di Veronica Motta
Cover pic: courtesy of Juliana Laguna Bosch

 

La legalizzazione dell’aborto non è una semplice autorizzazione a interrompere o meno una gravidanza. Di mezzo ci sono il diritto alla vita, alla salute, all’autonomia, all’istruzione, alla privacy. In breve, la possibilità di scelta e quindi di dirigere il corso della propria vita.

Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato a più riprese le leggi restrittive sull’interruzione volontaria di gravidanza, affermando che l’aborto sicuro e legale è un diritto umano fondamentale. Ancora più gravi appaiono quindi i dati trasmessi dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui ogni anno vengono praticati circa 25 milioni di aborti clandestini. Nel 2008, le donne morte a causa di un aborto pericoloso sono state 47.000. Altre decine di migliaia patiscono significative complicazioni di salute a causa di condizioni igienico-sanitario precarie.

Il 5% delle donne (90 milioni) vive in Paesi in cui, ancora oggi, l’accesso all’aborto è difficile, se non impossibile. Questo accade in molti stati dell’America Latina, quali Haiti, Honduras, Suriname, Nicaragua, Repubblica Dominicana, El Salvador, ma anche Paesi europei come la Polonia.

Per comprendere meglio queste dinamiche abbiamo incontrato Juliana Laguna Bosch (28 anni). Brasiliana di nascita ma cresciuta in Messico e a Buenos Aires per poi trasferirsi in Olanda, Juliana Laguna Bosch collabora con il movimento femminista ‘Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal Seguro y Gratuito’ ed è la fondatrice di ‘THE WAVE’ Eindhoven. Si tratta di un’organizzazione femminista nata nel 2019, la prima a Eindhoven, che si propone di creare spazi sicuri a sostegno dei diritti delle donne* chiedendo un maggiore impegno da parte delle istituzioni.

Insieme, abbiamo cercato di far luce sulle motivazioni e le conseguenze che si aggirano attorno alla legalizzazione dell’aborto.

Ci racconti qualcosa in più come sei diventata un’attivista?

Mi sono sempre interessata ai diritti civili e alle pari opportunità. Sono cresciuta in Sud America, dove fin da piccola viene stabilito il tuo posto nel mondo: in quanto donna, sei serva. Quando poi ti sposi, questo monito prende forma nella vita di tutti giorni, spesso fatta di violenze fisiche e psicologiche. Ho deciso di ribellarmi a questa realtà partendo dalle piccole cose, anche semplicemente rispondendo ad apprezzamenti non voluti ricevuti camminando per strada. Atteggiamenti come il catcalling dimostrano che la violenza e le diseguaglianze di genere sono un problema strutturale della società e frutto della povertà culturale. Per questo serve più informazione.

Cosa ti ha fatto avvicinare al femminismo nei Paesi Bassi?

In Argentina facevo parte del movimento Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal Seguro y Gratuito” e mi capitava spesso di girare per strada con addosso il mio pañuelo verde [fazzoletto verde, simbolo in favore dell’aborto legale in Argentina ndr]. Mi sentivo parte di qualcosa di grande: l’impegno e il coraggio di quelle donne hanno avuto un grosso impatto su di me. In Argentina, come in molti altri Paesi sudamericani, può essere pericoloso scendere per strada a manifestare, a causa dei metodi repressivi delle forze dell’ordine. Una volta arrivata in Olanda ho notato un contesto diverso da quello a cui ero abituata, ma non esente da discriminazioni di genere. Mi sono quindi decisa a portare avanti ciò che avevo iniziato in Sud America, ma ad Eindhoven non ho trovato nessuna organizzazione in linea con il mio pensiero. Questa per me è stata una lezione di vita: ho imparato che se qualcosa non esiste, lo devi costruire! E così è nato THE WAVE.

Perché un gruppo di femministe di Eindhoven si occupa del diritto all’aborto in Sud America o in Polonia?

Riteniamo importante il valore della “sorellanza” e cerchiamo di sostenere le persone che vivono situazioni più drammatiche delle nostre. Inoltre, negli anni, i Paesi Bassi sono stati meta di donne che volevano abortire ma non ne avevano la possibilità nel loro Paese d’origine. Fino a poco tempo fa, però, in Olanda vigeva una “clausola di coscienza” che imponeva alle donne di attendere 5 giorni dalla richiesta di aborto alla sua esecuzione. Questo creava ulteriori difficoltà a livello economico e lavorativo a queste persone, che non avevano nessun tipo di sostegno. Così abbiamo deciso di supportare la causa come THE WAVE partecipando a diverse attività sul tema. Ad esempio, sono intervenuta alla manifestazione “Let’s Act” a Tilburg, sostenendo il movimento polacco e raccontando la mia esperienza in Argentina. Per la campagna pro aborto in Argentina abbiamo organizzato insieme all’organizzazione Feministas en Holanda una diretta durata una notte intera, in attesa dell’approvazione della legge.

Cosa succede quando i governi limitano l’accesso all’aborto?

Vietare o limitare l’accesso all’aborto non riduce il numero di aborti richiesti, ma costringe le donne a rischiare la propria salute e la propria vita, ricercando trattamenti illegali e non sicuri. Molte donne si affidano a cliniche clandestine e, nel caso qualcosa vada storto e siano costrette a recarsi in ospedale, rischiano di finire in galera. Tante non hanno la disponibilità economica per recarsi in cliniche private o in Paesi in cui è permesso abortire. Un altro aspetto da considerare è l’obiezione di coscienza, che rende l’opinione del medico più importante delle necessità della donna. Per me questa è una tortura perché non avere il controllo sul proprio corpo vuol dire non essere libere!

Perché c’è così tanta opposizione all’aborto in alcuni Paesi?

Ci sono degli aspetti culturali da considerare: la società sudamericana, ad esempio, è profondamente patriarcale e subisce le pressioni della Chiesa. Serve più educazione sul sesso e sulla violenza. Se le persone non sanno cosa significhi “consenso” in merito alle violenze sessuali e non riconoscono l’aborto come un diritto, una legislazione che lo permetta non è sufficiente.

In Sud America gli episodi di violenza contro le donne sono molto numerosi (in Brasile nel 2019 si contava un femminicidio ogni due ore). Molte delle persone violentate sono bambine che dopo essere state rapite e stuprate spesso rimangono incinte, in quanto il loro aguzzino non ha avuto l’accortezza di utilizzare un preservativo. Questi episodi nella maggior parte dei casi non vengono denunciati a causa della vergogna e dello stigma riversato sulla vittima, anche all’interno della famiglia. Inoltre, a mio parere, l’industria del porno alimenta la visione della donna come un oggetto atto a dar piacere all’uomo e influenza negativamente l’idea che abbiamo del sesso. La violenza diventa normale, persino nei media.

Non ultime sono le questioni economiche. In Argentina, ad esempio, molti conservatori si sono rifiutati di approvare la legge pro aborto perché sostenevano di non voler pagare le tasse per ‘delle pazze che non usano i contraccettivi’. Un gruppo di economiste femministe argentine ha smentito la loro affermazione presentando dei dati sul costo degli aborti illegali per lo Stato, che, secondo i loro calcoli, è di gran lunga maggiore di quello sostenuto dai Paesi in cui questo trattamento è legale.

Cosa pensi della tendenza di alcuni paesi occidentali a tornare sui propri passi in tema di aborto?

Succede perché molti Paesi non hanno una linea chiara all’interno del partito politico in carica. Inoltre, molto spesso, queste leggi vengono ideate o modificate da uomini. Se più donne fossero incluse nel processo decisionale, potrebbero apportare dei cambiamenti più efficaci.

Perché è importante portare avanti la lotta per il diritto all’aborto sicuro e legale anche nei Paesi Bassi? 

Anche qui in Olanda l’aborto non è del tutto legale; la legge infatti presenta una clausola che lo permette solo in caso di urgenzaQuesta ambiguità è molto pericolosa. Se dovesse salire al potere un partito ultra conservatore, potrebbe dare una connotazione diversa al termine urgenza: potrebbe magari stabilire che l’urgenza si presenta nel momento in cui la gravidanza mette a rischio la vita della madre e del feto. Effettivamente questo è ciò che è successo in Turchia e in Polonia.

 

*[Facciamo uso del termine “donne” per indicare in generale le persone che possono aver bisogno di intraprendere un’interruzione di gravidanza poiché utilizzato dall’intervistata e dalle statistiche ufficiali sul tema. Tuttavia, vogliamo precisare che non tutte le persone con l’utero sono donne e non solo le donne possono avere bisogno dell’aborto.]