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CULTURE

CONVERSAZIONI VI/ Elke Uitentuis: la visione pubblica. L’arte contemporanea nei processi di riaffermazione collettiva.


Di Chiara Scolastica Mosciatti

Elke Uitentuis è una delle fondatrici del Vluchtmaat. Per gli spazi del Vluchtmaat ci vediamo praticamente tutti i giorni, ma per questa intervista abbiamo dovuto prendere un appuntamento. Un sabato alle 11 di notte ci incontriamo nel suo studio. Un sabato sera tra donne in uno spazio dell’arte contemporanea militante. Tutto sommato non male.

Gli anni ’90: l’artista, le istituzioni e il pubblico. Crisi del sistema di produzione, distribuzione e consumo d’arte.

“In certa maniera la mia arte è stata sempre politica. Dopo il diploma in arte e disegno ho studiato vari media all’accademia AKI in Enschede. Nei tardi anni ’90 l’accademia Aki era un luogo di istruzione per anarchici, in cui si esploravano tutti i media a disposizione della cultura pop per indirizzare la produzione artistica verso i temi di attualità.
Io mi divertivo molto a mescolare tutto quanto avevo a disposizione, soprattutto per quello che riguardava la rappresentazione dei temi della violenza sessuale o delle relazioni fra i generi. Accanto al disegno facevo performances, mi occupavo di moda, scrivevo canzoni.
Il primo grande ostacolo fu portare la mia arte nel mondo. L’accademia mi aveva preparato ad essere molto testarda e assertiva, non a confrontarmi con il sistema. Una volta laureata realizzai che dovevo costruirmi il mio pubblico ed  alla prima sfida entrai in una crisi di identità.
Per il premio Mamacash lavorai circa un anno al fine di realizzare un’istallazione destinata ad una performance nello spazio pubblico di Museum Plein. Il tema del premio era creare un pezzo d’arte per protestare contro l’illusione che qualcuno possa davvero cambiare qualcosa. Il giorno della performance diluviava e l’esibizione venne rimandata. La volta successiva era un freddo polare e nessuno venne. Dopo aver affrontato uno stress enorme per progettare un’opera di impatto e consegnare entro la scadenza, affrontare la totale assenza di pubblico mi demotivò totalmente. Avevo in mano un prestigioso premio che mi incoronava giovane artista donna impegnata socialmente e lo percepivo come un totale fallimento. Era il 2001 e pensavo seriamente di lasciare il campo, perchè la mia arte era totalmente isolata.

Il dismesso urbano: prime suggestioni di ricomposizione sociale.

Decisi di andarmene a Vienna per costruire la mia carriera nella musica. Tuttavia volli dedicare a me stessa una sorta di festa di addio alle arti visive accettando un invito per una residenza artistica a Den Bosch. In una ex fabbrica di sigari dovevo vivere per circa due mesi insieme ad altri venti artisti impegnati socialmente e politicamente. Lo scopo della residenza era creare un’opera per uno spazio pubblico. La fabbrica ospitava una tendopoli per alloggiare gli artisti e uno spazio espositivo destinato alla documentazione sull’opera stessa.
Mi sentivo intimorita: a differenza di me gli altri artisti erano molto preparati e sicuri di sè. Tuttavia, il metodo di mettere costantemente in discussione ogni singola azione del processo creativo mi aiutò a raggiungere una certa chiarezza. Non ero abituata a dover difendere me stessa e quella residenza ebbe un grande impatto sulla mia capacità di sviluppare una visione organica. Riconobbi che il mio campo di ricerca riguardava gli interventi dell’arte nello spazio pubblico. La mia crisi svanì e con essa il progetto di dedicarmi alla musica.”

Gli anni zero: spazio pubblico e arte totale.  La partecipazione comunitaria nella progettazione dell’opera.

Il mio primo lavoro è stata un’istallazione architettonica di dieci metri per dieci alta cinque, completamente bianca, dalla luce al pavimento, simile ad una navicella aerospaziale. Non aveva niente di politico, era il punto di inizio per una critica sempre più consapevole sull’architettura urbana e la sua modalità di pianificazione dall’alto al basso. Volevo creare delle possibilità e dei processi perchè la riflessione e la decisione democratica passassero attraverso il modellamento partecipato degli spazi pubblici. Nel 2008 al Cairo durante il progetto Model Citizens, un’indagine urbana sul quartiere storico di Antikhana, realizzai un modello in miniatura altamente fedele della zona, nella quale si trova anche la galleria che ha ospitato questo progetto. In tal modo offrivo una visione a 360 gradi del quartiere, dando la possibilità agli abitanti di gettare sguardi su punti normalemente inaccessibili alla vista.  Le criticità architettoniche e urbanistiche venivano così svelate e interrogata la comunità sugli interventi desiderati per rimodellare il proprio spazio, nasceva un progetto comune che accoglieva in certa misura le istanze del processo di gentrificazione già in atto, ma ne disinnescava la violenza della sostituzione sociale. Con la primavera araba già nell’aria, l’intento era quello di intercettare il bisogno comune di cambiamento e attraverso una pratica democratica, traghettarlo nel tessuto urbano.
Antikhana, il distretto della meccanica automobilistica con un centro d’arte in mezzo, permetteva dinamiche sociali incredibilmente liberali: differentemente dalla maggioranza degli altri quartieri, nei caffè intorno al centro artistico sedevano insieme meccanici e intellettuali e persino donne, una cosa piuttosto inusuale per un paese sotto una dittatura.
È pur vero che in quel distretto l’inquinamento atmosferico era molto alto e che questa era una delle ragioni preminenti per lo smantellamento delle officine, ma al municipio del Cairo sfuggiva totalmente la bellezza e la libertà di quell’area.
Una volta finito il plastico e aperta la mostra, l’afflusso registrato fu enorme. Gli abitanti del quartiere furono intervistati e iniziai a modificare il plastico in base alle loro visioni.
Ad essere in mostra era quindi una riproduzione fedele di un quartiere nel proprio processo di aggiustamento alla visione collettiva dei suoi abitanti.
Questo progetto ebbe la durata di un anno e mezzo fu estremamente influente per la città: venne acquisito dall’università del Cairo e usato come materiale didattico durante le lezioni di pianificazione urbana.
Da quel momento mi fu chiaro come larga parte dell’arte contemporanea si era già spostata dal campo della rappresentazione a quello della ricomposizione degli elementi sociali.
Nato sulla soglia della primavera araba, Model Citizens richiedeva un’azione supplementare perché la suggestione emanata diventasse una reale piattaforma di negoziazione collettiva.
Tuttavia, essendo l’implementazione tecnicamente esaurita, lasciai l’Egitto e mi recai a Los Angeles dove erano stanziati fondi per un altro progetto pilota.

  

Precarietà endemica e precarietà radicale: la solidarietà strutturata fra attivisti, artisti e richiedenti asilo. 

Nel 2012 tornai nei Paesi Bassi con l’intento preciso di restare stabilmente d Amsterdam. Volevo impegnarmi nel lungo termine, avere figli, dedicarmi ad una certa parte politica ed essere fondamento di quel cambiamento necessario e desiderato.
In quel periodo mi avvicinai al neonato collettivo di richiedenti asilo “Wij Zijn Hier”, un consistente gruppo di migranti bloccati in un limbo burocratico. La situazione di stallo di queste persone era folle e non riuscivo a comprendere quale poteva essere il mio ruolo, finchè fu proprio qualcuno che mi chiese “cosa può fare l’arte in questa situazione?”. Organizzai un incontro con altre persone che ruotavano intorno a questo gruppo e per prima cosa decidemmo di istituire una associazione di supporto per i rifugiati in limbo, “Here to support”. Immediatamente realizzammo che per accrescere la consapevolezza dei diritti dei rifugiati e di chi e cosa davvero li osteggi, era necessario accedere ad un’educazione che aiutasse a comprendere la complessità della realtà. Il passo successivo, quindi, fu la creazione di “We Are Here Accademy”, un’iniziativa in cui professori universatari e docenti di livelli di istruzione superiore venivano chiamati a dare delle lezioni su temi direttamente scelti dai rifugiati, come le politiche di asilo e di identità, o la storia dei movimenti di protesta.
Per quasi due anni l’accademia funzionò a pieno regime, con lezioni che registravano il tutto esaurito. Alla fine fu consegnato anche un certificato di partecipazione. Tutto questo sforzo di autodeterminazione confluì nella realizzazione di uno spettacolo teatrale finale, Labyrith, scritto dal collettivo Wij Zijn Hier e messo in scena dal regista tedesco Nicolas Stemann. Lo spettacolo trasformava il palco in un’enorme istallazione architettonica che perfino usciva dalle mura del teatro, ricreando un dedalo di corridoi, uffici e percorsi esterni rappresentanti l’apparato burocratico olandese dell’IND (dipartimento del ministero di giustizia per l’integrazione e la naturalizzazione). Gli spettatori, loro malgrado attori di un perverso gioco dell’oca,  sperimentavano tutte le fasi fisiche e psicologiche del limbo: dalla segregazione in cella ai periodi per strada, dall’isolamento alla convivenza forzata in spazi inadatti all’uso abitativo.
Lo spettacolo ebbe un enorme successo e incoraggiò il collettivo ad intraprendere ulteriori azioni: fu scritto e stampato un libro di ricette e ideato un piano aziendale per eludere delle restrizioni burocratiche che impediscono ai richiedenti asilo di lavorare. Con il supporto di uno studio legale e il ricorso al tribunale affinchè questo modello aziendale diventasse effettivo, sfruttammo un vuoto legislativo e creammo un precedente. È impedito ai richiedenti asilo di lavorare per qualcun’altro ma venne riconosciuto ai richiedenti asilo la possibilità di diventare imprenditori. Da questo ricoscimento giuridico fu possibile vendere il libro. Sono stati la libertà di stampa e di parola, diritti fondamentali che sovrastano molti altri, a rendere possibile questa vittoria.”

Il Vluchtmaat: una proposta progressista contro strutture egemoniche e frammentazione.

Nella contemporaneità è quasi del tutto svanita la divisione fra artista, istituzione e pubblico e la legge non è altro che materiale a disposizione per la visione artistica. 
Nella comunità del Vluchtmaat convivono rifugiati e liberi professionisti, e si crea il bilancio zero, perché i costi vivi di tutta la struttura vengono suddivisi tra gli artisti e gli imprenditori che affittano gli studi. Questo è un esempio che mette insieme politiche e leggi navigate in direzione di uno specifico concetto. La genesi stessa del Vluchtmaat ha a che fare con la settimana di incontri del New World Summit, in cui l’artista Jonas Staal e l’istituto di arte contemporanea BAK chiamavano a raduno organizzazioni politiche, attivisti, artisti e studenti al fine di concepire quelle azioni trasformative volte a colmare le deficienze democratiche, sociali e culturali responsabili delle grandi sfide dei nostri tempi.

 


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