di Klizia Capone

Qual è stato l’impatto del Covid-19 sui musei e le istituzioni d’arte nel mondo? Secondo una prima indagine dell’UNESCO, resa nota a fine maggio 2020, l’emergenza pandemica avrebbe costretto alla chiusura il 90,5% dei musei censiti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. “Questo rapporto non solo fornisce una migliore comprensione dell’impatto della pandemia di Covid-19 sulle istituzioni museali e delle sfide che dovranno affrontare a seguito della crisi sanitaria, ma esplora anche le modalità di reazione dei musei all’indomani della crisi”, ha dichiarato Audrey Azoulay, direttrice generale dell’agenzia. “È urgente rafforzare le politiche a sostegno di questo settore, che svolge un ruolo essenziale nelle nostre società per la diffusione della cultura, dell’istruzione, della coesione sociale e del sostegno all’economia creativa”.

È questo l’argomento su cui si è interrogata Nina Siegal, giornalista culturale del New York Times, in un articolo per Codart, che ha raccolto le opinioni di alcuni direttori di museo tra Olanda, Stati Uniti, Germania e Belgio, cercando di comprendere quali siano le forme migliori di finanziamento per queste istituzioni. 

Il disastro del Rembrandthuis

Interpellato da Siegal, il direttore del Rembrandthuis di Amsterdam, Lidewij de Koekkoek, ha definito la situazione finanziaria attuale del proprio museo “un disastro”, dopo anni di incessante crescita del numero dei visitatori e il successo delle celebrazioni per il 350° anniversario della morte del pittore olandese. Pronto a un’importante ristrutturazione e a un’espansione degli spazi destinati al pubblico finalizzata al raddoppio dei visitatori, forte di un piano di ben 7 milioni di euro, il museo ha subito perdite per il 75 per cento degli introiti. Il che significa anche un taglio del 20% delle ore lavorate e tagli al budget compresi tra i 1.3 e i 1.4 milioni di euro. Per questo, il museo sarà costretto a rinviare tutto almeno al 2025. 

Il salvataggio del Mauritshuis a L’Aja

Ben diverso è stato l’impatto della pandemia sul Mauritshuis de L’Aja; al contrario del Rembrandthuis, quasi totalmente autofinanziato, la galleria reale ha potuto avvalersi dell’intervento del governo olandese, che ne ha coperto le perdite. Inoltre, il museo non ha risentito dell’assenza di turisti in città, essendo i suoi visitatori per il 60 per cento olandesi. Il sostegno del governo ha permesso di “pensare alla nostra missione e a ciò che vogliamo diventare in futuro”, ha affermato la direttrice, Martine Gosselink.

Cosa succede negli States?

Intorno a realtà simili è nato il dibattito sul futuro dei musei e sul ruolo che possono avere in un’emergenza mondiale come quella che stiamo attraversando. Se, da un punto di vista finanziario, istituti che ricevono un sostegno statale possono sembrare più al sicuro di quelli che si autofinanziano in buona parte con la vendita dei biglietti, non vanno dimenticati i musei che sopravvivono grazie alla sponsorizzazione e alla filantropia. È il caso di quelli statunitensi, come il Nelson Atkins Museum di Kansas City, che potendo fare affidamento su un livello relativamente stabile di donazioni filantropiche e sponsorizzazioni dal settore privato, ha retto bene la crisi mondiale attuale, garantisce il direttore Julian Zugazagoitia, sebbene ad alcuni il modello di finanziamento degli USA possa parere poco saldo.

 

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E in Germania e Belgio?

Un intervento consistente, invece, è stato quello del governo tedesco, che nella primavera del 2020 ha stanziato un miliardo di euro per stabilizzare musei e istituzioni culturali del paese. “In questo modo è ancora possibile lavorare”, ha dichiarato Uta Neidhardt, curatrice della collezione di dipinti olandesi e fiamminghi della Gemäldegalerie di Dresda, che propone un connubio tra pubblico e privato a sostegno dei musei. A corroborare la sua tesi, viene in soccorso l’opinione di Till-Holger Borchert, direttore del Musea Brugge, che ha sottolineato quanto sia stato importante l’intervento del governo belga per la sopravvivenza del museo e ha sollevato una questione cruciale, che si potrebbe perdere di vista se troppo concentrati sul bilancio economico: il ruolo del museo è quello di arricchire la vita delle persone; farle stare bene. È questo il dettaglio non trascurabile che sembra sfuggire a molti. “Coloro che sono venuti a trovarci quando eravamo aperti”, ha detto Borchert, “ne hanno sentito la necessità per il loro benessere mentale. Le persone desiderano l’arte e questo deve essere preso sul serio e messo nell’equazione”.

Curarsi con arte

I benefici dell’arte sul benessere psico-fisico degli individui sono ormai noti e riconosciuti da numerose ricerche scientifiche. L’artista Lucian Freud, nipote di Sigmund, sosteneva di andare alla National Gallery di Londra come si va dal medico, vale a dire per uscirne in migliore salute intellettuale. Perché, come sostiene Salvatore Settis, “i musei non sono un luogo dove si raccolgono opere d’arte per poter staccare biglietti, per allungare le file in attesa di entrare o per compiacere uno sponsor. I musei sono luoghi in cui una comunità culturale può riconoscersi”. Luoghi in cui una comunità più felice può rifiorire.