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CULTURE

“Cinema of the Dam’d”, la casa delle pellicole dimenticate

Ogni proposta ha un'impronta precisa in modo tale che il pubblico si riconosca in quello che vede



di Camilla Rapone

 

Cinema of the Dam’d” è un progetto cinematografico di Amstrdam orientato agli amanti di film alternativi, dimenticati o semplicemente poco conosciuti, nello stabile del centro sociale OT301.  Dietro il progetto, un team numeroso con due principali protagonisti: Jacopo Fiorancio e Matt Cornell. Un americano e un italiano che cercano di concretizzare l’idea da cui sono partiti: offrire al pubblico della capitale qualcosa che non si può trovare altrove. 

Nel tentativo di superare le difficoltà di uno spazio collettivo, i ragazzi propongono un punto di riferimento in cui le persone possano riconoscersi.

Qual è il concept che sta dietro Cinema of the Dam’d?

Inizialmente l’idea generale, non solo riguardo al programma cinematografico, era quella di era quella di creare qualcosa dove le persone potessero sentirsi comode, a casa, un safeplace. Uno spazio sicuro, in cui potessero vedere cose che non potevano vedere altrove, discutere e sentirsi liberi di farlo.

E questo bisogno di creare un posto dove si possa creare una comunità esula dal fare cinema, perchè avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Alla fine abbiamo deciso di fare cinema perchè Matt, che lavora con me, ha un background in questo campo. Poi insieme con altri studenti che hanno studiato cultural analysys con noi con cui avevamo interessi comuni (come critiche e riflessioni politiche su qualsiasi tipo di film) abbiamo scelto di fare cinema. C’è stata la possibilità di fare cinema e abbiamo scelto di fare questo.

Qual è la particolarità della vostra proposta?

Riguardo al programma che abbiamo, abbiamo scelto di fare un programma tematico, cioè di scegliere dei temi e di fare programmazione intorno a questi temi. Temi che riguardassero sia film di repertorio, quindi vecchi, magari un po’ dimenticati che non avevano ricevuto l’attenzione che meritavano e film più recenti, che però non hanno avuto la distribuzione in Olanda o che non sono stati fatti passare abbastanza. Sempre presentati in maniera personale: con un’ introduzione prima del film e possibilmente una conversazione alla fine, che sia al bar o altrove. Film che fossero spunto di riflessione insomma.

Anche questo gioco di parole che facciamo con il nome del cinema con il dannato e Amsterdam. Era proprio per fare film dannati, tipo bannati o fuori circolazione oppure che non erano stati visti, oppure che erano su persone non facilmente accettate o parte di minoranze. Quindi sia riguardo il contenuto che al successo del film.

Con il passare del tempo abbiamo cercato di fare sempre di più film recenti.

Per esempio, negli ultimi mesi ne abbiamo fatti tanti con il programma di Women’s Work e abbiamo fatto vedere una volta a settimana un film di una regista emergente donna. La maggior parte non erano stati fatti vedere in Olanda e li abbiamo tenuti per più tempo.

Cosa significa realizzare un’attività come la vostra?

Significa fare sacrifici, avere pochi soldi, ma è anche divertente perché ti permette di fare quello che vuoi in termini di film e di scelte. Fai vedere quello che vuoi senza preoccupartene molto. Certo bisogna fare tante scelte di carattere economico ovviamente perché devi fare due calcoli su quello che può attrarre abbastanza pubblico per coprire i costi. Significa anche coltivare un certo tipo di gusto nel senso che nel lungo termine si possa creare un pubblico che si riconosca in quello che scegli. Che sceglie di venire a vedere il film perché sa che di solito qua trova cose che gli piacciono e che magari non trova altrove.

C’è un’impronta in tutto quello che facciamo. Questo non solo per le cose cinematografiche, ma anche per quanto riguarda pub quiz e party. Eventi che non si trovano altrove e a cui partecipano persone che vengono già a vedere i film e che conoscono com’è. Sanno che un posto sicuro dove possono essere se stessi dove non troveranno persone che li disturbano e che anche se c’è qualcuno che li disturba viene immediatamente mandato via.

Da chi è formato il vostro team?

Saremo in tutto una decina di persone. Che gestiamo la parte amministrativa, per esempio gestire i diritti o la maggior parte dell’ organizzazione siamo io e Matt. Poi abbiamo una stagista e un gruppo di volontari. I volontari spesso fanno anche programmazione, scelgono dei film per esempio, ma diciamo che non sono ancora coinvolti nella parte più noiosa. Ci aiutano nella parte di gestione del bar sicuramente.

Molti di noi si conoscevano già. Io e Matt, per esempio, abbiamo studiato insieme qui ad Amsterdam. Matt insieme ad un’altra delle fondatrici ha iniziato a fare Cinema of the Dam’d prima che ci fosse questo posto. Prima era una cosa itinerante che andava in posti simili ogni tot. Poi loro hanno risposto alla domanda quando c’è stata la open call ed è allora che mi sono aggiunto io. Abbiamo sistemato, ristrutturato questi spazi tutti insieme. All’inizio avevamo meno sere poi sono diventate di più. Fino a dicembre erano due, due e mezzo, ora invece il cinema ci impegna tra le 4 e le 5 sere a settimana.

C’è voluto un po’ del tempo per entrare nella logica dell’edificio, nella logica dello spazio collettivo, perché c’erano dei limiti. Per esempio riuscire a gestire l’agenda con quelli del club di sotto e riuscire ad avere più serate ha richiesto del tempo. Ovviamente quando c’è musica di sotto non si può fare cinema.

Di recente, avete lanciato anche una campagna di crowdfunding. Quali sono gli obiettivi di questa novità?

In realtà, l’avevamo fatta già l’anno scorso ed era andata a buon fine.

Quest’anno ci sono due obiettivi. Prima di tutto, c’è un obiettivo ovvio, che è quello economico, volto a rendere l’istituzione più solida. Cosa che, letteralmente significa iniziare a pagarci. È stato un po’ un azzardo (vedremo se pagherà) perché di questo spesso non si parla, cioè del fatto che il lavoro culturale venga pagato. C’è sembrato che il tempo per parlarne fosse maturo, anzi per noi i tempi sono più che maturi per iniziare per farlo. Le persone devono essere pagate, altrimenti solo le persone che hanno un certo tipo di provenienza possono fare alcune cose.

Poi c’è l’altro obiettivo: creare e rafforzare una comunità. Una rete, un gruppo di soci ti danno più libertà per quello che vuoi fare e ti danno la possibilità di organizzare eventi esclusivi solo per loro. In questo modo noi possiamo parlare e confrontarci molto di più con queste persone.

Realizzare quel progetto di cui si diceva all’inizio, una comunità che ti creda e che si fidi di te anche senza conoscere il film. L’obiettivo è proprio questo: rafforzare la rete di rapporti che caratterizza questo progetto, nel tentativo di costruire una comunità di soci più coesa.

Potete contribuire alla campagna di crowdfunding cliccando su questa pagina.

 



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