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CULTURE

Dalla West Coast ad Amsterdam: come il rap nei Paesi Bassi ha imparato l’olandese (e ora anche l’italiano)



di Pier Paolo Polimeno

 

Come altrove, anche nei Paesi Bassi l’hip hop è arrivato negli anni 80 diffondendosi principalmente ad Amsterdam. Nonostante fosse allora un tempio per le subculture, grazie al clima di libertà e tolleranza, i suoi esordi in Olanda non sono stati per niente facili.

 

TUTTE LE STRADE PORTANO AL BRONX

In pochi sanno che le rime delle origini, in Olanda, erano in inglese. Dopo la sua nascita nel Bronx nel 1973, questo genere si è diffuso in tutto il mondo in maniera abbastanza omogenea: in Francia, Spagna, Germania, Italia tutti quelli che si sono avvicinati per la prima volta all’hip hop, lo hanno fatto in inglese. E anche i Paesi Bassi hanno seguito lo stesso copione. “Negli anni 80 non potevi fare rap in Olanda se non eri nero e non cantavi in inglese”, racconta Casto, MC, promoter di eventi hip hop sin dai primi anni 90 e pioniere del genere nei Paesi Bassi.

Allora era la comunità surinamese a farla da padrone, arrivata in massa nei Paesi Bassi sul finire degli anni ’70, in seguito alla guerra civile che aveva dilaniato l’ex-colonia. E così molti tra i nuovi arrivati hanno iniziato a dare vita a delle vere e proprie scene hip hop.

Breakdancer surinamese (1984)

Quando ero giovane e andavo ai primi eventi hip hop, la maggior parte delle persone era del Suriname” ,dice Casto.” Hanno influenzato, e influenzano tutt’oggi, la scena, soprattutto nello slang: molte parole del gergo attuale sono di origine surinamese.” I primi gruppi ed MC erano quasi tutti di colore e cantavano in inglese, mentre solo poche persone promuovevano l’uso dell’olandese. Poi, nell’87\88 è arrivata la svolta: solo allora sono stati pubblicati i primi pezzi in olandese. E la storia è cambiata. Se la comunità nera era molto attiva, cosa faceva quella autoctona?

Perché emerga la prima realtà “bianca” con un certo seguito bisognerà attendere la fine degli anni 80, quando nella periferia ovest della città il primo collettivo  “bianco” si guadagnava un certo seguito: si chiamavano  Osdorp Posse e cantavano in olandese, una caratteristica che li avrebbe resi più spendibili sul mercato, in un Amsterdam molto lontana dalla città anglofona che è oggi. Il promotore di questa rivoluzione musicale ha un nome e cognome: Pascal Griffioen, fondatore e frontman del gruppo, che ha deciso di smettere di seguire la massa e dare vita a un nuovo genere.

Pascal Griffioen aka Def P

“I surinamesi hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’hip hop olandese”, dice a 31mag Pascal, “All’inizio non mi preoccupavo molto della lingua e, visto che loro rappavano in inglese, semplicemente lo feci anche io. In realtà non volevo imitarli, ma solo fargli capire che anch’io potevo fare rime in inglese. Dopo ho voluto distinguermi e fare qualcosa di diverso.”

Più che altro Pascal non ne voleva sapere di rappare in inglese. Gli sembrava solo di copiare, di non esprimere al meglio la sua cultura. Di parlare con la voce di qualcun altro. Così, durante una vacanza negli Stati Uniti, ha avuto un’illuminazione.

 “Nell’estate dell’88 ero a Los Angeles, perché alcuni miei parenti vivono lì. Molti miei cugini sono afroamericani e vivono a Compton, e andavo spesso in quel quartiere a trovarli. Quello era il periodo del gangsta rap e mentre gli NWA diventavano famosi io ero proprio lì; ho potuto respirare l’aria di quel tempo ed è stato incredibile.”

Quell’estate Pascal ha iniziato a fare freestyle, ovviamente in inglese. Sorprendentemente, quando faceva freestyle in olandese gli americani impazzivano: pensavano fosse ‘fresh’, originale e questo lo fece riflettere. Quando si sforzava di imitarli e cantava in inglese gli sembrava di fingere, di non essere sé  stesso. Quando rappava in olandese e parlava della sua vita in Olanda, invece, la gente lo trovava originale.

Tuttavia, a fine anni 80 la scena era ancora divisa tra bianchi e neri, e la lingua prediletta per le rime era ancora l’inglese.

 

QUALCOSA DI NUOVO

Dopo il viaggio negli USA qualcosa era cambiato: Pascal voleva a tutti i costi  che anche in Olanda fiorisse una scena hip hop. Il primo passo fu quello di riunire persone che la pensavano come lui e scrivere rime sui quartieri della capitale e sui problemi di tutti giorni. Lo stile era aggressivo, sicuramente per influsso del gangsta rap, ritmato e molto originale per l’uso dell’olandese.

Inizia così la storia del Nederhop, ovvero l’hip hop basato sul ‘Nederlands’. Tuttavia, quelli che hanno sentito le prime rime in olandese sono rimasti scioccati: non avevano mai visto o sentito dei bianchi rappare in olandese prima e dopo qualche attestato di simpatia, più che di stima, sono piovute molte critiche.

“Avevamo tutti contro perché siamo stati i primi a esporci e a distinguerci dalla massa. O ci amavano o ci odiavano, non c’era via di mezzo. Nel ’92 abbiamo fatto un tour insieme agli altri 8 gruppi migliori d’Olanda ed eravamo gli unici bianchi a cantare in olandese” racconta Pascal, che spiega di essersi sentito un estraneo, malvisto da tutti. Nonostante le difficoltà iniziali, i fatti hanno dato ragione al nativo di Amsterdam. Così, nel 94, Pascal ha riunito alcuni amici che stavano provando a fare rime in olandese e ha dato vita alla Posse.

Osdorp Posse

In quel periodo si è aperto uno spiraglio: sempre più ragazzi e gruppi hanno iniziato a scrivere e cantare in olandese. Nel 95 sono stati organizzati i primi festival di nederhop, e da quel momento tutti hanno iniziato a convincersi che rappare in olandese fosse, dopotutto, normale. Infine, negli anni successivi, il nederhop si è affermato definitivamente sulla scena musicale locale: ora l’hip-hop olandese non era più solo “esotico” ma in tutto e per tutto una componente della scena rap.

 

COSA È ANDATO STORTO?

Negli anni 90 e 00 c’erano serate ed eventi un po’ ovunque, e le scene più importanti erano quelle di Amsterdam e Rotterdam. Inoltre, i gruppi e gli MC che cantavano in olandese hanno iniziato a spuntare come funghi: tra i più famosi e influenti si ricordano West Klan, Ouderkerk Kaffers, Zuid Oost Posse, Uitverkorenen, Mach En Jesse, Spookrijders, Onderhonden, White wolf, Yuki b, Extince, Brainpower e Defrhymes. Dunque, a fine anni 90, la scena hip hop olandese è giunta al suo pieno sviluppo come tutte le sue cugine europee.

West Klan

Dopo il giro di boa del millennio e la fine della sua ‘golden era’, il presente e il futuro del nederhop appaiono nebulosi. Un po’ come quello di tutte le scene hip hop: contaminato da altri generi musicali come reggaeton, trap e musica elettronica, sembra aver perso quel tono ribelle e di originalità, contenuto e stile che lo hanno fatto amare ad un pubblico eterogeneo. Casto non si stupisce delle contaminazioni musicali, ma non approva come si siano sviluppati testi e melodie.

“Più l’hip hop diventa maturo e più le liriche diventano infantili” afferma Pascal, “nell’oldschool l’importante era essere originali, e anzi prendere in giro gli altri perché non erano originali quanto te. Adesso la maggioranza dei rapper sembra priva di fame e originalità, nessuno ha più voglia di distinguersi e cambiare il mondo” aggiunge l’ex MC olandese, che sorride al ricordo di quanto ha dovuto faticare per contribuire alla costruzione della scena.

 

E CI SONO ANCHE GLI  ITALIANI

Un altro fenomeno ha definito l’evoluzione dell’hip-hop nei Paesi Bassi: nel corso degli anni, le barriere che un tempo dividevano gli artisti  olandesi sono cadute. Oggi Amsterdam è la seconda città più cosmopolita del mondo, e questo aspetto ha influenzato anche la musica. Se prima tutti dovevano rappare in inglese o in olandese, adesso chiunque può esprimersi nella propria lingua d’origine e avrà speranza di costruirsi la sua scena. In particolare, una delle più attive della capitale olandese è sicuramente quella italiana. Gli italiani nei Paesi Bassi, infatti, sono la terza comunità dell’UE e, con 90000 persone, una di quelle maggiormente in crescita.

 “Ci siamo trasferiti per ripartire da zero e affinare le nostre qualità. La scena hip hop olandese è più viva di quella italiana” dice Samuele, in arte Sam More, trasferitosi da La Spezia ad Amsterdam per inseguire il suo sogno. “Qui ci sono molti rapper del nostro paese e, a volte, vengono organizzate serate hip hop solo per italiani” continua il piemontese Alex, aka Blando, venuto nella capitale per studiare alla SAE, una nota scuola di sound engineering. “Qui abbiamo la possibilità di avere un rapporto più diretto col pubblico, che ci apprezza anche se non capisce una parola di ciò che diciamo.”

Infatti, ritornando alla questione linguistica, Samuele e Alex rappano in italiano e non hanno alcuna intenzione di farlo in inglese o olandese. “Siamo profondamente legati alla nostra cultura hip hop, ed è per questo che vogliamo rappare in italiano anche all’estero” affermano i due ragazzi, che aggiungono” il nostro obiettivo è quello di raggiungere il mercato italiano da qui, visto che in Italia non abbiamo la giusta audience. È una grande sfida, ma non ci tiriamo indietro.”

Sam More e Blando

I due giovani MC sono adesso alle prese con il loro primo lavoro olandese. Sam More e Blando hanno da poco inaugurato la sezione Amsterdam di Rap Pirata, un’iniziativa già avviata in varie città italiane e promossa dal rapper italiano Inoki. In particolare il progetto olandese, che i due ragazzi sperano porti alla formazione di un collettivo underground ad Amsterdam, inizierà il 14 e il 28 settembre con l’uscita dei loro primi videoclip. 

 



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