di Fiorenza Gemma
foto: Pixabay

Circa sei mesi fa il “caso Andeweg” ha scosso il mondo dell’arte olandese. Un’inchiesta condotta da Lucette ter Borg e Carola Houtekamer del quotidiano olandese NRC, grazie a più di 80 testimoni, ha raccontato le molestie e violenze sessuali compiute da Julian Andeweg, artista olandese contemporaneo denunciato da almeno cinque persone. Ma sono almeno 20 le persone, sia donne che uomini, che nell’inchiesta affermano di essere state vittime di stupro, violenza sessuale, furto, stalking o intimidazione, in alcuni casi perpetrati da Andeweg in modo continuativo e sistematico.

Come succede ancora troppo spesso, ciò che rende ancor più agghiacciante la vicenda è l’omertà del mondo dell’arte. Le istituzioni per anni hanno circondato e addirittura idolatrato l’artista olandese, permettendogli di far carriera, avere successo e visibilità.

Alla luce del lavoro svolto dalle due giornaliste a NRC, Mercoledì ha voluto approfondire come i media parlano oggi di violenze e molestie sessuali e come un* cronista si relaziona a una vittima. 

Carola Houtekamer ci ha raccontato com’è iniziata l’inchiesta, che tipo di rapporto lei e la collega hanno costruito con testimoni e vittime e ha condiviso con noi le sue impressioni su Julian Andeweg.

Com’è partita l’inchiesta su Julian Andeweg?

L’inchiesta è partita da una mia collega, Lucette ter Borg, che normalmente scrive di arte ed eventi culturali e che di conseguenza è abbastanza conosciuta nell’ambiente. Un giorno le è arrivata un’e-mail in cui una donna – rimasta anonima come tutti gli altri testimoni – le chiedeva se fosse interessata a una storia su un tale molto conosciuto nel mondo dell’arte olandese. La donna l’ha descritto come il Weinstein dei Paesi Bassi.

Lei è stata la prima persona a descrivere l’esperienza traumatica vissuta a causa di Andeweg, una sorte toccata a molte altre donne e alcuni uomini. In seguito, le testimonianze sono diventate talmente tante da costringere la mia collega Ter Borg a chiedermi se volessi partecipare all’inchiesta per poter dividere l’impressionante mole di lavoro.

Le vittime non avevano paura di raccontare la loro esperienza?

La donna che ha contattato Ter Borg era molto spaventata, ma altrettanto determinata a raccontare affinché Andeweg fosse finalmente fermato. Quanto agli altri testimoni, li abbiamo cercati partendo dai contatti sia dell’artista che della prima testimone. Qualcuno ha deciso di tacere, forse temendo ritorsioni o reazioni violente da parte dello stesso Andeweg. Altri, invece, siamo riusciti a convincerli a parlare, dopo aver insistito a lungo.

Spesso le vittime di molestie o abusi sessuali e gli eventuali testimoni temono di non essere creduti. Come le si convince a fidarsi di un giornale?

La questione non è se credono al giornale, ma se credono a te. Perciò, devi essere davvero trasparente e confrontarti costantemente con loro su ciò che hai intenzione di scrivere. Quanto al rapporto umano: fin dal primo momento, io e la mia collega abbiamo messo in chiaro che fossimo intenzionate ad andare fino in fondo. Non c’era bisogno di eludere le nostre intenzioni raccontando mezze verità, anche se alcuni racconti sono davvero crudi. Ciò nonostante, abbiamo chiesto loro di essere completamente oneste e di non provare alcuna vergogna.

Abbiamo ribadito più volte che le vittime non sarebbero state giudicate in alcun modo. Il giudizio è ciò che temono di più, a causa del clima di biasimo che si crea solitamente attorno a chi è reduce da esperienze simili.

Il fatto che le vittime parlino di ciò che a loro generalmente piace è un altro aspetto importante in questo genere di interviste. Ad esempio, abbiamo intervistato una donna che pratica sesso hardcore ed è stato fondamentale saperlo per capire fino a che punto il suo rapporto con Andeweg sia stato consensuale e quand’è che invece ha smesso di esserlo. Perciò, è importante parlarne. Lo è sempre, ma ancor di più in un caso di stupro. Essere completamente trasparenti, non mentire né colpevolizzarsi: è questa la chiave per diffondere la consapevolezza che frasi come “a me non sarebbe potuto succedere” non hanno alcun senso.

Un consiglio per i giornalisti è di essere il più neutrali possibile, oltre che sinceri. È in questo modo che guadagni la loro fiducia, non solo come giornalista, ma come persona. Con tutti loro eravamo costantemente in contatto, aggiornando ognuno sull’andamento dell’inchiesta.

Pensi che le vittime siano state rassicurate dal fatto che a condurre l’inchiesta fossero due donne?

Sì. Ne abbiamo parlato anche sul giornale, domandandoci se solo le donne possano raccontare storie di molestie e abusi sessuali. A mio avviso, gli uomini dovrebbero scriverne e intervistare le vittime. Tuttavia, essendo loro parte del problema, è importante che, se si intervistano donne che hanno subito violenze sessuali, accanto a un giornalista sieda una collega donna. Questo perché le vittime potrebbero sentirsi a disagio in presenza di soli uomini, che potrebbero sembrare loro delle figure minacciose dopo l’esperienza traumatica vissuta.

Dall’inchiesta sembra che il mondo dell’arte sapesse del comportamento di Andeweg. Come del resto ne era a conoscenza anche la polizia dal 2013. È davvero possibile che un ambiente intellettuale e progressista come quello della Rijksakademie, la prestigiosa Accademia di Belle Arti di Amsterdam, ignorasse cosa stava succedendo?

Un giorno abbiamo cominciato a chiamare gli amici e colleghi di Andeweg e abbiamo chiesto loro se sapessero del suo comportamento molesto e violento con le donne. Alcuni hanno negato, altri hanno detto di non saperne nulla.

Ma quando si sono resi conto che la faccenda era seria e stava sconvolgendo il mondo dell’arte, hanno cominciato a voltargli le spalle. Alcuni l’hanno persino cominciato ad accusare. È stato davvero triste perché quelli si supponevano essere i suoi amici. In un certo senso ho odiato il loro atteggiamento almeno quanto quello di Andeweg. Avrebbero dovuto mostrare interesse nei confronti delle storie delle vittime da subito, magari parlare con Andeweg per cercare di fermarlo o denunciarlo.

Qual è stato invece il ruolo della polizia?

Per quanto riguarda la polizia, penso che la situazione sia più o meno come in Italia e in gran parte d’Europa: è difficile che i casi di stupro arrivino in tribunale, per mancanza di prove, ma anche disinteresse nell’approfondire le ricerche. Dopo mesi di negligenza, solo ora la giustizia olandese si sta occupando del caso Andeweg. C’è da dire che i dipartimenti di polizia che si occupano di abusi e violenze sessuali hanno solitamente poche risorse. Inoltre il personale molto spesso manca o non è preparato a svolgere questo genere di ricerche. Perciò molti casi vengono abbandonati.

Dopo aver pubblicato l’inchiesta su Andeweg, abbiamo ricevuto altre e-mail di denuncia, e stavolta le accuse ricadono tutte su un personaggio molto famoso nell’ambiente della moda, che è stato accusato di aver stuprato circa venti ragazzi. Dobbiamo tenere bene a mente che tutto ciò riguarda contesti abbienti e altamente istruiti, non voglio neanche immaginare quale sia la condizione delle donne in altri contesti.

Cosa succederà ora ad Andeweg?

Al momento è in attesa del processo. È libero, ma non ha il permesso di avvicinarsi a nessuna delle vittime. Pare non si faccia vedere da nessuna parte. È un uomo instabile e le donne che ha violentato o molestato sono molto preoccupate, perché sotto l’effetto delle droghe potrebbe violare le restrizioni che gli sono state imposte. Quando l’abbiamo chiamato era evidente che fosse cosciente della gravità delle sue azioni, il che fa sperare che, dopo aver pagato per ciò che ha fatto e scontato la sua pena, non agisca più nel modo in cui ha agito fin ora.