Nell’ultimo anno la frase “Io non sono un virus” è diventata virale insieme all’hashtag #stopasianhate.

La campagna contro l’asiafobia è stata inizialmente lanciata dai diretti interessati che vivono in Occidente. Attraverso l’arte, i social media e le azioni pubbliche la comunità asiatica in Europa e Nord America ha combattuto l’ondata di odio xenofobo e sinofobo che si è sviluppata con la diffusione del COVID-19.

Dietro gli insulti e le minacce, c’è una lunga storia di razzismo e violenza in Europa e Nord America, che purtroppo continua tutt’oggi. Lo scriveva circa un anno fa Sentient Media, un’organizzazione giornalistica senza scopo di lucro che mira a creare trasparenza sul ruolo degli animali nella nostra vita quotidiana, dal cibo alla compagnia fino alle cavie per i test di laboratorio.

Come afferma il portale, non è raro che la società bianca dipinga le persone asiatiche o con origine asiatica come pericolosi parassiti e portatori di malattie. E questo clima d’odio, inasprito da alcuni politici come Trump, che per mesi ha continuato a chiamare il coronavirus “influenza cinese”, ha provocato un aumento di violenza verbale e fisica contro le comunità di origine asiatica: dalle micro-aggressioni (“tornatene in Asia”) agli omicidi.

Dal virus del razzismo nella società occidentale non ci libereremo presto

I suprematisti bianchi hanno sempre giustificato la violenza contro le persone di colore e i popoli indigeni dipingendoli come inferiori e “subumani”. Gli effetti di questa ideologia latente sono esplosi durante la pandemia.

Nemmeno gli ambienti progressisti sono esenti dal razzismo. Le critiche ai mercati umidi all’interno e all’esterno dei movimenti animalisti si verificano poiché inevitabilmente connesse ai retaggi coloniali anti-asiatici, in particolare anti-cinesi.

La mobilitazione contro i wet market (mercati umidi) asiatici è partita dall’Occidente perché le pratiche culinarie sono viste come marcatori delle differenze nazionali, culturali e individuali. Per esempio, i Paesi occidentali spesso vedono come e quali animali determinati gruppi etnici consumino come indicatori della loro presunta depravazione. Spostando così l’interesse del pubblico sul piano morale e razziale, anziché su quello oggettivamente rilevante, e cioè quello della scarsa sicurezza igienicosanitaria dei wet market, un termine che deriva dal pavimento scivoloso creato dal sangue e dalle viscere animali cadute a terra e dall’acqua usata per spazzarli via.

Le pratiche culinarie come metro di giudizio di una civiltà

Come riporta Sentient Media, Paesi come gli Stati Uniti, storicamente marcano i gruppi oppressi come “stranieri” o semplicemente “altri”, soprattutto in tempi di scarsità economica e di crisi. Per esempio, come nota Claire Jean Kim nel suo libro Dangerous Crossings: Race, Species, and Nature in a Multicultural Age:

“Con il peggioramento delle condizioni economiche negli anni ’70 dell’Ottocento, i californiani bianchi consideravano sempre più i cinesi come una razza degenerata che invadeva gli spazi bianchi ponendo una minaccia morale, medica ed economica alla nazione. Immagini di animali minacciosi, brulicanti e pestilenziali furono cucite indelebilmente al corpo dei cinesi. L’unica risposta era espellere i parassiti dal corpo politico e tenerli fuori”.

La sofferenza degli animali nei mercati umidi ha controparti equivalenti nei CAFO (concentrated animal feeding operation) occidentali, ovvero gli allevamenti intensivi. In Europa e Nord America alcuni animali se la passano meglio di altri; il cane, ad esempio, è considerato un animale domestico, mentre la mucca viene sfruttata per ottenere carne, latte e derivati. Gli animali che nascono negli allevamenti intensivi vengono oppressi dalla nascita: costretti alla separazione dalla madre in tenera età fino al momento del macello e alla condivisione di spazi angusti creati da recinti e gabbie. I rapporti tra diversi individui, poi, sono del tutto inesistenti.

Le società occidentali tendono a considerare gli animali come inferiori, ma qui le pratiche degli allevamenti non sono percepite come sintomi di una “arretratezza” o assenza di civiltà. A indicarle come torture e atti di sfruttamento sono solamente le organizzazioni antispeciste, ma non esiste una consapevolezza a livello di società. Allo stesso tempo, la razzializzazione di un umano è spesso legata alla sua animalizzazione, scrive il portale. Nell’immaginario coloniale bianco, una persona non bianca non è pienamente umana, quindi è lecito trattarla come un animale. L’animalizzazione degli umani e l’oppressione degli animali non umani, perciò, sono due facce della stessa medaglia e si rafforzano a vicenda. Questo non è solo un male per gli umani, ma risulta in un maggiore specismo, ossia discriminazione delle specie diverse dalla nostra.

Razzismo e specismo al servizio del guadagno

Un umano o un animale spogliato della propria individualità diventa un oggetto che si può sfruttare per il guadagno economico. Si tratta di una logica di oppressione che si inserisce alla perfezione nel sistema capitalista.

Ad esempio, è negli impianti di lavorazione e confezionamento della carne o quelli per l’allevamento di visoni per le pellicce che sono scoppiati alcuni tra i più grandi focolai di Covid nel 2020.

Dato questo contesto molto xenofobo e sinofobo, esortiamo coloro che denunciano i “mercati umidi” a Wuhan e altrove a costruire contemporaneamente una critica antirazzista”, scrive Sentient Media.

Nei macelli e nelle fabbriche di confezionamento della carne, sono spesso impiegati lavoratorə migrantə, razzializzatə, che vivono in condizioni abitative e igieniche spesso precarie. In Nord America sono in gran parte persone nere o di colore, latine o asiatiche, in Europa provengono spesso da Paesi dell’Est del continente. Questa è un’espressione di razzismo strutturale, che è un risultato diretto della schiavitù e del colonialismo. Si tratta di un lavoro che può risultare traumatizzante, essendo fisicamente e psicologicamente coinvolti nell’uccisione di animali.

“Quando le persone bianche riflettono sulle pratiche animali non occidentali senza un approccio antirazzista, anticlassista e anticoloniale, esse si mettono al servizio della retorica xenofoba e sinofoba di Trump e altri”, scrive il portale, “una retorica che stimola la paura e incita a incolpare alcune comunità.”

Riconoscere come queste due oppressioni di intersechino, quella umana (basata sul razzismo e l’animalizzazione) e quella animale (in cui gli individui di altre specie sono viste come inferiori), aiuterebbe ad affrontare entrambe le forme di oppressione allo stesso tempo.

Inoltre, nei dibattiti etici sui mercati di animali, spesso non si distingue tra “mercati umidi”, “di animali selvatici” e “mercati di animali vivi” al loro interno. I mercati umidi spesso forniscono cibo molto più economico rispetto ai mercati “secchi” e sono quindi più convenienti per alcune fasce di popolazione. Comprendere che non sono solo i mercati umidi il problema ci aiuta a ampliare il dibattito sul commercio di animali selvatici e sugli allevamenti a livello mondiale. Per creare sistemi alimentari giusti e sostenibili, bisogna prendere in considerazione diversi tipi di discriminazione, tra cui quella degli animali, quella delle persone con origine migrante, quella delle persone povere.