The Netherlands, an outsider's view.

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Cosa vuol dire “libertà”?



In questi giorni di quarantena la parola “libertà” è stata usata, anzi per meglio dire abusata, sui social e in televisione. Non siamo più liberi di andare in giro quando e dove vogliamo, non possiamo incontrare quante persone desideriamo e nuove regole, come l’obbligo della mascherina sui mezzi pubblici, stanno per cambiare le nostre abitudini. Insomma non siamo più liberi di fare come ci pare, ma prima lo eravamo? Ed esattamente cosa vuol dire e come percepiamo la libertà?

L’Ufficio di Pianificazione Sociale e Culturale (SCP) e il Comitato Nazionale del 4 e 5 maggio hanno promosso uno studio dal titolo The State of Freedom – Freedom in the Netherlands 75 anni dopo la liberazione (De stand van vrijheid – Vrijheid in Nederland 75 jaar na de bevrijding). Da questo studio emerge come gli olandesi utilizzino la parola “libertà” in più di una risposta riguardante cosa li rende felici e positivi.

Il direttore del SCP Kim Putters (1973) ha spiegato: “La libertà è al centro di ciò che gli olandesi considerano la loro identità. È qualcosa di cui sono orgogliosi.” Partendo da questo concetto Ronald Ockhusen per l’Het Parool, ha voluto approfondire come la nostra società interpreti la libertà.

La verità, come scrive il giornalista, è che si tratta di una parola che porta con sè molti significati. Se prendiamo, per esempio, l’esperienza di Wondimu Gebre Woldeaarggiye il concetto di libertà sta nel non aver paura. Gebre Woldeaarggiye è originario dell’Etiopia ed fuggito nei Paesi Bassi nel 2014. Per lui la libertà sta nel fatto che per le strade, nei caffè oppure nei festeggiamenti come il Koningsdag, non ci sia sospetto o tensione. Nel suo paese d’origine, la libertà è limitata al gruppo etnico di provenienza. Tutto al di fuori di esso è una possibile minaccia.

L’olandese medio sarebbe d’accordo con questa definizione, eppure, scrive Ockhusen, se da una parte la libertà individuale è considerata importante, dall’altra molti olandesi sono infastiditi da comportamenti diversi da quelli a loro consoni. Del resto la libertà individuale può voler dire attenersi a certe tradizioni, ma anche poter protestare contro di esse.

Il giornalista, allora, si rivolge a Daan Roovers, filosofa, la quale sottolinea come in questo momento, nel 2020, la libertà sia la per la maggior parte delle persone la sensazione di essere padroni della propria vita. Se da una parte sembra un lusso, dall’altra è una forma di libertà che può essere vissuta in maniera negativa. Basti pensare alle nuove generazioni che lottano con burnout e con paure legate proprio al “tutto è possibile”.

La filosofa spiega come la Seconda Guerra Mondiale abbia funzionato per contrasto con la generazione del ’45. Aver sperimentato l’oppressione, porta a sentirsi liberi anche solo per aver riconquistato il proprio paese. Questa sensazione “per contrasto” è andata attenuandosi negli anni. In più essere liberi fisicamente non basta, come mostra l’esperienza di Gebre Woldeaarggiye che racconta di come sia stato difficile ambientarsi in Olanda non parlando la lingua, non potendo lavorare e non potendo accedere facilmente all’aiuto necessario per riprendersi dai traumi psico-fisici riportati in seguito al tempo trascorso nelle carceri etiopi. Era libero di muoversi, era libero nello spazio, ma era allo stesso tempo bloccato dalla burocrazia e dalla difficoltà di comunicazione.

Daan Roovers durante le sue lezioni, chiede agli studenti di scegliere tra tre definizioni di libertà: la versione del Primo Ministro Mark Rutte “la libertà è scegliere cosa vuoi fare”, quella di suo figlio “la libertà è lasciarmi stare” e quella del filosofo francese Jean-Jacques Rousseau, che vede la libertà come obbedire a una legge generale che ti sei imposto – solo allora, secondo Rousseau, l’uomo si libera dall’arbitrarietà.

La filosofa ha raccontato che nessuno, mai, sceglie Rousseau. Oggi vogliamo essere individui responsabili della propria esistenza e basta. Ecco allora che la libertà presenta i suoi limiti.

Scrive ancora Putters: “le questioni principali creano regolarmente tensioni tra le persone che si sentono legate ai Paesi Bassi sulla base di simboli e tradizioni e le persone che vivono un legame con i Paesi Bassi sulla base delle libertà civili. Pensate alla discussione su Zwarte Piet. Ciò che uno vede come progresso, l’altro lo sperimenta come una perdita, come una riduzione della libertà.” Queste discussioni, secondo il direttore del SCP, sono fondamentali in un paese veramente libero. La libertà non è una strada a senso unico. Un risultato per qualcuno, può disturbare qualcun altro e questo va discusso. Un altro esempio  lo si trova nel recente tumulto nato in seguito alla questione sull’opportunità di consentire le chiamate alla preghiera delle moschee.

Queste discussioni, questi litigi, però, sono proprio la base della libertà stessa. Lo si comprende quando per molto tempo se ne è privati. Gebre Woldeaarggiye continua a raccontare la sua scoperta della libertà: “Gli olandesi discutono sempre. Nel primo anno dei miei studi, sono rimasto sorpreso dal fatto che dopo una lezione, gli studenti abbiano posto all’insegnante ogni tipo di domanda perché non avevano capito. Questo è impensabile nella mia patria. In caso di dubbi, non si possono fare domande a un insegnante o a tuo padre.”

Per l’etiope-olandese ora questa è diventata la normalità, ma c’è voluto tempo: “Adesso parlo con le persone nei caffè senza prima chiedermi da che parte stanno e se posso esprimere la mia opinione. Questo è perfettamente normale per i nativi olandesi. Per me quest’apertura significa una felicità senza precedenti.”






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