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La scorsa settimana la casa editrice Omniboek ha pubblicato il libro Banda. Il genocidio di Jan Pieterszoon Coen. L’autrice Marjolein van Pagee sulle pagine di Historiek ripercorre la storia della Compagnia delle Indie Orientali (VOC) dalle violenze perpetrate nelle isole delle spezie fino ai giorni nostri.

Prima dell’arrivo degli europei, Banda era il centro di una rete commerciale ben funzionante di noce moscata e macis. Quando gli olandesi raggiungono il piccolo arcipelago nel 1599, obbligano i bandanesi a cessare il commercio con altri popoli e a rifornire in esclusiva solo la Compagnia. Naturalmente gli isolani resistono, così la VOC decide di cacciarli con la forza sterminando 15.000 indigeni.

L’immagine nazionalistica olandese

Dalla seconda metà dell’Ottocento il ricordo di Jan Pieterszoon Coen e delle sue gesta è ravvivato per sostenere le espansioni territoriali coloniali che continuarono senza sosta, accompagnate da critiche. Nel 1860, Multatuli pubblicò “Max Havelaar” causando un’ondata d’indignazione. Forse è proprio per far fronte a queste critiche che nasce il bisogno di eroi, sia in patria che nella colonia. La colonia poteva essere lontana e anche i problemi, ma nel creare un’immagine nazionalistica dell’Olanda, le “Indie” erano sempre vicine. La grandezza olandese doveva apparire su edifici, strade e piazze.

Nel 1876 viene inaugurata a Batavia la prima statua di Jan Pieterszoon Coen, seguita nel 1893 da una seconda statua nella sua città natale, Hoorn.

Anche se la famiglia reale non era presente all’inaugurazione della statua a Hoorn, ciò non significa che non abbia contribuito attivamente al culto di Jan Pieterszoon Coen. Nel 1903, durante l’inaugurazione del Berlage, nel suo discorso la regina Guglielmina loda Coen. Per la sovrana è stato grazie al suo coraggio impavido che i prodotti dei “possedimenti” hanno potuto essere raggiungere la madrepatria.

Per secoli, l’anno di nascita di Coen (1587), la data di fondazione di Batavia (29 maggio 1619) o la data di nascita della VOC (1602) sono stati motivo di festeggiamenti.  

I Paesi Bassi, come potenza coloniale occupante l’arcipelago indonesiano, sono stati sconfitti nel 1942. Mentre la statua di Coen è stata demolita dagli indonesiani a Batavia, in patria si levavano ancora con orgoglio simboli in suo onore.

2002, le “festose” celebrazioni per i quattrocento anni della VOC

Non solo Coen ma anche la Compagnia delle Indie Orientali è ancora elogiata come simbolo nazionalista dello spirito imprenditoriale olandese. Nel 2002, per esempio, il deputato VVD Enric Hessing ha istituito il 400° anniversario della Fondazione della Compagnia delle Indie Orientali. Solo dopo le critiche di molucchesi, indiani, indonesiani e socialisti, la parola “festeggiamenti” fu sostituita da “commemorazione”. Tuttavia, l’adattamento della terminologia non ha cambiato la prospettiva: la commemorazione ha mantenuto un carattere festoso.

Esclusione e paternalismo

In quell’occasione il comitato ha invitato anche l’ambasciatore indonesiano Abdul Isran, invito declinato con fermezza. A Kwik Kian Gie, ministro indonesiano per lo sviluppo, viene chiesto di non menzionare la VOC, cosa non semplice da fare proprio il giorno delle sua commemorazione:

La forma di governo occidentale si è manifestata come un polpo che succhia. Non si è trattato di qualcosa di casuale, ma è stato intenzionale. Era inerente all’impresa coloniale che gli indonesiani fossero esclusi dagli strumenti che ora formano la base dello stato moderno. La VOC era essenzialmente un’enclave bianca i cui attributi, istituzioni, strutture di gestione formavano non, come nei Paesi Bassi, la radice della democrazia moderna in cui gli indonesiani possono identificarsi, ma un sistema politicamente paternalistico.

Un’accusa diplomatica che non ha impedito ai dignitari olandesi di riunirsi nella Ridderzaal per celebrare il quattrocentesimo anniversario della Compagnia, anche se l’occorrenza è stato mascherata dall’uso strategico della parola “commemorazione”. Le voci di chi in piazza criticava un pensiero neocoloniale ancora più spietato e cieco del colonialismo di quattrocento anni prima, veniva considerato poco più che un esotico dissidente. La necessità di decolonizzare l’immaginario di un’intera nazione non era neanche pensabile.

“I libri scolastici olandesi sono già abbastanza decolonizzati”

È interessante notare che alcuni mesi prima della celebrazione, l’ambasciata indonesiana aveva pubblicato un opuscolo in lingua nederlandese, indirizzato in particolare al pubblico olandese, contenente una breve storia della VOC in Indonesia. Gli storici indonesiani Anhar Gonggong e Susanto Zuhdi avevano scritto la prima parte. L’ultimo capitolo, redatto dallo storico olandese Gerrit Knaap, analizzava come i libri scolastici olandesi trattassero della VOC. Sorprendentemente parlava di uno sviluppo positivo nel modo in cui gli olandesi affrontavano il passato coloniale. Secondo Knaap i libri scolastici olandesi sono già abbastanza decolonizzati, anche perché il pensiero coloniale era ormai un ricordo del passato.

L’innocente nostalgia di Balkenende

La memoria collettiva della compagnia coloniale ha portato l’allora primo ministro Jan Peter Balkenende, nel 2006, a pensare che i Paesi Bassi avrebbero dovuto riabbracciare la mentalità della VOC. Nonostante le critiche ricevute, dieci anni dopo è rimasto fedele alla sua dichiarazione. “Oltre ai lati oscuri, il passato coloniale ha anche lati positivi che dovremmo custodire”, ha detto l’allora primo ministro. Così come l’azione di Jan Pieterszoon Coen non fu un errrore individuale, nemmeno questa dichiarazione rimase isolata. Balkenende esprimeva in effetti, un profondo senso di innocenza “bianca”.