelebile anche sulla street art mondiale.

23x28m circa sono le dimensioni dell’opera, un regalo dall’artista alla comunità creativa della capitale. Tra l’84 e l’89 Haring viaggiò per l’Europa lasciando la propria firma e provocando i passanti con i suoi disegni che parlavano di AIDS, capitalismo, apartheid così come di altre lotte sociali di quel periodo.

Nel 1986 l’artista collaborò con lo Stedelijk Museum e, oltre a un telo enorme esposto sul soffitto della salone centrale, chiese la possibilità di realizzare un altro murales. Gli vennero concessi i 32m della parete dell’allora magazzino di stoccaggio delle opere dello Stedelijk. Qui, in un solo giorno, issato su un “cherry picker”, il braccio meccanico, realizzò il murales firmato “XXXKH8”.

Di lì a breve il museo lasciò i magazzini ad ovest della città e il murales venne dimenticato.

30 anni al buio

“La comunità non ha potuto goderne per molto tempo; il magazzino aveva sempre avuto problemi di umidità e nell’88 è stato interamente coperto con delle lastre in alluminio” dice a 31mag Caterina Soliani, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Macerata che insieme al team di restauratori del professor Antonio Rava, lavorerà all’opera; un progetto che rientrerà nella sua tesi di Laurea.

Caterina, coadiuvata dal professor Antonio Rava e da una squadra olandese, ha partecipato lo scorso 18 e il 19 giugno 2018 alla rimozione delle lastre di alluminio dalla facciata dell’edificio, riportando alla luce il murales dopo 30 anni. “Quando abbiamo tolto i pannelli non sapevamo cosa aspettarci, lo stato è buono ma il disegno va ripreso”, racconta a 31mag. “Se non si intervenisse il murales rischierebbe di scomparire in pochi anni. Il tipo di pellicola pittorica utilizzato, infatti, ha rivelato diversi problemi”.

Antonio Rava e William Shank

Il progetto di restauro è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra la Keith Haring Foundation e lo Stedelijk Museum. Per l’intervento si sono rivolti all’italiano Antonio Rava e a William Shank, restauratori d’arte contemporanea. Entrambi esperti del restauro di opere dell’artista newyorkese e avevano collaborato in precedenza nel recupero di “Tuttomondo” a Pisa, così come dei murales di Haring a Melbourne e a Parigi.

“Anche i prelievi sono stati fatti in Italia, a Pisa”, spiega sempre Caterina.“Per stabilire che tipo di intervento fosse necessario, i campioni sono stati valutati da Perla Colombini, una delle più note chimiche del Paese” .

Il restauro conservativo e le nano-tecnologie

“Il restauro che verrà fatto sarà di tipo conservativo.” spiega ancora la studentessa:”non sarà troppo invasivo: bisognerà consolidare la pellicola pittorica al supporto, in questo caso il muro, e si faranno alcuni ritocchi laddove necessario”. “La cosa fondamentale però sarà mettere un protettivo che isoli il murales dagli sbalzi d’umidità e dal clima instabile di Amsterdam. Il protettivo dovrà essere isolante, ma dovrà lasciar “respirare” il muro. Si stava per questo pensando al concetto di “nano restore”. Si tratta di un’innovazione in campo artistico: si userebbero materiali fatti di nano-particelle, leggeri e adatti agli sbalzi di temperatura”.

Le date d’inizio intervento non sono ancora state stabilite. Si parla di settembre 2018 e probabilmente saranno necessarie 4 settimane. “Non è un tempo lunghissimo” racconta Caterina, “l’opera è completamente realizzata in bianco, bisognerà cercare di vedere a cosa sia dovuto l’ingiallimento del tempo. Potrebbe essere dato dalla resina alchidica utilizzata, contenendo olio; questo potrebbe essersi polimerizzato. Oppure potrebbero essere i mattoni rossi dello stabile ad aver rilasciato un po’ di polvere”.