di Paola  Pirovano

 

Franco D’Andrea rivendica il suo essere legato a un solo genere musicale senza vederci niente di riduttivo: per lui il jazz è un universo talmente ampio e ricco da essere una fonte inesauribile di ispirazione.

Un mondo che il pianista italiano non ha mai smesso di esplorare in più di 50 anni di carriera, mettendosi alle spalle centinaia di dischi. Una voglia di andare nei luoghi inesplorati di questo universo parallelo all’origine del concerto che si terrà mercoledì 8 novembre al Bimhuis di Amsterdam.

Il trio di Franco d’Andrea si esibirà in un concerto-tributo alla prima incisione discografica di jazz, in occasione del centenario dell’Original Dixieland Jass Band. Eppure loro non rispettavano il cliche sul jazz: erano un gruppo di bianchi e tra loro due musicisti di origini italiane. Le radici dell’antenato della musica black moderna affondano nel cosmopolitismo della New Orleans dei primi del Novecento, dove personaggi provenienti  da ogni angolo del globo diedero vita a quella fortunata miscela di ritmi dell’Africa occidentale e di tradizione classica europea.

Per D’Andrea, la bellezza del jazz è da ritrovare proprio in questo affascinante mix. A cent’anni dall’uscita del primo disco, per il pianista italiano c’è ancora qualcosa da fare con il “magico contrappunto dei tre strumenti principi di New Orleans”. Il trio formato da trombone (Marco Ottolini), clarinetto (Daniele d’Agaro) e pianoforte è infatti una citazione delle formazioni di jazz tradizionale, in cui Franco d’Andrea percepisce un “colore” speciale che merita di essere ancora esplorato. Con il suo trio, il pianista si infila nei punti lasciati incompiuti, in quei momenti in cui ci si chiede “cosa sarebbe successo se…?”.

A Amsterdam il trio italiano sarà accompagnato da Han Bennink, celebre batterista olandese dal grande genio creativo, con cui D’Andrea collaborò per la prima volta a Trento qualche anno fa. Il pianista ricorda sorridendo che Han Bennink in quel momento era fissato con il tamburo rullante. Nonostante le prime incertezze – “vediamo cosa succede” si ricorda di aver pensato D’Andrea, che lo aspettava con una batteria – e un incidente di percorso – Han Bennink sfondò la pelle del tamburo al primo colpo per la troppa energia -, l’incontro andò talmente bene che la stessa formazione sarà riproposta sul palco del Bimhuis.

Quello di D’Andrea è un percorso affascinante: musicista per caso, si avvicinò all’arte in un’epoca in cui si interessava più alla fantascienza e allo sport. Fu grazie ad un amico che gli fece sentire senza grande entusiasmo il disco che avrebbe cambiato la sua vita. È con Louis Armstrong che la musica comincia a significare qualcosa per lui, e quel qualcosa sarà poi così forte che lo spingerà ad imparare da autodidatta la cornetta, la tromba e il clarinetto.

Nella carriera di D’andrea, il pianoforte è giunto solo in un secondo momento: a lungo si è definito, infatti,  un musicista di fiati prestato al pianoforte. È in un periodo con poco lavoro alla fine degli anni Settanta, appena trasferitosi a Milano dopo anni trascorsi a Roma con il gruppo Perigeo, che finalmente diventerà un “vero” pianista. Dopo  un periodo di sperimentazione con le potenzialità offerte dallo strumento grazie ad un approccio che definisce “orchestrale”.

Questo talento naturale per l’apprendimento lo ha portato anche a improvvisarsi bassista per un breve periodo, in un momento in cui i bassisti scarseggiavano e lui aveva bisogno di garantirsi qualche entrata economica supplementare perché “la vita del musicista non è sempre facile”.

Oggi D’andrea  è considerato uno dei maggiori pianisti e compositori italiani , D’Andrea può guardarsi indietro e rievocare i momenti più significativi della sua carriera. Per lui gli anni indimenticabili sono quelli romani tra il ’64 e il ’65, marcati dall’energia incredibile di Gato Barbieri.

Anche la musica dell’Africa occidentale ebbe un impatto molto forte su di lui e racconta di come, anni fa, in una discoteca di Yaoundé, avesse desiderato addirittura di restare lì, in mezzo a quell’energia folle.

Fu qualcosa che lo marcò a  tal punto che ancora oggi ascolta dei ritmi provenienti dal West Africa, insieme ad artisti jazz a cui è molto affezionato, come Thelonious Monk e Archie Shepp. Ma anche musica classica del Novecento, come Bartok, Boulez e l’italiano Maderna.

Attualmente è innamorato della “musica pazzesca” del balletto Agon, scritto da Stravinsky negli anni Cinquanta.

Oggi affianca la sua attività di musicista a quella di insegnante. Franco D’Andrea sente come un dovere quello di trasmettere la sua conoscenza alle generazioni di musicisti che verranno dopo di lui e si dichiara fiero di vedere degli alunni che suonano in modo completamente diverso da lui. Perché, dice: “significa che li ho aiutati a trovare loro stessi”.