Il governo giapponese si trova in una posizione molto delicata in queste ultime settimane: rischia di riaprirsi una crisi diplomatica che Tokio credeva conclusa, dopo una decisione controversa di un tribunale del distretto centrale di Seul riguardo il caso delle “Comfort women.”

Il tribunale coreano si è espresso su denuncia avviata dal Consiglio coreano per la giustizia e la memoria, un’organizzazione creata per le vittime del traffico di “donne di conforto.” 

Secondo i giudici, il governo di Tokyo deve risarcire le “comfort women” per gli abusi che hanno subito nel periodo di occupazione giapponese. 

Tuttavia, per il governo giapponese la decisione non spetta ai tribunali coreani: infatti, Tokyo ha minacciato di trascinare la Corea del Sud presso la Corte internazionale di giustizia ONU (ICJ) all’Aia.

Il ministero degli esteri giapponese ha rifiutato il giudizio del tribunale di Seul sulla base del diritto internazionale; spiegando la loro posizione, il capo segretario del gabinetto del governo nipponico, Katsunobu Kato, ha annunciato in una conferenza stampa che “tenendo conto del principio dell’immunità sovrana stabilita dal diritto internazionale” il governo giapponese non accetterà di sottoporsi alla giurisdizione della corte di un altro Stato.

Questo non sorprende affatto il tribunale coreano, che già aveva espresso la propria opinione a riguardo: secondo i giudici, questo principio del diritto internazionale non è applicabile quando il caso tratta di crimini contro l’umanità.

Inoltre, il tribunale ha fatto notare che i crimini sono stati commessi sulla penisola coreana quando era ancora sotto il dominio dell’ impero giapponese.

Se Tokio accetterà di sottoporsi al giudizio dell’ICJ è tutta da dimostrare: la Corte Onu, con sede a l’Aia, avrà infatti bisogno del consenso di entrambi gli Stati prima di proseguire con l’indagine sul caso.

Come si è arrivati a questo punto?

La decisione del tribunale di Seul è l’ultimo evento di una lunga vicenda legale e diplomatica. La questione delle donne di conforto è stata per anni tenuta su un profilo basso profilo dagli ufficiali nipponici. Negli anni ’90, però, donne vittime dei bordelli dell’esercito imperiale hanno parlato pubblicamente della loro esperienza e finalmente, nel 1992, il governo giapponese ha pubblicato un messaggio di scuse ufficiali. Poi, nel 1998, un tribunale giapponese ha ordinato al governo di pagare l’indennizzo a tre vittime che avevano fatto causa. 

 In un evento storico, nel 2015, il governo giapponese, guidato dal primo ministro conservatore Shinzo Abe, è sceso a compromessi con la Corea del Sud dopo anni di politica anti-rimorso su cui aveva cercato di consolidare la sua popolarità.

I termini dell’accordo erano chiari: una dichiarazione di scusa ufficiale e l’istituzione di un fondo di 7,6 milioni di euro per risarcire le “schiave del sesso.” 

Da tutto ciò, il governo di Tokyo guadagnava la certezza di non dover più affrontare questa questione. Il caso era da considerarsi chiuso una volta siglato l’accordo. 

Tuttavia, l’ex donne di conforto non erano soddisfatte: il Giappone non ha riconosciuto la sua responsabilità legale nemmeno in quest’ultimo accordo.

Secondo il governo Abe, la questione legale è stata risolta con il trattato del 1965, che stabiliva i rapporti diplomatici tra i due paesi.

Ma il Consiglio coreano per la giustizia e la memoria non ha accettato questa risposta e vede l’accordo del 2015 come un semplice patto di natura politica. Per questo motivo, hanno fatto causa al governo del Giappone, e il tribunale di Seul si è schierato dalla parte del Consiglio delle vittime.

La testimonianza di Lee Yong-soo

Mercoledì, 3 marzo, una ex-donna di conforto, Lee Yong-soo, ha incontrato il ministro degli Esteri coreano, Chung Eui-yong. Lee è un’attivista molto conosciuta nel movimento per la giustizia per le vittime del traffico di donne.

Mese scorso, all’età di 92 anni,  Lee Yong-soo ha tenuto una conferenza stampa, chiedendo al governo coreano di portare avanti il caso presso l’ICJ. Inoltre, l’attivista ha chiesto di vedere il presidente Moon Jae-in.

“Ho intenzione di chiedere al presidente Moon di convincere il premier giapponese Yoshihide Suga ad accettare una decisione sul caso delle donne di conforto dall’ICJ,” ha detto Lee ad una sala di giornalisti.

La testimonianza dell’attivista sta facendo il giro del mondo. Infatti, negli ultimi giorni, il caso sta attirando sempre più attenzione anche dai media internazionali: questo rinnovato interesse viene a seguito di un articolo controverso pubblicato da un professore di Studi Legali Giapponesi a Harvard. Secondo il professor Mark Ramseyer, le donne coreane non sono state costrette a prostituirsi, ma si sono volontariamente offerte.

Per Lee, l’articolo è state una “benedizione sotto mentite spoglie”.  Miglialia di persone, tra cui studiosi, premi Nobel, ed attivisti per i diritti vogliono che venga ritirato l’appello del governo giapponese contro la causa coreana.

Quest’ulitma ondata di pressione internazionale sul governo giapponese rende ancora più delicata la situazione.  

La tragica storia delle “comfort women”

La storia delle “donne di conforto”, schiave sessuali dell’esercito giapponese, è dolorosa e tragica e si trova al centro di decenni di tensioni tra i due Stati orientali e influisce anche sui rapporti con l’alleato occidentale più importante di tutte e due i governi, gli Stati Uniti. Ma la storia delle donne di conforto va ben oltre una disputa diplomatica.

Nel periodo dell’occupazione giapponese della penisola coreana, e soprattutto durante la guerra nel Pacifico, l’esercito e gli ufficiali nipponici hanno iniziato a schiavizzare donne e ragazze per approfittare di loro.

In Giappone, la prostituzione era normalizzata e non era scandaloso quando un uomo visitava un bordello. I generali dell’esercito imperiale del Giappone si sono accorti presto che questa abitudine poteva diventare un problema. Il mantenimento d’ordine e disciplina nei campi militari era una loro priorità. Quindi, come soluzione hanno pensato ad un crudele sistema di schiavitù sessuale sistemica e forzata.

Mentre il numero preciso non è calcolabile, si stima che più di 200.000 donne siano state rese schiave sessuali. La maggior parte delle donne provenivano dalla Cina e dalla Corea. In più, in numero minore, c’erano anche donne filippine, di Taiwan ed olandesi dell’Indonesia.

Dopo quasi 30 anni di silenzio, negli anni ’90 sono venute a galla numerose testimonianze sulla triste vicenda: questo ha dato inizio a molte campagne per il riconoscimento dei tragici avvenimenti. Ora, a livello internazionale sta aumentando la pressione sul governo giapponese.

Ultimi aggiornamenti

Lunedì, il presidente Moon ha espresso la sua fiducia nella possibilità di un dialogo diplomatico proficuo, sostenendo che la Corea è sempre pronta a parlare con il governo giapponese. Per il presidente coreano, le Olimpiadi a Tokyo potrebbero essere un’opportunità di dialogo regionale.

Tuttavia, da Tokyo i toni sono meno concilianti: infatti, per il governo giapponese, la Corea non ha ancora fatto i “passi specifici” necessari per risolvere il caso. Inoltre, il governo giapponese continua ad insistere che il caso “comfort women” è irreversibilmente chiuso dall’accordo del 2015.