“Rafforzamento delle frontiere esterne”, hotspot su base volontaria negli Stati membri, più soldi al Fondo per l’Africa ma soprattutto azione coordinata nelle missioni di search and rescue è questa la linea condivisa dai 28 stati membri in materia di immigrazione, che alle prime ore dell’alba ha consentito il raggiungimento di un accordo.

Il summit del 28 giugno, convocato inizialmente per discutere della Brexit, si è trasformato in una riunione cruciale sulla question degli accordi di Dublino, in un momento di forte crisi come quello che sta vivendo l’Europa.

Nonostante le divergenze ci sarà unanimità riguardo a un controllo sempre maggiore delle frontiere esterne. Si è confermato l’approccio forte tenuto anche in occasione della crisi migratoria del 2015. Da allora, come si legge nel documento ufficiale del Consiglio dell’Unione Europea, “gli sbarchi sono stati ridotti di oltre il 95%”.

Gli stati membri puntano inoltre alla cooperazione e al potenziamento di Frontex per poter “fermare i trafficanti che operano dalla Libia o in altri luoghi”.

Il Premier italiano Conte ha presentato al tavolo un programma di 10 punti, European Multilevel Strategy for Migration. Vuole superare il “principio di primo approdo”, e istituire quote di ripartizione per le richieste d’asilo tra i vari stati membri. Il Premier italiano propone di intensificare gli accordi tra Unione e Paesi terzi quali Libia e Niger,  e creare centri di protezione internazionale nei paesi di transito, i cosiddetti hotspot.

I Paesi di Visegrad -Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia- hanno ottenuto la volontarietà nella distribuzione dei migranti e la Germania l’impegno ad arginare gli spostamenti secondari, ossia i movimenti di richiedenti asilo tra i Paesi UE.