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Com’è profondo il mare – Che cosa può una prova? (parte II)

Dopo il capitolo dedicato all’ONG Iuventa, il collettivo di Forensic Architecture ha lavorato sulla vicenda della Sea Watch e ha prodotto un video che accusa l'Italia

di Giuseppe Menditto

Di Forensic Architecture, l’ambizioso progetto del collettivo londinese teso alla produzione e alla presentazione di tecniche e controprove giudiziarie per una nuova idea di verità pubblica, abbiamo già raccontato in un recente articolo. Così come avevamo già accennato a quel complesso di elementi architettonici e tecnologici che vengono messi in campo dall’agenzia di ricerca per supportare le indagini in caso di crimini di guerra, “violenze di stato” e violazione dei diritti umani.

Nel corso degli anni, la mole di dati raccolti e la quantità di ambiti in cui è possibile applicare i risultati ottenuti hanno contribuito alla nascita di binomi inediti e metodologie apparentemente bizzarre: dall’epidiemologia all’antropologia e all’oceanografia forense.

L’assunto di partenza è evidente e sbalorditivo: un filmato di una telecamera di sicurezza o qualsiasi altro dispositivo securitario possono trasformarsi in uno strumento di lotta e rivendicazione politica. Poiché i conflitti contemporanei si svolgono sempre di più all’interno di dense aree urbane e la maggior parte delle vittime sono civili, le “prove” che qualsiasi azione si lascia dietro sono innumerevoli. Basta saperle interrogare.

Ma in mare aperto, si sa, approdi e prove scarseggiano. O almeno così si potrebbe dedurre avventamente.

Negli ultimi tempi, l’oceonografia forense ha sviluppato un progetto specifico, battezzato Mare Clausum (mare chiuso in latino): con questa espressione, Forensic Oceanography si riferisce a quella strategia – non dichiarata ma deliberatamente adottata – di blindatura del Mediterraneo centrale che Italia e Unione Europea esercitano grazie al controllo sulla Guarda costiera libica e alle politiche dei “respingimenti per procura”. Da un lato, tali iniziative “sono state attuate nella piena consapevolezza sia della condotta violenta della Guardia costiera libica, sia delle condizioni di detenzione disumane che attendevano i migranti una volta respinti in Libia”. Dall’altro, esse si alimentano soltanto grazie alla sistematica criminalizzazione delle organizzazioni non governative che di fatto sopperiscono alle mancanza di corridoi umanitari e operazioni di salvataggio “istituzionali”.

Un primo capitolo della ricerca era stato dedicato alla vicenda che la scorsa estate aveva visto come protagonisti l’ong tedesca Jugend Rettet: il 2 agosto, la nave Iuventa è stata sequestrata dalla magistratura italiana con l’accusa di ‘favoreggiamento all’immigrazione clandestina’ e di collusione con i contrabbandieri nel corso di tre diverse operazioni di soccorso: il 10 settembre 2016 e il 18 giugno 2017. Il sequestro è avvenuto pochi giorni dopo che l’ong si era rifiutata di firmare un “codice di condotta” che avrebbe limitato la propria attività. Il video presentato da Forensic Architecture offre una contro-indagine sulla versione delle autorità di questi tre episodi e una confutazione delle loro accuse.

A distanza di qualche mese, un secondo capitolo è stato aggiunto: quello che riguarda le vicende del 6 novembre 2017. In quella data, infatti, un gommone partito da Tripoli qualche ora prima con a bordo tra i 130 e i 150 passeggeri si trovava in difficoltà in acqua internazionali a causa del mare grosso. In seguito all’allarme lanciato dagli stessi migranti con un telefono satellitare, l’ong Sea Watch e una nave di pattugliamento della Guardia costiera libica si sono dirette contemporaneamente verso l’imbarcazione già semiaffondata. Quando l’ong è arrivata, ha trovato il pattugliatore Ras Jadir, una nave risistemata in Italia e poi affidata alle autorità libiche nel maggio del 2017. Dei 13 membri dell’equipaggio, 8 avevano ricevuto addestramento specifico nell’ambito dell’operazione europea contro il traffico di esseri umani, la EUNAVFOR MED.

Dalle registrazioni dei filmati e dalle animazioni tridimensionali si evince chiaramente come la nave libica, sproporzionata rispetto alla delicatezza dell’intervento, si sia mossa a tutta velocità in una porzione di mare piena di migranti caduti in acqua; come l’equipaggio si sia limitato a gettare qualche salvagente una volta abbordato il gommone ormai affondato; come le violenze sui pochi naufraghi recuperati siano iniziate immediatamente e come la pattuglia abbia cercato in ogni modo di ostacolare l’intervento di Sea Watch.

Alla fine delle operazioni, nonostante i 59 passeggeri salvati da Sea Watch, la cruda contabilità annovera venti persone affogate e 47 ricondotte in Libia, dove molti sono stati vittima di gravi violazioni dei diritti umani e violenza fisica durante la detenzione. Alcuni di loro sono poi stati venduti a un altro sequestratore, che li ha torturati per richiedere un riscatto alle famiglie. 

Il video pubblicato ora dal New York Times, prodotto da The Time’s Opinion Video, Forensic Architecture e Forensic Justice unisce i materiali raccolti da dieci telecamere, ricostruzioni cartografiche e interviste ad alcuni sopravvissuti e testimoni della vicenda. Tali contro-prove sono alla base dell’azione legale avviata dalla Global Legal Action Network, una ong che si occupa di azioni legali transazionali, insieme all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e con la collaborazione degli studenti dell’Università di Legge di Yale. In rappresentanza di 17 sopravvissuti del naufragio, l’Italia è stata chiamata a rispondere delle proprie responsabilità politiche e morali di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo.


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