The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

“Ci riprendiamo ciò che è nostro”, la storia degli attivisti che tolgono l’arte africana dai musei occidentali

di Viola Santini

Photo: screenshot video UDC, source FB

Il gruppo di attivisti Unité Dignité Courage (UDC) percorre le strade dell’Europa per riprendersi  le opere d’arte trafugate ai loro antenati in epoca coloniale. Restituire dignità agli artisti africani con azioni nei musei d’Europa che espongono i manufatti, sottratti durante cinque secoli di colonialismo europeo, “al loro posto” e ri-contestualizzarli. Ricordandoci che l’appropriazione indebita dell’arte africana è stata – ed è ancora – violenta, simbolo di un pensiero imperialista che non si è fermato nel 1900.

Mwazulu Diyabanza Siwa Lemba è uno dei fondatori di UDC, nato a Kinshasa nel Congo e cresciuto con il mito del panafricanismo e di personaggi leggendari come Lumumba.

Mwazulu ha sentito il bisogno di riprendersi l’arte del suo popolo quando la madre gli raccontò come i colonizzatori avessero strappato al suo bisnonno i braccialetti, lo scettro cerimoniale e il suo manto di leopardo. A giugno, UDC ha lanciato la sua prima azione di “riappropriazione” in Francia, alla quale ne è seguita un’altra a Marseille, quindi a Berg en Dal in Olanda e poi al Louvre. Sono stati arrestati, sono a processo ma hanno le idee chiare su ciò che vogliono.

Qual è il fine della vostra azione? 

“L’obiettivo delle nostre azioni comprende due aspetti: il primo è recuperare il nostro patrimonio. Tutto ciò che ci appartiene dovrebbe tornare a casa, questo è l’obiettivo primario, perché crediamo che sia nostro diritto  avere accesso alla nostra eredità culturale. C’è naturalmente un secondo aspetto: la necessità di sollevare un dibattito sullo spazio pubblico. Questo dibattito punta a promuovere i valori di giustizia ed eguaglianza, perché crediamo che non sono solo gli africani, ma anche le persone provenienti dall’Asia, dall’Oceania e dall’Australia, ad essere state private del loro patrimonio e della loro eredità culturale. Il secondo aspetto è quello di sollevare un dibattito affinché le nazioni europee e occidentali possano affrontare il loro passato e ripararlo. Questo è il doppio obiettivo delle nostre azioni”.

SUR INVITATION DU MAS MUSEUM AN STROOM nous avons répondu présent pour récupérer de façon officielle les informations…

Pubblicato da UNITÉ DIGNITE COURAGE – UDC su Venerdì 9 ottobre 2020

 

Cosa ne pensate della recente ondata che ha portato alla distruzione e al vandalismo di moltissime statue di colonialisti?

Chiariamo prima una cosa: quando parliamo di atti vandalici, dobbiamo fare la distinzione tra cosa costituisce un atto di vandalismo e cosa no. Distruggere dei beni comuni o ciò che appartiene agli altri, lo è. Mentre a mio parere, le conseguenze provocate dalla morte di George Floyd non costituiscono un atto di vandalismo. Sono un’espressione di rabbia di una società a lungo rimasta in silenzio di fronte a ingiustizie e discriminazioni. Questi problemi risalgono agli anni in cui l’africano era ancora visto come uno schiavo o una bestia e non sono mai stati risolti. La verità storica non è mai stata riabilitata. Le culture occidentali – soprattutto gli Stati Uniti – hanno scelto di rimanere in silenzio sull’argomento e di mettere il materialismo al primo posto. Così l’ondata di indignazione ha suscitato un sentimento di disagio nelle popolazioni “colpevoli”.

E in cosa consiste questo disagio?

Nell’ incapacità di affrontare il loro passato storico e di risolverlo. Per quanto riguarda la distruzione delle statue posso dire che dietro ogni simbolo contestato si cela una questione politica.

Quando i simboli vengono distrutti, non si mette da parte il problema, nè si dimentica la sua esistenza. Si distruggono i simboli proprio per raggiungere le radici dei problemi. Una volta distrutti i simboli, la storia deve essere rivista. Il ruolo dei personaggi storici deve essere messo in discussione. É normale che i persecutori del popolo africano durante il colonialismo, siano rappresentati nelle strade delle Repubbliche in cui vivono milioni di bambini americani, francesi o belgi nati da genitori di origine africana? È normale dargli, nello spazio pubblico, una rappresentazione come eroi? Questo è il problema fondamentale.

Distruggendo questi simboli è stato lanciato un messaggio da chi vuole far ricordare come fossero le società occidentali di un tempo, e ricominciare da capo. Parlare dei temi reali, affrontare questo passato e risolvere il problema. Permettere la costruzione di una nuova società in cui i diversi popoli possano vivere in armonia e pace.

Gli artisti occidentali hanno il privilegio di poter vedere le loro opere d’arte come un bene “della collettività”. Perché i manufatti artistici africani non possono essere considerati come tali della comunità artistica in generale?

C’è una forma di ipocrisia verso il contributo degli africani all’arte. Il loro contributo all’evoluzione della nostra umanità è sempre stato vietato, o in qualche modo trascurato – per usare un eufemismo. Non è semplicemente una questione di arte africana o no: è un profondo disagio nelle società occidentali. Picasso, che oggi è celebrato come uno dei più grandi artisti del mondo occidentale, deve tutto all’Africa. Non si dice mai che ci sono molte opere d’arte africana che hanno ispirato l’arte occidentale. Non dipende necessariamente dall’arte, ma è una politica di negazione.

Ovviamente queste opere fanno parte del patrimonio artistico e culturale occidentale. Se non fosse così, non sarebbero esposte nei musei, i quali hanno funzione di utilità pubblica. La recente legge approvata dall’Assemblea Nazionale Francese menziona il carattere inalienabile delle opere d’arte presenti in Europa occidentale. Un Paese come la Francia si rifiuta di restituire all’Africa le sue opere, perché le considera come parte del proprio patrimonio nazionale. Non si parla di questo, continuando ad attuare una politica di denigrazione e disumanizzazione – o animalizzazione se preferiamo – dell’africano e del suo contributo alla storia dell’umanità.