+31mag Channels

The Netherlands, an outsider's view.

CULTURE

Che cosa può una prova?

Al Bak di Utrecht il progetto Forensic Architecture per una nuova verità pubblica

di Giuseppe Menditto

Cosa hanno in comune un gruppo di cinquantenni olandesi in gita e una comitiva di studenti in Criminal Law? Dopo aver visitato le installazioni investigative del Bak – basis voor aktuelle Kunst a Utrecht, nessuno dei due potrà ignorare ciò che ha visto.

A metà tra un museo d’arte contemporanea e un laboratorio allestito in un garage-teatro, l’esibizione si prefigge un compito non da poco: riformulare il concetto di verità e prova giuridica.

Forensic Justice è una mostra e una serie di programmi pubblici nati dalla collaborazione con Forensic Architecture (FA), un’agenzia di ricerca indipendente e interdisciplinare con sede a Londra. Da anni artisti, scienziati, avvocati, cineasti e architetti lavorano insieme per indagare sugli abusi dei diritti umani e “naturali”. Fin qui nulla di nuovo, se non fosse che la rivoluzionaria pratica estetico-politica non si fonda su prove tradizionalmente riconosciute in sede dibattuale – perizie balistiche, psico-comportamentali, mediche – ma su una contro-narrazione basata su metodi probatori e evidenze fattuali a disposizione di cittadini, gruppi di attivisti, comunità colpite dalla violenza di stato.

Ciò che è in ballo è l’idea stessa di una “verità pubblica” attraverso i contributi interdisciplinari di architettura, fotografia e indagini audiovisive. Una verità condivisa significa non proporre semplicemente un’alternativa individualistica a una pretesa universalistica, ma una pratica della complessità che assuma come punto di partenza quello della vittima e non quello del potere che vorrebbe essere carnefice e giudice allo stesso tempo.

Come ricorda Eyal Weizman, architetto fondatore di FA, “costruire una quasi-disciplina richiede competenze diverse: una combinazione di capacità teoriche, storiche e tecnico- sperimentali, insieme a una seria comprensione teorica della relazione tra la materialità architettonica e il corso degli eventi”.

Durante la nostra intervista, la direttrice dell’istituto olandese Maria Hlavajova ribadisce come l’architettura forense non riguarda soltanto la logica della fase istruttoria e dibattuale di un processo, ma è qualcosa che nasce prima e al posto della giustizia. 

Certo, le premesse teoriche del progetto potrebbero suonare ancora troppo fumose. Basta però entrare nella sala principale dell’esibizione e osservare le tecniche sviluppate per comprendere di cosa si tratti.

Tutta ha inizio in Brasile nel 1984: un cranio viene ritrovato e dopo aver sovrapposto analogicamente le diverse immagini ne è accertata la paternità.

Le ossa appartengono a Joseph Mengele, il celebre medico nazista noto per gli esperimenti di eugenetica svolti a Auschwitz, usando i deportati e i bambini come cavie umane. Il dottor Morte, come molti altri gerarchi nazisti dopo la fine della guerra, si era rifugiato in America meridionale. Oggi sappiamo che Mengele morì di attacco cardiaco nel 1979, all’età di 67 anni, mentre nuotava a pochi metri dalla riva dell’oceano Atlantico. Fu sepolto nel cimitero di Nostra Signora del Rosario, a Embu das Artes, sotto la falsa identità di Wolfgang Gerhard. Allora, della fine di Mengele quasi nessuno era a conoscenza. Il celebre Cacciatore di Nazisti Simon Wiesenthal era convinto che Mengele fosse stato avvistato ovunque nel mondo, dal Cairo alla Grecia, e nel 1985 offrì una ricompensa di 100.000 dollari per chiunque fosse stato in grado di aiutarlo nella cattura. Dopo il processo farsa organizzato a Gerusalemme nel 1985, Germania e Israele riuscirono a scoprire dove fosse finito Mengele grazie ad un’intercettazione postale e fecero pressioni sul governo brasiliano per riesumare le spoglie del presunto Wolfgang Gerhard. Nel 1992 il test del DNA accertò con sufficiente approssimazione l’identità del cadavere. In questi stessi anni, l’architettura forense era giunta alla stessa conclusione ricostruendo un modello tridimensionale del cranio di Mengele grazie alla sovrapposizione analogica di fotografie.

Da allora le tecniche investigative si sono evolute notevolmente e Forensic Justice ne ha ampiamente goduto: nel marzo del 2017,  Weizman insieme a un team di ingegneri del suono, esperti di odori, cameramen e altri architetti si sono riuniti  nella sala conferenze seminterrata della Haus der Kulturen der Welt a Berlino, a poche centinaia di metri dal parlamento tedesco. Utilizzando impalcature, teli in plexiglass, mobili Ikea e cartongesso dipinto di blu, hanno ricostruito un modello in scala reale di un internet café a Kassel, una città a circa quattro ore di macchina a sud-ovest.

Più di un decennio prima, nel vero internet cafè del padre, il ventunenne Halit Yozgat fu ucciso da tre estremisti di destra della National Socialist Underground (NSU). 

Un gruppo terroristico che nel corso di un decennio ha derubato banche, messo bombe a Colonia, ucciso una poliziotta e dieci persone di origine curda. A quel tempo, la reticente polizia tedesca era più propensa ad attribuire il delitto a una faida familiare piuttosto che a una matrice di odio razziale. Il caso di Yozgat presentava però un elemento curioso: un agente di polizia di nome Andreas Temme era nel caffè al momento dell’omicidio, ma non era intervenuto. Interrogato dagli investigatori, l’agente aveva risposto di non aver sentito o visto nulla e di non aver testimoniato  per tutelare la sua privacy e l’imbarazzo nel nascondere alla moglie il fatto che stesse navigando su un sito di incontri. Temme fu dichiarato estraneo ai fatti e la NSU venne scoperta soltanto quando due dei suoi membri  morirono in un incendio e il terzo si consegnò alla giustizia, dando il via ad uno dei processi più seguiti nella Germania del dopoguerra.

La domanda da cui sono partiti i responsabili di Forensic Architecture è: se possiamo screditare la testimonianza di Temme, possiamo dimostrare una sua complicità o connivenza con gli assassini? Un sorta di “indagine sulle indagini” quella messa in campo dall’agenzia londinese che da allora ha sistematicamente smontato i resoconti ufficiali di uccisioni e violazioni dei diritti umani da Gaza al Guatemala. Nel caso dell’internet cafè, Weizman e colleghi hanno ricostruito le planimetrie dei locali e studiato immagini prese da Youtube, un minuto di video ufficiale della polizia, migliaia di pagine processuali. Incrociando questi dati con una ricostruzione tridimensionale del luogo, un software di tracciamento oculare specializzato per mostrare cosa ha realmente visto Temme, le tracce audio di un colpo di pistola da 130 decibel e uno speciale apparecchio per misurare la velocità con cui l’odore di polvere da sparo si sia dissolto.  Dopo aver incrociato i dati e fedelmente ricostruito la scena del delitto con attori e con macchine GoPro, la mole di informazioni ha confermato il fatto che Temme non poteva non aver assistito alla morte di Yozgat.

Nel corso degli anni FA ha collaborato con ONG e le Nazioni Unite e le prove prodotte sono finite nelle aule dei Tribunali Internazionali: per conto di Amnesty International FA ha ricostruito un modello architettonico della prigione di Saydnaya, una struttura militare siriana vicino a Damasco famosa per le torture e le esecuzioni sommarie. A causa dell’impossibilità nel poter accedere al carcere controllato dal regime di Bashar al-Assad, ha usato immagini satellitari e testimonianze di sopravvissuti. La mappa interattiva della prigione tecnicamente è un’appendice di un rapporto autorevole basato su decine di ore di testimonianze e di inchieste. Uno dei meriti indiscussi di FA è quello di aver avvicinato un pubblico più vasto all’argomento, pubblico che non leggerebbe mai un report di Amnesty ma che potrebbe essere incuriosito da un video in rete.

Dei molti casi in cui l’intervento di FA è stato decisivo, ricordiamo l’uso di proiettili di artiglieria pieni di fosforo bianco nel denso centro urbano di Gaza nel dicembre 2008 e nel gennaio 2009, il duplice omicidio degli adolescenti Nadeem Nawara e Mohammed Abu Daher a Ramallah nel maggio del 2014, l’assassinio del rapper greco Pavlos Fyssas per mano di Alba Dorata nel 2013, la criminalizzazione della ONG Iuventa nelle acque del Mediterraneo nel giugno del 2017. 

Quel che è certo è che l’archittetura forense sta moltiplicando i suoi campi di azione: il caso delle ONG ha gettato le basi per un’Oceanografia forense, impegnata a decostruire il paradigma ideologico di un Mare Clausum – un Mediterraneo molto chiuso e poco nostro – e ha creato un Center for Contemporary Nature (CCN), pronto a sfidare il modello tradizionale di una natura immutabile a partire dal diritto degli animali non più pensato come estensione e applicazione particolare di un diritto umano. Delle storie (non) ancora aperte – basti pensare alla possibilità di applicare la metodologia della FA ai casi di Uva, Cucchi, Aldrovandi e Branzino – così come dell’ecocidio in Indonesia e del diritto dei primati, torneremo ad occuparci presto. 

 


31mag.nl è un progetto indipendente di giornalismo partecipativo.
Raccontiamo gli esteri da locals, non da corrispondenti o inviati.

Diamo il nostro apporto all’innovazione nei media con news, reportage e video inediti in italiano.
Abbiamo un taglio preciso ma obiettivo.

Recharge us!