di Giuseppe Menditto

 

Un camaleonte adagiato sornione in primissimo piano sulla pelle di un corpo celeste. In lontananza il profilo di un pianeta. Una prorompente “bomba sexy”, tacchi a spillo e completo in lattice, balla la pole dance sul palco con sensualità, intrigando il pubblico.

Una stereotipata figura vagamente femminile con lunghe chiome bionde ma priva di volto, che poco alla volta si trasforma in una creatura androgina. Nel frattempo le immagini proiettate e una voce narrante dialogano col pubblico accompagnando la trasformazione.

Così inizia la performance XYX di Moreno Perna, coreografo e performer di base ad Amsterdam. Laureato all’Amsterdam University of the Arts, è stato allievo di Jan Fabre e ha fatto parte del cast di “Mount Olympus – to Glorify the Cult of Tragedy” (vincitore del premio UBU 2016) e “The Power of Theatrical Madness”. Con il nome di Vortex X si esibisce di notte come performer in alcuni club della città. Oltre a XYX, spettacolo andato in scena per l’Amsterdam Fringe Festival sabato 14 e domenica 15 settembre, Moreno ha ideato e allestito la performance LDRC sullo smarrimento della virtualità telematica in collaborazione con la casa di produzione Dansmakers Amsterdam.

Il suo teatrodanza lavora il genere sessuale dall’interno. A cosa allude XYX? XX e XY, i due cromosomi sessuali che distinguono un uomo da una donna, diventano fluidi e trasformandosi continuamente infrangono le barriere che le società e le culture tradizionalmente impongono alle identità di genere. Moreno crede che il “genere” non possa essere deostruito ma trasceso, e in quella zona si crea una sensazione fluida che va oltre la divisione tra ciò che è maschile e ciò che è femminile nella nostra cultura. Piuttosto che un messaggio per lo spettatore, è un appello delicato a tutto ciò che è sia maschile che femminile nello spettatore.

XYX è una performance di teatro e danza che espone il gender come qualcosa di fittizio e culturalmente costruito. È attraverso l’uso di diversi media che Moreno crea una performance a più livelli e in grado di connettersi sia con un pubblico istruito sia con chi non abbia conoscenze teatrali.

Che cosa ci puoi raccontare di Jan Fabre, promotore di una ricerca artistica tesa ad oltrepassare le barriere espressive?

 Ho iniziato a studiare in Italia ma poi mi sono formato qui in Olanda, prima al De Theaterschool nel dipartimento di Modern Theater Dance e mi sono avvicinato progressivamente alla coreografia. Durante il quarto anno già lavoravo al pezzo maratona della lunghezza di ventiquattr’ore di Jan Fabre Mount Olympus: ho trascorso un intero anno formandomi all’interno della compagnia e sperimentando continuamente durante il tour europeo. Già a Troubleyn, lo spazio allestito da Fabre ad Anversa, avevo in mente miei progetti e ho sfruttato la possibilità di creare la performance LDRC – Lana Del Rey changed (since the fire nation attacked) – per un festival in Israele sull’idea di internet come favoloso mondo di Alice in cui perdersi. Per quanto riguarda XYX, mi sono ispirato a come la nostra società sessualizza la donna e la misoginia insita alla nostra cultura. Il mio lavoro vuole essere una ricerca antropologica dove il genere sessuale vive come costrutto culturale da cui si può evadere in qualche modo e il modo in cui io personalmente cerco di evadere è quello che porto in scena. La mia esigenza è di far capire al pubblico la fluidità che ci costituisce al di là del sesso biologico. La creatura androgina è dentro ognuno di noi.

Cosa ha comportato il passaggio da un lavoro estenuante di preparazione e di messa in scena come l’Olympus di Fabre – l’opera ispirata ai culti dionisiaci della tragedia greca dalla durata di ventiquattr’ore ininterrotte, con pubblico in sacco a pelo e cibo al seguito – ad una performance che dura poco più di trenta minuti?

In realtà, la durata della performance è stata dettata dalla necessità, essendo io ancora un coreografo esordiente. La semplicità del formato proposto è adattabile alle esigenze dei diversi festival. All’inizio avevo in mente un pezzo della durata di un’ora ma poi mi sono accorto che la performance fluiva meglio in un tempo ancor più condensato, senza toccare il contenuto. Lavorando con un piano drammaturgico definito, in cui era subito chiara la struttura della performance, inizio e finale inclusi, la limatura credo l’abbia resa ancor più fluida e fruibile al pubblico.

Veniamo ora ad XYX e alla questione della sessualità. Tu sostieni che il genere non può essere decostruito ma solo trasceso. In che senso?

 L’identità di genere è un tema spesso affrontato dalla danza contemporanea. La maggior parte dei lavori però cercano di decostruire il genere sessuale, attingendo ad elementi comuni sia al mondo maschile che a quello femminile ed offrendone una valutazione morale. Anch’io probabilmente ne do una valutazione morale ma sono consapevole del fatto che il genere sessuale sia in tutto e per tutto una costruzione culturale. Più che farne una lezione morale che impartisco al pubblico, ho preferito invitare il pubblico a riflettere in tutti i sensi: nella prima parte dello spettacolo performo l’idea di una bambola sessuale perfetta e la propongo nascosta da una maschera lucida: è un’immagine-specchio in cui mostro l’immagine della donna costruita come riflesso della società. Ciò non significa però che le immagini di femminilità oggi rappresentate possano essere assunte solo negativamente: io sono femminista e conosco molte donne femministe che adorano truccarsi e indossare certi vestiti. La negatività non sta nell’immagine in sé ma nell’uso che ne fa una società come la nostra di stampo patriarcale. Nella seconda parte, invece, offro un’immagine propositiva, quella di una creatura angelica asessuata, completamente libera, non raggiungibile nella realtà ma soltanto nella mia fantasia. Invece di distruggere lo stereotipo a me interessa proporre un’alternativa.

Durante la performance il corpo sessuato diviene insetto-farfalla in una dimensione che è ospitale e non allo stesso tempo – una citazione forse della passione di Fabre per gli insetti e il suo professarsi nipote dell’entomologo e naturalista Jan Henri Fabre. Mi è venuto in mente il racconto la Metamorfosi di Kafka in cui però la trasformazione del protagonista è ormai irreversibile. Nel tuo caso il corpo trans-sessuale può ritornare la femme fatale dell’inizio?

In realtà non credo ci possa una semplice evoluzione da donna ad androgino. La performance è un’esplorazione sciamanica dei molti animali totemici che simboleggiato le energie vitali dentro di noi in continua trasformazione. Nel pezzo c’è un’evoluzione quasi di specie, da embrione a insetto, ragno, serpente, sirena, essere umano e infine creatura angelicata. Non credo però possa intendersi come evoluzione in senso stretto quanto piuttosto una rappresentazione delle nostre energie interiori e del loro manifestarsi. Per esempio, la maschera che indosso e i vestiti maschili e femminili con cui gioco non sono certo una costrizione: c’è una componente di divertimento sia all’interno dell’immagine stereotipata che nella fluidità dei generi.

La tua performance è accompagnata da musiche, testi letti e immagini proiettate. Il tuo teatro-danza nasce dalla ricerca di una performance come movimento oppure è pensata in simbiosi con immagini e musiche?

Questo è molto interessante perché in quanto danzatore sarei dovuto partire dal movimento e dal corpo. In realtà sono partito invece da un’esigenza visiva, dai gesti e simbologie del corpo. C’è stato un momento in cui ho anche dubitato della validità della danza in sé e ho valorizzato l’elemento visivo e la parola recitata. Ora mi sono sempre più convinto del fatto che la corporeità possa contribuire ad esprimere la dimensione subconscia e irrazionale delle persone. Attraverso un testo posso far ragionare il pubblico ma il rischio è che il mio lavoro venga psicologizzato ed è ciò che non vorrei.

La serie di immagini proiettate, nudi di donna da Canova a Gauguin frammisti a fotografie, pubblicità e copertine patinate, scorrono veloci incalzate dalla musica, fino a fondersi in un unico grande corpo. Quei corpi hanno contribuito a costruire il nostro canone della bellezza. Che rapporto ha con il bello il corpo androgino che tu performi?

Credo che il corpo asessuato crei un altro modello di bellezza. Come diceva l’antropologo Victor Turner l’artista ha un ruolo rivoluzionario nella società, quello di scompaginare i valori culturali tradizionali e proporne di nuovi. Nella danza si parla molto di rappresentazione del corpo in scena e anche quello costituisce un canone culturale: del resto l’idea della modella filiforme proviene da quella di una certa ballerina teatrale. Presentare il mio corpo attraverso la fragilità di un corpo visivamente intersessuale intende proprio offrire un modello alternativo di bellezza.

Veniamo alla città in cui ci troviamo. Stereotipicamente Amsterdam è vista sia come luogo della mercificazione sessuale sia come tutela dei diritti Lgtb. In che misura questo luogo aggiunge un significato al tuo lavoro?

Quando ho presentato il pezzo la prima volta, mi sono dovuto confrontare con la reazione del pubblico olandese. Soprattutto le donne mi hanno detto di non riconoscersi. Questo mi ha stupito molto. Nonostante l’alto livello di tolleranza e di discussione  franca sulla sessualità, la lotta femminista contro il patriarcato non è mai finita nemmeno qui in Olanda. Ovviamente il mio discorso è rivolto anche all’Italia, soprattutto all’immagine televisiva della donna e alla violenza di genere. Ma ciò non significa che l’Olanda sia esente da certi rischi: il grado di misoginia nella società olandese è ancora alto come dimostra la discussione attuale sul ruolo della donna a teatro e sui rapporti tra direttore e danzatrice. La mia esperienza di performer nei cabaret notturni sotto il nome di Vortex mi ha aiutato a connettermi con un pubblico che tradizionalmente non frequenta il teatro a differenza di altri spettacoli fatti per un’élite frequentatrice abituale di teatri.

La performance è ormai in scena da più di un anno. Hai notato cambiamenti nella ricezione da parte del pubblico?

La prima versione del pezzo l’anno scorso presentava un testo tratto da scritti femministi, molto forti e politicizzati, ma ciò forte ha allontanato un pubblico femminile. Nel tempo mi sono accorto che si può affrontare un tema come quello del gender utilizzando un testo più leggere e divertente. Il testo è stato rielaborato da me e dal mio compagno, ed è letto da Alexander Chapman, un attore canadese che interpreta soltanto ruoli femminili. Rispetto alla prima versione molto serrata ora il pubblico mi sembra più rilassato, ride alle battute e ha più tempo per entrare nello spazio scenico.

Quali altri progetti hai in cantiere?

Il prossimo progetto si chiamerà Aura e lo inaugurerò il prossimo novembre con una residenza a Dansmakers Amsterdam, una casa di produzione con cui già collaboro, in collaborazione con ICK (Emio Greco).  Vorrei ritagliarmi un anno di tempo per creare questo nuovo spettacolo . Muoverà da una ricerca sul movimento del corpo a partire dalla esperienza olistica della propria aura come energia interiore e coscienza della propria sensitività.