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Nelle ultime settimane si sta assistendo ad un costante pressing, soprattutto da parte degli Stati Uniti, affinché la Cina si assuma le responsabilità della diffusione del coronavirus. Un esperto del settore legale, Grady Loy, avvocato americano e consulente aziendale in pensione di una delle principali società chimiche giapponesi, spiega su Asia Times se e in che modo potrebbe avvenire uno scontro legale USA-Cina.

Loy fa riferimento in primo luogo ai tribunali in cui potrebbe svolgersi un’azione legale di tale portata. L’avvocato sostiene che il governo degli Stati Uniti non possa citare in giudizio la Cina nei tribunali federali, tranne nei casi in cui non si applichi l’immunità sovrana – per esempio, per citare in giudizio una società cinese di proprietà statale a causa della affidabilità dei suoi prodotti sul mercato statunitense. La Costituzione federale consente però al governo federale di intentare cause in tribunali diversi da quelli statunitensi, quindi gli USA potrebbero intentare causa al governo cinese in un tribunale cinese, che tuttavia dovrebbe essere esso stesso autorizzato a portare avanti una causa simile. Pur ammettendo che sia possibile portare avanti un’azione legale in un tribunale cinese, tuttavia, gli USA perderebbero evidentemente la causa. Ci sono poi le sedi internazionali. Sebbene gli Stati Uniti abbiano ammesso in passato una giurisdizione limitata alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia o l’Organizzazione Mondiale del Commercio, c’è quasi certamente un’eccezione. Tuttavia, l’OMC funziona perché la Cina vuole esserne membro e, nelle parole di Loy, “I superpoteri tendono a non lasciarsi trascinare al l’Aia (anche se gli europei sono molto rispettosi)”.

La Corte internazionale poi, secondo Loy, merita un’ulteriore analisi. Essa è stata criticata per le sue decisioni, le sue procedure e la sua autorità. Così come per le Nazioni Unite, molte delle critiche alla Corte si riferiscono più alla sua autorità, che è assegnata dagli Stati membri attraverso la sua carta, che a problemi specifici sulla composizione delle commissioni giudiziarie o delle loro sentenze. Le principali critiche includono, ad esempio, quelle sulla sua giurisdizione “obbligatoria”, che è limitata ai casi in cui entrambe le parti abbiano concordato di sottomettersi alla sua decisione.

C’è poi il problema del principio di sovranità del diritto internazionale, secondo cui nessuna nazione è superiore o inferiore a un’altra. Pertanto, non esiste alcuna entità che possa costringere gli Stati a mettere in pratica la legge o punire gli Stati in caso di violazione del diritto internazionale. L’assenza di una forza vincolante significa che i 193 stati membri della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) non devono necessariamente accettarne la giurisdizione.

Inoltre, la ICJ non ha giurisdizione automatica sugli stati membri che aderiscono all’ONU e alla ICJ. In questi casi è il consenso di ogni singolo stato che poi riconoscerà quale è la giurisdizione da prendere in considerazione. La Corte internazionale, poi, non gode di una completa separazione dei poteri. I membri permanenti del Consiglio di sicurezza possono porre il veto sull’esecuzione di tutte le decisioni prese, anche di quelle a cui avevano acconsentito di attenersi. Poiché la giurisdizione non ha una forza vincolante di per sé, spesso i casi di aggressione sono giudicati da una risoluzione da parte del Consiglio di sicurezza.

Vi è quindi una probabilità che gli Stati che costituiscono i membri permanenti del Consiglio di sicurezza evitino la responsabilità legale sollevata dalla Corte internazionale di Giustizia, come mostrato nell’esempio del Nicaragua contro gli Stati Uniti. Naturalmente la Cina e gli Stati Uniti sono entrambi membri del consiglio di sicurezza con potere di veto, quindi non esiste alcuna reale possibilità di esecuzione del giudizio – ammesso che la Cina accettasse di essere citata in giudizio. I casi del l’Aia quindi, sostiene Loy, funzionano meglio quando l’imputato per ottenerne un beneficio politico, preferisce essere cooperativo.

Date queste premesse, Loy sostiene che tutta la questione non sia altro che una “prodezza pubblicitaria”, e riferisce, riguardo la possibilità da parte degli Stati Uniti e della Cina di portare avanti una causa legale: “Realisticamente, credo non ce ne sia alcuna possibilità”.