The Netherlands, an outsider's view.

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EU

Coronavirus in Lituania, “lockdown smart” ma fuori città, i luoghi desolati sono pieni di gente

di Agnė Cimermanaitė

 

Sono arrivata a Vilnius, la capitale della Lituania, il 15 marzo. Non appena l’aereo ha aperto il portellone, i medici in tuta ignifuga sono saliti a bordo e e mentre camminavano lentamente lungo il corridoio, controllavano la temperatura corporea di ogni passeggero, annotando il numero di posto di coloro che sembravano malati. Potevo sentire le persone respirare pesantemente dietro di me, e anche io, pur essendo sana, mi sono fatta suggestionare e ho iniziato a sentire i sintomi di COVID-19.

All’aeroporto, i medici hanno misurato nuovamente le temperature e disinfettato le mani un paio di volte. Successivamente, tutti sono stati obbligati a firmare alcuni documenti, dove si garantiva di autoisolarsi rigorosamente per 14 giorni. Altrimenti, per aver messo a rischio la salute di altre persone, avremmo potuto incappare in una sanzione.

Dopo due settimane di isolamento a casa, in un quartiere tranquillo, guardando le notizie incerte sul futuro in TV, speravo che il paese, dove c’erano solo 14 casi di coronavirus il giorno in cui sono arrivata, sarebbe stato sollevato dall’isolamento nazionale. Ma col passare dei giorni, il numero di contagi è aumentato vertiginosamente. E ogni giorno sono state introdotte misure più severe per tenere sotto controllo l’epidemia.

La quarantena è stata prolungata dal 16 marzo fino almeno al 13 aprile. E’ ancora consentito uscire, ma da soli, in coppia o in famiglia. Istituzioni educative e culturali, palestre, negozi (diversi da alimentari e farmacie), parchi e campi da gioco sono chiusi. Ristoranti e caffè offrono solo servizi da asporto. Nei supermercati, la stragrande maggioranza dei clienti indossa maschere e guanti monouso, i disinfettanti sono posizionati in ogni angolo. I cassieri sono protetti da una lastra di vetro e ci sono linee di 1 metro disegnate a terra per lontane le persone l’una dall’altra.

Subito dopo le mie due settimane di auto-isolamento, io e mio fratello siamo andati a fare una passeggiata in una foresta, a 20 chilometri  dalla città. Quello che non ci saremmo aspettati è di vedere un ingorgo, in una foresta senza strade: era pieno di famiglie in giro, a fare escursioni, picnic e rilassarsi nella natura; ci siamo voltati e siamo tornati a casa. A quanto sembra, quando le città si svuotano, i luoghi appartati si riempiono di gente.

Da allora abbiamo sentito spesso di decisioni strane assunte dalle autorità: quella più controversa è stata il tentativo di isolare ogni singola persona che arrivava dall’estero per due settimane, in alloggi comunali con cibo fornito; ma si tratta di alloggi da condividere con cinque persone. Tutti erano furiosi e frustrati:  la situazione stava diventando caotica. Di conseguenza, pochi giorni dopo le famiglie sono state riamesse a casa. C’era anche un piano per isolare le persone con diagnosi di coronavirus che avessero manifestato sintomi lievi nelle stesse abitazioni del comune, invece di consentire loro di curarsi nelle proprie case.

Ora quasi tutti nel mondo sono nella stessa barca. Ansia, noia, paura e la domanda di rito: “quando finirà?”. L’unica cosa che possiamo fare  è guardare il risveglio della primavera dalle nostre finestre e chiamare le persone più vicine al telefono; i tempi migliori devono ancora arrivare.