DANCE

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Connessioni, catarsi, e danza come rituale inclusivo; Moreno Perna porta in scena AURA: A Shamanistic Techno Ritual of Dance

di Greta Melli

Un ritorno alle origini, alla spiritualità, ed elementi primordiali. AURA è un pezzo di danza, perché è movimento puro. Ma anche un rituale, che va in scena a teatro. Il teatro è l’unica cosa oggi veramente magica, dove lo spettatore è toccato da sensazioni provate soltanto grazie a qualcosa di sperimentabile dal vivo. E qualsiasi pezzo di teatro o danza è già in sé una catarsi.

Moreno Perna è danzatore, coreografo e performer con base ad Amsterdam. Ha studiato Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, per poi conseguire un secondo titolo all’Amsterdam University of the Arts. In seguito, è stato allievo di Jan Fabre, mentre oggi collabora con le case di produzione ICK Amsterdam e Dansmakers Amsterdam . Quest’anno ha dato vita a un nuovo progetto, AURA: A Shamanistic Techno Ritual of Dance, che andrà in scena per la prima volta giovedì 5 settembre

“Lavoro a questa performance da un anno: si tratta di una ricerca del movimento che parte però da un lavoro di introspezione a livello molto personale. La connessione tra lavoro energetico e danza è alla base di questo spettacolo. Quando ho avuto il coraggio di trasferirmi qui e studiare danza infatti, è stato come ricominciare tutto da zero, perché la danza, molto più del teatro secondo me, è una forma d’arte in cui il sistema corpo/mente cambia completamente. Impari di nuovo a connetterti con te stesso, con altri, con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. E’ proprio per questo che lo trovo un processo sciamanistico, che include magia e spiritualità.

Questa per me è la parte più bella della danza, il modo in cui riesci a connetterti con il pubblico a livello energetico. Non vai a teatro per vedere un monologo con un messaggio preciso, ma vai a vedere danza per connetterti a livello emotivo “.

Per Moreno infatti, il rapporto con il pubblico è fondamentale; senza i suoi spettatori, la performance perderebbe totalmente di significato: “In questi giorni sto lavorando con Evgenia Rubanova, la mia danzatrice, e abbiamo potuto notare che lavorare da soli non è la stessa cosa che farlo con il pubblico“.

Nello spettacolo, il pubblico può scegliere il proprio posto. Non si tratta di una semplice questione di comodità ma è una scelta simbolica, volta a farlo mettere a proprio agio: “Voglio che gli spettatori abbiano il loro spazio nel teatro, e scelgano dove sedersi in base a ciò che sentono al momento. E’ una loro decisione, del tutto intuitiva. Sulla base di questo, avranno un’esperienza diversa. Noi balliamo in un cerchio; intorno c’è una prima fila dove ci si può sedere ed essere quindi molto vicini a noi. In alternativa ci si può sedere altrove, o stare in piedi e ballare. E’ una decisione del nostro pubblico. Noi balliamo sul pavimento, tutti insieme, senza palco”.

Connessione con il pubblico e improvvisazione, che vanno oltre un semplice spettacolo cui assistere passivamente: “Lavoriamo molto a livello energetico, quindi ascoltiamo l’energia del pubblico. Ne siamo sensibili e influenzati mentre ci muoviamo, e percepiamo un’aura diversa a seconda della persona (da qui il titolo AURA). Ci sono persone con cui ci troviamo meglio e altre no, tutti hanno questo sesto senso.

Noi utilizziamo una tecnica, The Auratic Practice, su cui stiamo ancora lavorando. Da questa pratica di ascolto e connessione con l’altro, creiamo una nuova energia tutti insieme, in comunione totale. Ovviamente rispettiamo una coreografia di base. Ma preferisco lavorare con il linguaggio del corpo piuttosto che con passi fissi”.

Teatro e movimento puro sono i termini chiave della performance esordiente di Moreno. Questa nuova produzione nasce soprattutto da un lavoro introspettivo: “Mi sono chiesto perché ballo, perché sono un danzatore e coreografo. Ho sempre avuto molta energia che devo buttare fuori, se non lo faccio divento depresso e anche nervoso. E’ liberatorio e aumenta il mio livello di benessere. Ed è anche molto poetico perché la danza non ha un linguaggio fisso e verbale: il mio pubblico non ascolta e basta, ma, a sua discrezione, può rilassarsi e condividere sensazioni. Deve avere il tempo di familiarizzare con noi, piano piano; non vogliamo affatto essere aggressivi, infatti il nostro è un approccio graduale”.

E graduale è stata anche la confidenza che Moreno ha imparato ad avere con i suoi spettatori nel corso degli anni. Non è facile riuscire a controllare, a livello emotivo, le energie di chi ti sta di fronte, soprattutto perché difficilmente prevedibili. Anzi, la particolarità di AURA e questa apertura verso l’altro è frutto di anni d’esperienza: “Pratico la Kundalini da ormai 7 anni, una pratica di meditazione che ha influenzato la ricerca su The Auratic Practice durante la mia prima residenza. Da lì ho cominciato ad esercitarmi. All’epoca avevo più distanza col pubblico. C’è sempre l’eventualità di trovarti davanti qualcuno che non abbia una buona energia, e non ero sicuro di riuscire a gestirlo le energie di tutti. Anche solo danzare sul palco significa esporsi, e devi sapere come fare. Ora sono completamente a mio agio. Quella col pubblico è a tutti gli effetti una relazione, ma dev’esserci equilibrio, o altrimenti è sfruttamento oppure abuso”.

Non siamo tuttavia di fronte a una semplice pièce teatrale, e nemmeno a un rituale, ma danza, nel senso più genuino del termine. Una danza fatta di movimento puro, scevra di orpelli, maschere, che fa leva su nient’altro che il linguaggio del corpo e il ritmo primordiale della techno. E’ così che Moreno permette a immedesimarsi in un’esperienza catartica, sempre in uno spazio protetto. 

Ma non solo: “Emerge poi la spiritualità del singolo; ognuno di noi ne ha una propria, che sia connessa alla religione oppure creata coniugando più elementi, come un puzzle. E, del resto, perché no?”

La scelta del genere musicale, infine, è del tutto inaspettata per uno spettacolo di danza: la techno che accompagna AURA è composta ex novo da un artista italiano residente ad Amsterdam, Alessio Ciborio, che fa parte del label musicale Immaterial Archives. Tuttavia, è perfetta per una performance che vuole riconnettersi alle sensazioni più primordiali e genuine: “In fin dei conti, la techno è proprio la semplice evoluzione di tamburi, quasi da rituale. Senti la musica vibrare all’interno del tuo corpo, ed è lei a muoverti”.

Photocredits: Alwin Poiana

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