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CULTURE

Conversazioni/I Da Curaçao ad Amsterdam, un percorso artistico per l’affrancamento

Chiara Mosciatti conversa di arte, storia e cultura con autori noti e meno noti della scena olandese. Un viaggio libero da schemi, mosso solo dalla sete di conoscenza

di Chiara Scolastica Mosciatti


Amsterdam, Westerpark. Io e Nelson ci troviamo difronte alla scultura I portatori da lontano. É una domenica assolata, il parco è gremito. La scultura è alta 4,40 metri e rappresenta una coppia di neri adulti: gemelli, uniti da una spalla, portano sulle loro teste un enorme rettangolo. La scultura brilla, essendo di bronzo ricoperto da una patina nera che riflette la luce.
Ciò che attira immediatamente la mia attenzione è l’anno di consegna: 1989, quando il muro di Berlino crollò e l’Europa iniziò un lento e complicato processo di riunificazione. Condivido con Nelson questa prima impressione suscitata dalla dualità del gruppo scultoreo.

“Questo è un punto di vista interessante – dice Nelson – Mi meraviglia sempre il senso ulteriore che un’opera d’arte assume ad ogni nuovo sguardo.”
Tuttavia, I portatori da lontano tengono sulla loro testa un’eredità assai più antica del muro di Berlino e tale eredità è ben rappresentata dalla storia della vita di Nelson.

Per il bene dei colonizzatori: l’infanzia a Curaçao.
“Curaçao è stata colonizzata dagli olandesi nel XVII secolo. Il meccanismo di superiorità-inferiorità stabilito dai colonizzatori si è insinuato pervasivamente nella mente dei locali. Il saccheggio e l’appropriazione indebita del nostro patrimonio culturale ci ha disconnesso dalla nostra identità, un’identità ulteriormente indebolita da secoli di tratta degli schiavi. Giacchè per il colonizzatore tu non hai una storia, il colore della tua pelle non va bene, i tuoi capelli non vanno bene né va bene il tuo Dio, piano piano ti convinci che tutto in te è sbagliato. La soluzione è diventare Olandese. Pertanto nelle scuole del Curaçao si studiava tutto ciò che era inerente all’Olanda e nulla del Curaçao. Per esempio: era normale avere come compito imparare a memoria tutte le fermate dei treni del tratto Groningen-Amsterdam. E pensare che in Curaçao neanche c’erano i treni. Ma questo non era altro che un modo di ovviare alla nostra inferiorità. Nel 1954, la maschera mostruosa del colonialismo cadeva lasciando immediatamente posto ad un’altra maschera: quella della tolleranza.”

I leggendari anni ‘60 ad Amsterdam e l’identità mutilata.
“Sono arrivato ad Amsterdam nel 1965. Essere un giovane del Curaçao nell’Amsterdam di quei tempi ha avuto diversi aspetti contraddittori. Era il periodo dei capelli lunghi e delle mini gonne, del boom economico, dei figli dei fiori e dei Beatles e per noi era wow! Che libertà! Ne siamo parte! Infatti mio padre trovò un buon lavoro come contabile per un’azienda tedesca grazie alla quale affittammo un superbo appartamento a Oosdorp. Ho anche avuto il privilegio di ricevere l’educazione più adatta alle mie inclinazioni e ho studiato arte. L’altra faccia della medaglia, tuttavia, era essere neri in questo ambiente. In quanto nero, non potevo accedere a certe discoteche in cui si suonava la musica soul. In accademia, poi, mi ritrovai a studiare l’arte occidentale e quadri come l’Olympia di Manet, traumaticamente mi ricordavano la classe sociale a cui appartengo: i portatori.”

L’ancora di salvezza: una memoria come tassello del patrimonio culturale collettivo.
“A quel punto il mio più grande successo è stato essere capace di trasformare il dolore in forza. Ovunque vediamo rappresentati i neri come servi che trasportano i beni dei padroni bianchi; nelle strade si vedono le teste dei neri che reggono i balconi, nei ristoranti piccole figure lignee di neri che tengono il vassoio, nelle case corpi di neri che reggono le lampade. Con la colonizzazione, l’atto del portare si è trasformato in un simbolo di subordinazione. Tuttavia, le memorie della mia infanzia mi suggerivano qualcosa di diverso. Ricordo le donne del Curaçao trasportare oggetti pesanti sulle loro teste, e ricordo la grazia dei loro corpi nel compiere questa azione. Per raggiungere l’equilibrio necessario a portare ciò che la vita richiede e allo stesso tempo continuare a percorrere la propria strada, bisogna mantenere il corpo in una certa posizione. Schiena dritta e ginocchia piegate. Questa posizione rappresenta l’unità minima di ogni danza africana. Questa posizione, piuttosto che inferiorità, stabilisce una connessione tra il cielo e la terra. Per questo io interpreto ogni peso portato sulla testa come una corona.”

I portatori da lontano

“Mi sono laureato nel 1980 ma è stata la mia personale ricerca intorno all’arte Africana che mi ha definito come artista. Quando la violenza razzista è scoppiata in città, io ero pronto a creare un’immagine di valore universale. Nel 1984 mi è stata commissionata la realizzazione di una scultura in memoria di Kerwin Duinmeijer, il ragazzo antillano ucciso ad Amsterdam il 20 Agosto 1983 per mano di un fanatico di destra. Non appena la scultura Mama Baranka (la primigenia “Madre Roccia” con le caratteristiche di una donna nera) fu inaugurata a Vondelpark, il monumento venne sfrgiato con della vernice bianca. Il potere di ribaltamento della storia insito nella mia statua, fu istantaneamente percepito e la maschera della tolleranza venne subito a mancare. Pochi anni più tardi, nel 1989, i quartieri di Westerpark e Spandarmerrbuurt si ritrovavavano ad essere densamente popolati da migranti del nord Africa, e data tanta diversità si venivano a creare le condizioni per tensioni sociali e cortocircuiti culturali. A quel punto, il comune di Amsterdam mi chiese di realizzare una scultura che fosse in grado di riconnettere le differenze e rappresentare le memorie collettive. I portatori da lontano tengono sulle loro teste l’immensità del proprio patrimonio culturale che cresce inarrestabile fino al cielo. I portatori sono una coppia, come la domanda e la risposta, la luce e l’ombra e le loro gambe spuntano dal grembo della terra esattamente come gli alberi secolari di Westerpark. I portatori  sono parte della storia olandese e rivendicano il loro posto in questa storia. Recentemente anche Zwarte Piet è stato smascherato. Il che significa che un’ulteriore gabbia della narrativa coloniale è stata forzata e dischiusa. Io credo fermamente che questo processo di affrancamento sia ormai inarrestabile.”