The Netherlands, an outsider's view.

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Da Salerno alle distillerie di Schiedam: l’incredibile storia del jenever, il “gin olandese”



di Federico Campanile

 

Non è azzardato considerare il jenever olandese come il padre del moderno gin, distillato principe in qualsiasi bar del mondo. Padre, appunto, non fratello gemello perchè i metodi di produzione e il tipo di grano utilizzato per la base alcolica divergono molto tra i due. Inoltre, un gin per essere chiamato tale deve contenere un’alta percentuale di ginepro fra le sue botaniche, mentre ad un Jenever basta una sola bacca per essere denominato così.

Il jenever veniva originariamente prodotto dalla distillazione del vino di malto (moutwijn in olandese); ciò che si otteneva non doveva avere un gran sapore a causa della mancanza di tecniche distillatorie avanzate, quindi i distillatori scelsero di aggiungere diverse spezie ed erbe per mascherare il sapore. Tra queste, veniva appunto utilizzata la bacca di ginepro, jeneverbes in olandese (il nome deriva dal latino Juniperus che significa “far partorire le mucche”) per i suoi effetti benefici. Da qui il nome jenever (da cui deriva l’inglese gin).



E pensate un po’ nel XVI secolo questa bevanda era addirittura un medicinale (almeno la vendevano così). Quanto alla sua creazione, la versione più famosa ne attribuisce la natalità a Dr. Sylvius che, durante la sua docenza presso l’Università di Leiden, aveva condotto diverse ricerche sulla distillazione di medicine con l’olio di bacche di ginepro. Tuttavia in nessuno dei suoi scritti ci sono riferimenti al jenever. Inoltre, nel 1606, gli olandesi già riscuotevano tasse su jenever e liquori simili che venivano venduti come bevande alcoliche, a prova del fatto che già da tempo non veniva più usato come medicinale.

I fiamminghi, dal canto loro, non stanno a guardare e si prendono i meriti della creazione del liquore. Il Museo Nazionale del Jenever di Hasselt in Belgio afferma inequivocabilmente che il jenever sia stato creato nelle pianure delle fiandre nel XIII secolo. Questa versione viene rinforzata dagli scritti nel “Jenever in de Lage Landen”del Prof. Dr. Eric Van Schooneberghe.

Diamo ai belgi ciò che è dei belgi?

Sebbene i fiamminghi abbiano contribuito all’evoluzione e alla diffusione di questo liquore, a sorpresa, tra i due contendenti, gli attuali Paesi Bassi e Belgio, è l’Italia a vincere: in particolare Salerno. Grazie al loro stretto contratto con i crociati, la Scuola Medica Salernitana – la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo (IX secolo)- acquisì le conoscenze sulle tecniche di distillazione già ampiamente diffuse nel mondo arabo. In particolare veniva apprezzata la proprietà veicolante dell’alcol. Infatti esso non viene digerito dal nostro corpo, ma raggiunge il fegato che lo filtra e lo immette nel sangue. Di conseguenza grazie all’alcol era possibile aumentare l’efficacia di diversi trattamenti, poiché consentiva una più rapida diffusione delle medicine nel corpo.



In Italia nel frattempo arriva la peste a causa dei mercanti di stoffe genovesi che nei loro viaggi riportavano con loro ratti e topi. Il ginepro diventa una delle piante più utilizzate grazie alla sua abbondanza nelle zone del salernitano. Uno dei primi sintomi della peste si manifestavano sull’apparato urinario e si pensava che il ginepro fosse indicato per curare questi scompensi. In realtà l’unica capacità del ginepro era quella di tenere lontani ratti e topi. In ogni caso, la convinzione delle sue proprietà medicamentali, portò alla nascita dei “juniper spirits”- o meglio liquori al ginepro. Attraverso il canale ecclesiastico, i “juniper spirits”, si diffusero in Europa seguendo la via delle abbazie, giungendo fino alle Fiandre dove viene prodotto il “brandewijn”, vino bruciato, di solito aromatizzato con spezie tra le quali appunto il ginepro.

Inglesi e olandesi fratelli di shottino

Questa bevanda, sebbene meno famosa della sua progenie, ha avuto i suoi momenti di popolarità nel recente passato tanto da diventare l’acquavite più consumata in Inghilterra e nelle colonie. Ciò che si sa per certo della storia del jenever è che si diffuse in Inghilterra in seguito alla Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). Soldati Inglesi e Olandesi combatterono fianco a fianco contro gli Spagnoli e i Francesi e ben presto gli Inglesi adottarono l’abitudine dei soldati Olandesi di bere Jenever per farsi coraggio prima delle battaglie, per questo motivo la bevanda era soprannominata “Dutch Courage”.

Il jenever come vanto nazionale

Ai giorni nostri, la tradizione del jenever In Olanda è portata avanti da storici produttori, che mantengono vivo l’interesse verso questo liquore grazie anche ad un consumo interno ancora sostenuto. Inoltre sembra che anche mercati non tradizionali inizino, grazie a gare e concorsi finanziati sopratutto da Bols, a dare attenzione al jenever. La Bols inoltre cura un museo del jenever dove la storia di questo distillato è ben raccontata, ma per apprezzare al meglio l’evoluzione di questo spirito è consigliato recarsi in distillerie più piccole nei pressi di Schiedam. Purtroppo con l’avvento delle multinazionali dell’alcol questo piccolo tessuto fatto di micro produzioni familiari ha subito duri colpi.  



Nonostante tutto, negli ultimi anni una grande attenzione per il jenever sembra aver preso piede anche tra i giovani olandesi. Sulla base della falsa convinzione che il jenever sia un’invenzione olandese, si è andata consolidandosi una cultura del bere dai toni nazionalistici attorno a questo liquore. Di solito si beve liscio, ma può essere impiegato anche per la creazione di cocktail studiati. Viene servito in artistici bicchieri a forma di tulipano, che vengono riempiti fino all’orlo, incoraggiando i bevitori a chinare la testa sul bancone mentre bevono il loro primo sorso.






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