The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Che ne sarà di Amsterdam: una riflessione sul fallimento di una politica urbana “creativa”

Tra spregiudicatezza finanziaria e neoliberismo, ciò di cui la città avrebbe bisogno è un dibattito pubblico che rompa con questa "anestesia" politica



Il romanzo di China Miéville, The City and the City, racconta di un misterioso omicidio che si svolge in un affascinante paesaggio urbano distopico. Due città, Beszel e Ul Qoma, sono separate da un confine strettamente controllato, cosa che fa subito tornare alla mente l’ex divisione tra Berlino Est e Ovest. Beszel e Ul Qoma però non sono divisi da un muro fisico o da una recinzione bensì da una complessa demarcazione psico-geografica. Le due città separate sono infatti sovrapposte l’una all’altra, con il loro tessuto urbano strettamente intrecciato. In alcune parti della metropoli un vicino di casa potrebbe in realtà vivere nell’altra città, così come il negozio al piano di sotto potrebbe esistere anche nell’altra parte del confine.

Per far funzionare una frontiera così complessa e multiforme è necessario qualcosa di malleabile come la psiche umana, e questa è esattamente ciò che viene usata nel romanzo di Miéville. Fin dalla tenera età, gli abitanti di Beszel e Ul Qoma sono istruiti in ciò che viene chiamato “unseeing”: devono allenare la loro percezione in modo tale da vedere solo ciò che sta accadendo nello spazio delimitato delle rispettive città. Ci sono codici, colori e stili specifici che sono indicativi per riconoscere a quale delle due città una persona, un’auto, un negozio e molto altro appartengono. I cittadini di Beszel e Ul Qoma hanno interiorizzato questi codici con perfezione impeccabile: ogni popolazione vede solo ed esclusivamente la propria città. Il resto si confonde e dissipa in uno sfondo scuro, inosservato.

Il paesaggio urbano distopico di Miéville affascina non solo per l’assurdità e complessità che solo una mente creativa quale quella dell’autore avrebbe potuto partorire, ma anche per un altro motivo: soprattutto rivela la formula secondo cui l’ideologia di oggi funziona. Il parallelismo più ovvio è quello con l’interfaccia mobile e l’impatto radicale che questa ha sul modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo che ci circonda.

Pensate, per esempio, a come navighiamo attraverso lo spazio urbano: la mappa supportata dal GPS nel palmo della nostra mano si è fusa con il territorio e il nostro senso del luogo, causando l’abitudine ad una visione del nostro mondo solo parziale, selettiva. E questo non è tutto. L’interfaccia mobile ha comportato l’omogenizzazione di una gamma di pratiche sociali un tempo diversificate. Lo schermo ci fa anche vedere il brutale regime su cui è costruita l’interfaccia, l’inesorabile estrazione e sfruttamento di dati e risorse, il controllo comportamentale delle nostre vite e così via.

Come ricorda Sebastian Olma in un articolo su Amsterdam Alternative, in un incontro dello scorso maggio il critico culturale americano Brian Holmes sottolineava come l’uso onnipresente delle interfacce mobili abbia portato ad un allarmante cambiamento culturale. Si è parlato dell’emergere di una sorta di filtro estetico” che equivale a una sorta di anestesia culturale alle grandi sfide politiche del nostro tempo.

Amsterdam: dalla diversificazione all’omologazione

Questo sarebbe il caso proprio di Amsterdam. La città è passata dall’essere un ambiente socialmente diversificato, culturalmente eccitante a uno sempre più omogeneo. Per capire questo fenomeno, la collettività invisibile di Miéville e l’interfaccia anestetica di Holmes sono assolutamente cruciali. Basta pensare allo scempio che la gentrificazione incontrollata continua ad apportare alla città. Anche senza prendere chiara posizione riguardo, i suoi effetti sono evidenti: abitazioni inaccessibili ed esplosioni di rendite. Tutto questo sta portando le famiglie a basso e medio reddito, un’intera generazione di giovani laureati e le piccole imprese ad andarsene.

Amsterdam condivide questo tipo di disagio con le città di tutto il mondo. Ciò che la distingue è l’evidente assenza di coraggio politico per affrontare efficacemente questa situazione. Ci sono molti modi in cui i governi possono intervenire per porre fine al vandalismo del capitale finanziario.

Di recente, New York ha intentato una causa da 21 milioni di dollari contro un gruppo di intermediari immobiliari che gestivano un impero illegale di Airbnb in tutta Manhattan. Barcellona sta limitando severamente le operazioni di Airbnb e ha impedito la costruzione di hotel nel centro della città. A Berlino un movimento sociale sta con successo organizzando dimostrazioni politiche che chiedono l’espropriazione di investitori considerati anti-sociali. Il sindaco della città di Tubinga nel sud Germania sta minacciando gli investitori con la confisca nel caso le proprietà vengano usate a scopo speculativo.

Alcuni passi verso questa direzione sono stati presi anche da Amsterdam. Il governo municipale chiede che dal 40 all’80 per cento dei nuovi immobili diventino alloggi sociali per persone meno facoltose. Tuttavia, fintanto che le società immobiliari agiscono come attori del mercato, è difficile capire come ciò avverrà.

Amsterdam ha anche iniziato a imporre pesanti sanzioni sull’eccesso di affitti Airbnb. Questo è un inizio, ma non abbastanza. Nonostante il divieto ufficiale alla costruzione di nuovi hotel, molti sono stati ugualmente eretti in tutta la città.

L’esempio di Parkhuis De Zwijger

Ancora una volta, ciò che manca è il coraggio politico. Il coraggio politico di rompere radicalmente con la logica funzionale del mercato immobiliare, dell’industria del turismo e di molti altri mercati che monopolizzano le risorse sociali. Una delle ragioni di questa mancanza risiede in una coalizione di funzionari politici, imprenditori furbi e opportunisti culturali. Questi sono stati in grado di creare una sorta di “apatia anestetica” che ha efficacemente zittito il discorso pubblico in città tramite concessioni su piccola scala e a breve termine. Esemplare in questa operazione è stata l’esperienza di Pakhuis De Zwijger insieme al Consiglio economico di Amsterdam e una rete di istituzioni minori. Nell’ultimo decennio sono stati capaci di creare un programma capace di manipolare in modo permanente la visione collettiva della città. Grazie a questo sono riusciti ad escludere sistematicamente la dimensione politica e sociale di ogni problema.

Laddove in passato le persone riconoscevano ingiustizie sociali, iniquità di potere o sfruttamento, De Zwijger & Co. ci hanno insegnato a vedere opportunità per modelli di business innovativi. Uno dei successi celebrati da questa coalizione è stata la nomina di Amsterdam come Capitale europea dell’innovazione nel 2016. Questo è quello che si legge sul loro sito web: “Amsterdam è un esempio per il resto del mondo quando si tratta di usare l’innovazione per risolvere i problemi urbani”. Tuttavia, innovazione non significa politica.

Infondendo populismo economico e culturale, non hanno fatto altro che implementare il gioco neoliberista. La rete attorno a De Zwijger ha in effetti una notevole esperienza in questo senso. Amsterdam è stata un precursore nell’adattare una politica urbana cosiddetta creativa, ossia l’uso della cultura e delle arti ai fini della gentrificazione. Peccato che persino l’antenato intellettuale di questa politica, Richard Florida, la consideri una delle cause cruciali dell’attuale crisi urbana.

L’idea di una “città creativa

Facendo finta di fornire uno spazio di discussione autentica e aperta a tutti i cittadini, De Zwijger e il suo staff hanno manipolato il dibattito pubblico incentrando il discorso sul concetto di innovazione. Questo è un risultato illusorio e pericoloso.

Le terribili conseguenze di questo sistema possono essere osservate, ad esempio, nell’ex leader del Groenlinks Dick Pels. Pels ha sostenuto una perpetuazione della politica creativa in quanto strategia per combattere l’ingiustizia sociale e il risentimento di destra. In un atto di stupefacente cecità politica- scrive ancora Olma – Pels non si rende conto di cosa stia in realtà appoggiando. La città creativa non è altro che l’avanguardia culturale al servizio degli interessi del capitale e delle élite finanziarie. Eppure, la difesa della gente comune contro i potenti era una volta la funzione politica della sinistra.

L’interfaccia estetica di De Zwijger fa parte di un meccanismo che ha offuscato la lotta democratica. È così che funziona l’ideologia oggi: lontano dagli occhi, lontano dalla mente, fuori dalla politica. Beszel, Ul Qoma, Amsterdam.

L’ascesa della destra populista

C’è però un movimento politico per coloro che si sentono traditi dai loro rappresentanti politici: la destra populista. Questo è il vero pericolo che si nasconde dietro a De Zwijger e soci. Perpetuano un discorso pubblico a favore del neoliberismo e dissipano le energie di una giovane generazione che aspira a un cambiamento radicale. Ogni giorno De Zwijger ostacola il movimento politico che dovrebbe combattere l’ingiustizia sociale e l’ineguaglianza e crea così un vuoto che stimola l’ulteriore espansione della destra populista.

Questo effetto non voluto è ciò che tutti coloro che intendono partecipare a un evento come il We.Make.The.City dovrebbero essere a conoscenza. Non importa quanti progetti, iniziative, start-up e attivisti locali intelligenti e significativi parteciperanno. Alcuni di questi saranno certamente lodevoli o addirittura contribuiranno a rendere il mondo un posto migliore.

Ciò che è urgente capire è che We.Make.The.City opera come un’interfaccia creata allo scopo di mettere a tacere chiunque aspiri ad un discorso politico consapevole. Chiudono gli occhi di chi vuole insistere sul dare un peso e un nome ai problemi sociali e riconoscere gli effetti del vandalismo finanziario sull’ecologia urbana della città. Ciò di cui Amsterdam ha bisogno è qualcosa di completamente diverso: un dibattito pubblico che rompa con questa anestesia politica. Il governo deve essere messo sotto pressione per porre una soluzione alla supremazia del mercato.






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